L’ondata di proteste del movimento Black Lives Matter sorte a seguito dell’omicidio di George Floyd ha spinto l’opinione pubblica a riflettere sul razzismo in tutte le sue sfaccettature, decidendo finalmente di censurare i casi di blackface che fino a oggi erano passati inosservati, ma il dibattito dovrebbe spingersi oltre.

Non si può parlare di razzismo sistemico senza dar peso alla rappresentazione mediatica riservata alle persone nere, sempre che, prima di tutto, vengano rappresentate. Ma anche la totale assenza di rappresentazione lancia un messaggio ben preciso, decidendo silenziosamente chi rimane invisibile. Spesso nelle sceneggiature non viene dato posto alla diversità culturale, e i personaggi non bianchi, nel migliore dei casi, devono accontentarsi di affiancare il protagonista, incastrati nel ruolo ridondante del migliore amico che li aiuta a sciogliere il nodo della trama, senza una vera e propria caratterizzazione del personaggio.

Certo negli ultimi anni qualcosa si è smosso, sono sempre di più i film e le serie tv con protagonisti di origini diverse, ma è importante guardare al passato e riconoscere l’immagine delle minoranze nel cinema che è stata ormai introiettata da tante generazioni.

La presa di coscienza generale sta dando i suoi frutti: diversi autori e interpreti si sono pentiti di avere in qualche modo contribuito al razzismo sistemico. I casi più eclatanti sono sicuramente le blackface, cioè attori bianchi col volto truccato di nero per imitare le persone con la pelle nera. È il caso di serie tv come 30 Rock, The Golden Girls, Community, Scrubs, The Office e altre, i cui episodi problematici sono stati rimossi dalle piattaforme di streaming che le ospitano, come Netflix e Hulu. La decisione ha destato numerose perplessità tra gli appassionati di queste serie, soprattutto perché nella maggior parte dei casi la blackface era mostrata con occhio critico: a pitturarsi la faccia era un personaggio negativo o quantomeno ignorante, e gli altri personaggi reagivano con sdegno.

Contemporaneamente, le doppiatrici Jenny Slate e Kristen Bell hanno deciso di rinunciare al loro ruolo nelle serie animate Big Mouth e Central Park, affermando che sia ingiusto che un doppiatore bianco dia voce a un personaggio nero. La promessa è che da adesso in poi i casting saranno più accurati e i personaggi appartenenti a determinate minoranze assegnati ad attori pertinenti.

Qualche settimana prima, HBO ha fatto scalpore per aver rimosso Via col vento dal proprio catalogo: il celeberrimo film di Victor Fleming del 1939 racconta una storia d’amore ai tempi della guerra di secessione americana, raccontando un’America schiavista edulcorata, molto meno brutale che nella realtà.

L’emittente statunitense è stata inizialmente accusata di revisionismo: Via col vento è una parte fondamentale della storia del cinema e cancellarlo adesso non risolverebbe certo il problema del razzismo. E infatti in realtà HBO ha reso di nuovo disponibile il film, ma con una differenza: un disclaimer iniziale che ne sottolinea la visione stereotipata degli schiavi neri, aggravata dalla patina nostalgica verso quel periodo che il film trasmette allo spettatore, lasciando totalmente in secondo piano la realtà crudele e disumana delle disuguaglianze. Il film è sempre lo stesso, ma viene data una chiave di lettura più ampia e, si può dire, più giusta.

In realtà, Via col vento aveva scatenato molte critiche già durante la sua realizzazione, ma è a distanza di ottant’anni che si riconosce distintamente il mondo razzista in cui il film si è affermato come capolavoro. L’attrice Hattie McDaniel vinse un Oscar per il suo ruolo di schiava: fu la prima persona afroamericana a ricevere un Oscar, eppure non le fu permesso di sedere insieme al resto del cast, proprio perché nera.

D’altronde, era già una novità che le persone nere potessero recitare – la blackface è nata per questo, e di per sé non ci sarebbe niente di male a truccarsi la faccia di nero. Il problema è che la blackface è sempre stata usata per rafforzare lo stereotipo inaccettabile che vede l’uomo nero come selvaggio, pigro, indolente. Di qui la decisione sempre più diffusa di censurare i casi di blackface a priori, anche quando si è spinti dall’intenzione di fare satira o di mostrare ammirazione.

Forse censurare i casi di blackface a prescindere dal contesto è una semplificazione troppo facile, e infatti c’è chi accusa le emittenti che cancellano gli episodi controversi di star solamente mettendo un patetico cerottino su una ferita profondissima. Dopotutto, si tratta di testimonianze di un percorso: con una sensibilità diversa è facile voler cancellare gli errori del passato, ma è difficile imparare dai propri errori se ci si dimentica di averli commessi, anche se proteggerli in quanto testimonianze significa obbligare la comunità nera a rivederli e rivivere il trauma. È meglio ricorrere a una scorciatoia o perpetuare l’offesa?

La diatriba sul censurare o non censurare i casi di blackface segue gli stessi procedimenti logici del dibattito recente sulle statue: è giusto buttare giù e distruggere i monumenti che non ci rappresentano più, o sarebbe meglio ripensare la loro collocazione e presentazione in modo da contestualizzarli meglio?

Le censure sono sempre pericolose, e dare ai colossi dell’intrattenimento il potere di decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato potrebbe rivelarsi un azzardo. Dare allo spettatore un input per scavare oltre lo strato superficiale di quello che ha davanti è un gesto nobile, ma è anche l’ennesima manifestazione di una sorta di deficit di attenzione collettivo, lo stesso che ha fatto sì che i manuali scolastici delle ultime generazioni siano già sottolineati e schematizzati, come a dire premasticati, come se gli studenti non fossero più in grado di riconoscere da soli i concetti importanti.

Di tutta questa faccenda si fa fatica a riconoscere il punto focale, tanto che si potrebbe guardare con malizia tutta la faccenda: lasciare che le persone discutano su delle censure un po’ arbitrarie è un ottimo modo per distrarle dalla lotta vera e propria. Anzi si potrebbe considerare addirittura un modo di ridicolizzare la causa. Comprendere il peso di un gesto apparentemente innocuo, come colorarsi la faccia per imitare un’altra etnia, è fondamentale, ma la verità è che la comunità afroamericana non sta scendendo in piazza per questo.

Guardare o non guardare le puntate di Scrubs in cui qualcuno indossa un trucco offensivo non sarà mai la soluzione al razzismo sistemico, alle incarcerazioni di massa, agli abusi della polizia, al redlining che impedisce ai cittadini di certi quartieri di accedere a servizi come prestiti e assicurazioni sanitarie. Certo, la rappresentazione cinematografica di una minoranza ha un impatto sociale evidente, ma forse le priorità sono da ripensare, quantomeno per evitare di spostare il discorso, ancora una volta, su che cosa ne pensano i bianchi. Le persone afrodiscendenti non stanno chiedendo di cambiare i doppiatori delle serie animate: stanno chiedendo di non venire uccise.

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