Gli artisti che ci fanno tanto divertire e appassionano.

L’ingenua e carezzevole uscita di Giuseppe Conte di qualche mese fa, durante la presentazione del Decreto Rilancio, in piena “Fase 1”, in uno di quei mille Caroselli in tarda serata che a lungo hanno appagato la nostra fame d’informazione e la nostra fierezza di esser finalmente comparse di qualcosa – quell’uscita, pietra di scandalo nei salotti della “Contessa” di Pietrangeli, rappresenta spontaneamente lo stato delle arti nell’Occidente capitalista contemporaneo.

Un popolare adagio afferma che gli unici a dire la verità sono i bambini, gli ubriachi e gli arrabbiati, ed è curioso come la frase di Conte – frutto di un’ebbrezza di spirito del tempo, di un’infantile e grottesca ingenuità e di un disarmato e inconsapevole eccesso di zelo – esprima una verità talmente scomoda da risultare evidente, una spontanea saggezza popolare che tentiamo quotidianamente di addobbare e di nascondere dietro a un dito, ma che ogni tanto “ci scappa di bocca” e ci catapulta nel pieno disagio del nostro torpore culturale.

Di fronte all’arte nel nostro secolo (e non solamente “del nostro secolo”) la nostra epoca ci ha disposti a comportarci in tre maniere essenziali. La prima è l’ipocrita e bovaristica accettazione, che ci porta ad occupare uno o due noiosi sabati all’anno con la rapida visita ad una mostra comandata, a cui ci conduce l’obbligo sociale e snobistico di presenziare ad una funzione culturale che, sebbene oscura e incompresa come i Misteri del Cristo la Domenica, comunque rientra nell’ambito del “si deve fare”, a difesa dello status symbol, pena l’essere tacciati di barbarie e superficialità proprio dagli stessi che magnificamente rappresentano queste categorie.

La seconda maniera è quella dei suddetti infami, degli “intoccabili”, che alla fine è la più virtuosa: l’ammessa non comprensione di quel gioco di spiriti e di auree che si dovrebbe percepire in una mostra composta semplicemente di quattro muri e di qualche rettangolo più o meno colorato. Questa maniera è la più virtuosa delle tre perché non si limita ad ammettere un’insensibilità personale, ma si estende a campione di riferimento paradigmatico per l’impossibilità storica di comprendere l’arte a cui la nostra epoca, come più tardi vedremo, ci condanna.

La terza è la più problematica, la più contraddittoria, come in fondo lo è tutto ciò che è genuino: la partecipazione sia all’una che all’altra maniera, la percezione di una necessità – più sociale che estetica – di comprendere “how does it work”, e la sconsolata ammissione, perlopiù intima e inespressa, di non comprendere “veramente” ciò che magari si avverte, ciò che in maniera pedagogica o autenticamente sentimentale si arriva ad odorare, ma che, nella sua essenza e nel suo ruolo più puri, ci sfugge nel senso più pieno e pervasivo. Un’arte che arriviamo ad apprezzare, un’arte di cui impariamo a parlare e di cui impariamo a capire, ma non ancora un’arte da cui riusciamo a farci trasportare.

Ovviamente non crediamo che ci sia stata un’epoca in cui l’apprezzamento dei pezzi d’arte sia stato spontaneo, completo e non problematico. Ovviamente sappiamo che non esiste qualcosa come un “universale del gusto”, uno “spirito dell’Arte” e una comprensione vocabolariale, formulistica e lineare del linguaggio delle arti. Ma sappiamo anche che il potere di avvolgimento, persuasione, espressione e trasporto dell’arte è stato tragicamente compromesso durante mezzo secolo di mercificazione del bello e del sacro, professionalizzazione e aziendalizzazione dell’artista e considerazione dell’ “ozio” estetico come mera oziosità, della forma di vita profonda e svincolata che l’artista non può che reclamare come banale faccenda di perdigiorno e sognatori – Talete che guarda le stelle e cade nel pozzo, e noi, come la servetta tracia, ridiamo e ci vantiamo della nostra attitudine alla polvere e al sudiciume della “vita vera”, dramma di un’incontrollabile legame con la facile libido e il tanto, veloce e spendibilissimo denaro.

Il taglio dei fondi politici (pubblici) alla “cultura” è solo un fenomeno di superficie, come del resto lo è l’efferata privatizzazione, e quindi l’essenziale lussurizzazione, mercificazione e alienazione classistica e snobistica dell’arte. I grandi e i piccoli attori/teatri squattrinati costretti all’autofinanziamento e al dimenticatoio, così come le modaiole e cafone figure idolatriche e pubblicitarie di personaggi (bravi) come Damien Hirst, Jeff Koons e (meno bravi) Marc Quinn e Takashi Murakami, sono semplicemente il risultato di quella forma di vita consumistica che domina la nostra epoca e che ci rende impossibile disporci con sentimento diretto e disinteressato di fronte a un’Arte che, per sua natura, è “inutile” e inconsumabile.

Se Disneyland non è arte, così come non lo sono, neanche lontanamente, le canzoni omologate e a cadenza stagionale dell’industria pop, le serie Netflix riempite di spettacolarismi e cliché per un pubblico di bocca buona, i romanzetti da quattro soldi dei giornalisti di sistema e le grafichette manieristiche e scopiazzate del mondo della pubblicità e dell’influencing, compresi, di fatto, quei volgarissimi traccia-linee che riempiono quotidianamente i loro piatti profili social aziendali con i prodotti seriali e senza spirito delle loro tavolozze digitali e della loro zuccherosa educazione borghese – se tutto questo, evidentemente, non è arte, è perché quest’ultima rifugge come peste bubbonica ogni forma di asservimento all’estetica pubblicitaria e di idolatria nei confronti di un presente non solo ingiusto, non solo ipocrita e totalitario, non solo dominato dall’egemonia annichilente del mercato, ma anche materialmente, spiritualmente, diffusamente e insopportabilmente brutto.

Sul sito di Art Basel, il festival artistico più popolare al mondo, l’iconcina più evidente, affianco all’opera d’arte riportata, quella caratterizzata da un font più ampio e più visibile, è l’iconcina del prezzo in dollari. Quante volte abbiamo ragionato sul valore economico dei classici dell’arte, manco si trattasse di merce da vetrina da associare ai villoni, ai macchinoni e cocktail party con champagne delle pagine di riviste come Vogue e delle immagini che ci creiamo in testa sull’attuale “vita di successo”? Quando mai quella dell’artista è stata una “vita di successo”? Da quando il prototipo del “grande artista” è diventato quello del partecipante ai suddetti cocktail party milionari, rivestito da una lucida pelata, da una barba curatissima e da una montatura d’occhiali ingombrante, almeno quanto le sue aride amicizie ai piani alti di Wall Street? O meglio, quand’è che l’artista è diventato solo questo, e non c’è possibilità per un giovane promettente di perseguire altro che una strada di aziendalizzazione del proprio operato e adeguamento del proprio talento agli imperativi della convenienza di mercato? Siamo veramente convinti che la forma di vita artistica sia sempre stata solo questo? Solo merce? Solo “industria” culturale? Solo “fabbrica” di idee? Solo “mercato” dell’arte?

Il rapporto che intercorre tra i patrimoni miliardari e le istituzioni artistiche è facilmente comprensibile, e innanzitutto lo è da una prospettiva meramente “fiscale”. Io, potente uomo di finanza con tutti gli interessi nel guadagnare il più possibile pagando il minimo possibile di tasse, finanzio l’opera di un poveretto più o meno bravo con 10.000 sterline, faccio sì che quell’opera venga valutata uno o due milioni, “dono” quell’opera all’Istituto Nazionale del vattelappesca e detraggo uno o due milioni dalle imposte. Minimo investimento, massimo beneficio. Lo si creda o no, secondo Claire McAndrew, fondatrice di Arts Economics, il mercato mondiale dell’arte è cresciuto, tra il 2017 e il 2018, di una ricchezza pari al 6%, raggiungendo i 67,4 miliardi di dollari.

In realtà, la faccenda è ben più complessa, giacché si tratta di una ferita profonda nella cultura contemporanea che condanna il mondo dell’arte ad una pietosa e rassegnata sterilità spirituale. Il “realismo capitalista” di cui parlava Mark Fisher, dato il quale le menti dei nativi di un mondo neoliberista sono profondamente persuase del fatto che “there is no alternative” alle disuguaglianze, alle ingiustizie e ai sistemi di potere non democratici apportati dall’attuale forma di capitalismo “deregolamentato”, genera la possibilità di nuove forme di alienazione sociale e culturale. I meccanismi di perenne distrazione implementati dai moderni sistemi di marketing digitale, che esprimono nemmeno troppo nascostamente l’ambizione a catturare per il maggior tempo possibile la nostra attenzione ed essere usufruiti il più possibile da un servizio a pagamento (sia che la valuta sia in denaro, come sempre meno spesso accade, sia che essa stia nei dati personali, nell’esposizione a pubblicità implicita o nella mera dipendenza da quel servizio), sono solo uno dei molteplici strumenti di alienazione e di cattura di cui si serve il sistema di mercato, nelle vesti di un cosiddetto “potere spettacolare”. Gli artisti sono degli ingenui produttori di merce che “ci fa divertire” semplicemente perché la potenzialità sublime, spirituale e liberatrice dell’arte è completamente soffocata dagli interessi del potere di mercato, che ha solo l’interesse di servirsene ai fini di attrattiva, di spettacolo, di messinscena, tutto volto a trasformare la potenza espressiva dell’arte in un giochetto visivo, sonoro o contemplativo per aumentare le vendite e stimolare l’asservimento al consumo. Si ha l’idea che non sia più possibile un’autentica “poesia inconsumabile”, come la definiva Pasolini, consapevolissimo di quei problemi che egli poteva solamente essere in grado di cominciare a intravedere.

Impossibile è pure una qualsivoglia “contro-cultura”. Secondo Slavoj Ziziek, la mercificazione della cultura e la “culturalizzazione” del mercato (la capacità di questo di “intrattenere”, catturare l’attenzione sensoria, etc.) portano all’impossibilità di uno “scandalo” effettivo, all’impossibilità di un’estetica antisistema clandestina, minacciosa e militante:

[g]li eccessi scioccanti sono parte del sistema stesso, il sistema si nutre di essi per riprodursi. Forse questa è una delle definizioni possibili del postmoderno in opposizione all’arte moderna: nel postmoderno, l’eccesso trasgressivo perde il proprio valore scioccante ed è pienamente integrato nel mercato artistico dell’establishment.

mercificazione arte

Si passa per l’apparente “scorretto”, per gli oggetti escrementizi, per le pratiche trash e per il kitsch, in un meccanismo di recupero scimmiottante del passato (il vintage, il richiamo, etc.) o di ricerca spasmodica di una falsa originalità (dalle interpretazioni più banali del sanguinolento, alla storpiatura naif e manieristica dell’astrattismo, alla fastidiosa ipocrisia del minimal) che, diremmo con pessimismo hegeliano, eccede in una storia senza spirito e ci immerge in una cultura senza stile, senza spunti e senza un’autentica devianza creativa.

Un museo che si presenta come un container di smorte bellezze del passato, una mostra che spaccia a caro prezzo il prevedibile e una pinacoteca che accatasta senza criterio rettangoli colorati tanto sublimi quanto comatosi. L’arte, la grande Iniziativa Umana, soffocata dalla piaga dello spettacolo, della mercificazione e dell’intrattenimento.

Apprezziamo grandemente il plagiarismo dissacrante di Glenn Brown, l’evidenza scenografica degli scoppi di Cai Guo-Qiang, la sensibilità ambientale di Olafur Eliasson, le superfici attraenti di Anish Kapoor, etc., ma sappiamo che tutto questo non ha vita che nelle scintille di pochi, privilegiati dalle scelte del mercato, sempre più spesso costretti alla servitù delle “trovate” per soddisfare il rozzo senso estetico del capitale. Non è possibile che quelle scintille si espandano in un fuoco, che la società dia vita a scuole e movimenti in grado di sovvertire gli ordini sociali, come solo la vera arte, storicamente, sa fare. E questo perché siamo tutti immersi, dal primo all’ultimo, come mai precedentemente nella storia, nella struttura concettuale del “nessuna alternativa”. Non c’è bellezza, ma nemmeno l’orrore, la caustica e sprezzante contro-cultura, laddove regna la costrizione. Finché una generazione, auspicabilmente la nostra, non si accorgerà del fatto che questo non è il migliore dei mondi possibili, ma un incubo orwelliano che controlla i corpi e le coscienze, allora non solo non ci sarà economia reale, non solo non ci saranno diritti, non solo non ci sarà politica, non solo non ci sarà felicità, ma nemmeno ci sarà cultura.


Fonti:
S. Zizek, Il trash sublime, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2013