La cultura della visione, ormai lontana dalle teorie della rappresentazione ingenua basata sulla mimesi della copia o della sola presenza pittorica, è diventata oggi la scienza di una interazione complessa che porta ad una profonda forma di lettura dell’immagine. L’essere spettatore, nelle sue forme di esperienza del guardare e osservare, va oltre la semplice rappresentazione visiva in sé e tende a spostare il suo campo interpretativo in ogni ambito culturale e filosofico.

Lo storico inglese Peter Burke nel suo saggio “Testimoni oculari”, tuttavia, denuncia l’abitudine persistente di considerare le arti figurative come “bolle trasparenti” invece di considerarle una finestra di osservazione sul passato. L’esame storico e antropologico delle immagini e il loro valore ai fini della conoscenza, contrasta, per Burke, con una diffidenza verso le immagini come strumento della conoscenza. Una tendenza, paradossalmente contemporanea, della nostra attuale “società delle immagini”, verso una diffusa iconofobia. La radice di questo pregiudizio risiede nel confronto con la parola scritta e nella maggiore credenza di verità di un testo che prevale sull’ambiguità e nei fraintendimenti in cui si è radicata la superficialità della lettura dei dipinti e delle immagini, spesso classificate come opere d’arte di esclusiva fruizione estetica.

L’era del culto della parola e del linguaggio come forma affidabile di descrizione del reale che domina da sempre la nostra ragione, appiattisce la complessità insita nelle immagini che diventano oggetto di pregiudizio di inesattezza, spesso difficili da decifrare e facilmente sostituibili ed eliminabili. Per Burke, si tratta anche della paura e del timore di quello che le immagini rappresentano e proiettano, quasi magicamente, nella loro dimensione immediata di una condizione psicologica, sociale o culturale. Immagini che nella loro ambiguità possono essere percepite inconsciamente e collettivamente come minaccia e profonda inquietudine nella forza simbolica che esprimono.

Queste ragioni portano quindi verso una iconofobia (paura delle immagini) e iconoclastia (distruzione delle immagini) come atteggiamento, soprattutto in ambito religioso e politico, del voler sopprimere e controllare la visione di un pericolo percepito che sta nelle immagini simboliche della fede, della legge, nei dogmi o contro un nemico. Poi, dalla distruzione delle immagini a quella delle statue e dei manufatti rappresentativi il passo è molto breve.

Tuttavia, l’iconofobia e l’iconoclastia non sono assimilabili e direttamente consequenziali, La prima infatti è rappresentata dall’ansia prodotta dall’ambigua capacità delle immagini di essere contemporaneamente sia verità che illusione, e che porta con sé la paura e l’inquietudine di un rischio o un pericolo che certe immagini possono rappresentare. L’iconoclastia, invece, diventa una volontà aggressiva di distruzione e abolizione delle immagini e può diventare una forma di potere e di controllo di una cultura iconica.

Nel suo saggio “Contro le immagini”, il filosofo Maria Bettetini compie una analisi storica e sociologica dell’iconoclastia come forma antica di distruzione e sostituzione di un potere con un altro, che sia di natura politica o religiosa. La Bettetini ricostruisce una storia a partire dagli imperatori romani d’Oriente che proclamavano guerre contro icone sacre e statue, descrive l’ostilità di ebrei e islamici contro l’idolatria e la venerazione delle immagini sacre, fino ad arrivare ai riformatori di Lutero contro il culto delle reliquie. La sua analisi si estende anche alla cultura laica che ha avuto nella Rivoluzione Francese la sua fase iconoclasta più violenta per le immagini di re e santi, cosi come due secoli più tardi è avvenuto per tutti i regimi comunisti che hanno fatto a pezzi le immagini di Lenin e Stalin. Una storia che, infine, arriva fino alla nostra società dominata dai media e dagli schermi televisivi e informatici in cui si celebra la brevità e il consumo delle immagini che vengono subito sostituite con una forma di iconoclastia virtuale e subliminale.

La storia dell’iconoclastia, come sostiene la Bettetini, insegna comunque che le immagini non rappresentano o raffigurano solo un abbellimento del mondo ma influenzano ed agiscono sui sentimenti e sui comportamenti umani, e in qualche modo li manipolano come potenti strumenti sociali. La visione estetica o la banale prospettiva comunicativa spesso associata alle immagini deve quindi lasciare spazio alla consapevolezza dei pregiudizi di superficialità di lettura delle immagini. Inoltre, la questione rilevante che fa emergere la Bettetini è il ruolo che le immagini devono avere nella relazione tra conoscenza e credenza. Diventa quindi fondamentale il presupposto che esse non possono essere comprese nella loro essenza senza metterle in relazione con la realtà che rappresentano, liberate dagli equivoci e i fraintendimenti di una lettura approssimativa.

Anche l’accademico americano Thomas Mitchell, uno dei fondatori della visual culture americana, ha cercato di definire un nuovo ruolo delle immagini che si spinge oltre i tradizionali confini interpretativi, tentando di allargarne l’orizzonte di analisi a partire dai suoi studi sul rapporto tra immagini e testo in letteratura. Nel suo saggio, “Pictorial turn, Saggi di cultura visuale”, Mitchell, infatti, pone lo studio delle immagini sullo stesso piano di quello del linguaggio ed elabora alcuni concetti fondamentali.

Per Mitchell il pictorial turn è una riscoperta dell’immagine come una relazione complessa tra visione, sguardo, figuratività e le sue forme di lettura e interpretazione. Il suo obiettivo è lo studio di una cultura visuale che non si limiti ad una complementarietà con l’estetica o la storia dell’arte, ma che elabori l’intreccio con le immagini scientifiche, il cinema e la TV, le indagini filosofiche e semiotiche della visione e dei segni visuali, l’antropologia visuale e molti altri modi di prospettare immagini visive.

Si tratta di una svolta che pone lo studio delle immagini allo stesso livello delle analisi sul linguaggio e introduce la relazione tra picture come immagine di figura su supporto materiale e image come entità astratta e mentale. È, quest’ultima, l’immagine che può essere evocata anche da una semplice parola e riconducibile nel suo archetipo alle idee platoniche che verranno poi materializzate nelle picture. Anche i concetti definiti da Mitchell di metapictures (una picture che rimanda ad un’altra picture) e biopicture (che vuole imitare il processo biologico della clonazione) vanno nella direzione di porre le basi di una nuova “scienza delle immagini”.

L’image rappresenta quindi, per Mitchell, la realtà che sopravvive al suo medium materiale, distruttibile e corruttibile, per diventare memoria, narrazione, traccia e copia che si fonde in altri media. Il suo tentativo è quello di definire una scienza interdisciplinare e un processo di elaborazione strutturale che possa liberare l’immagine e l’image dalla tirannia del solo occhio fisico e corporeo.

La cultura visuale di Mitchell, a partire dagli anni Novanta, ha preso consistenza in un progetto interdisciplinare di analisi e critica dei linguaggi visivi e in cui l’immagine non è più studiata come oggetto isolato ma attraverso un insieme di pratiche diverse che ne approfondiscono e interpretano il significato. I segni visivi, quindi, non sono più identificati nelle singole immagini ma si estendono al rapporto tra osservatore e osservato, al potere evocativo dell’immagine ed alla capacità dell’osservatore di interpretare quel significato. Si tratta di un una cultura visuale che diventa anche un percorso d’indagine che interseca le differenze culturali e le sue formazioni discorsive. Guardare, vedere e interpretare diventano atti di una pratica culturale che presuppone l’interazione consapevole di chi osserva attraverso le proprie competenze e la propria visione del mondo.

 

FONTI

Peter Burke, Testimoni oculari. Il significato storico delle immagini, trad. di G. Brioschi. Carocci, Milano,2017

Maria Bettetini, Contro le immagini. Le radici dell’iconoclastia, Laterza, Bari 2006

William John Thomas Mitchell, Pictorial turn, Saggi di cultura visuale, trad. di M. Cometa e V. Cammarata, Cortina, Milano 2017

William John Thomas Mitchell, Scienza delle immagini, trad. di F. Cavaletti, Jhoan & Levi editore, Monza 2018