Nel quotidiano utilizziamo i termini natura e naturale per indicare elementi che non sono manifestazione dell’artificio umano. Esiste però un ramo dell’espressione artistica che trova nella natura la sua protagonista indiscussa: la pittura della natura morta. Parlare di natura morta è quasi un controsenso. La natura è per sua definizione qualcosa di vivo e pulsante, ma muore quando la si sottrae al suo habitat. Basti pensare al fiore privato alla pianta o al frutto rubato all’albero.

Mettendosi all‘opera, il pittore si prefigge una sfida a tutti gli effetti. Vuole quindi abbattere ogni paradosso: ritrarre un fiore destinato a morire equivale a renderlo eterno, quindi a renderlo imperituro e per sempre vivo all’interno del quadro. La sua bravura consiste nell‘ingannarci, facendoci apparire come veri e vivi oggetti inanimati ed esseri morti.

L’etimologia del termine

L’arte della natura morta ha assunto diversi nomi. L’espressione still-leven si diffuse attorno alla metà del Seicento nei Paesi Bassi, vie coye veniva invece utilizzata in Olanda, mentre in Germania stillstehende sachen. Proprio in Germania (e così anche in Inghilterra) però, prese piede un‘altra espressione: still-leben (in inglese still-life), volta a indicare il carattere di natura immobile, statica, da contrappore ai soggetti viventi rappresentati in pittura, come i paesaggi o i loro elementi.

Il sintagma natura morta fece cposì ingresso nel vocabolario italiano nell‘Ottocento, ed è un debito al francese. L’originale nature morte fu coniato a metà del Settecento con connotazione negativa e poi raggiunse l‘italiano attraverso un calco di traduzione. Trattasi di quel meccanismo per cui la struttura di una parola composta straniera viene riprodotta attraverso elementi lessicali già presenti nella lingua autoctona.

Dall’Antica Grecia al Medioevo
Arte per rendere immortale
Mosaico dell’asàrotos òikos, Museo Gregoriano Profano, Musei Vaticani

Sebbene l’ingresso della voce natura morta all‘interno del vocabolario italiano sia relativamente recente, la raffigurazione delle nature morte ha origini antiche. In epoca ellenistica, infatti, si diffusero tra il II e il III secolo a.C. gli asarotos (letteralmente casa non spazzata). Si trattava di decorazioni mosaicali sui pavimenti. I soggetti ritratti consistevano in resti di cibo come scorze di limone, che probabilmente gli gli artisti sceglievano di riprodurle tenendo a mente il culto dei morti. Secondo questo, il cibo caduto da tavola era destinato ai famigliari defunti.

La pratica della raffigurazione di elementi naturali morti si ripresentò solo secoli più tardi, nel Medioevo, dal 1300 in poi. Infatti, nei secoli precedenti gli artisti rivolsero la loro attenzione ad altri soggetti, solitamente di carattere mitologico e religioso.  Dal XII secolo in poi, però, la cultura tornò ad essere attratta dal valore simbolico di certi elementi come i teschi, sinonimo del memento moris e della vanitas. Oppure i fiori strappati alla terra, che ricordano all’uomo la caducità della bellezza e dell’esistenza stessa.

Spesso, quindi, si tratta di moniti: l’oggetto naturale è simbolo di un messaggio e non è fine a se stesso, come avveniva già in Grecia. Tra l’altro, alcuni tipi di animali e di piante, come il pesce, l’agnello, l’ulivo e la palma furono effigiati sovente, per via dei loro significati legati alla religione cristiana (Cristo è detto agnello di Dio, la palma indica il martirio).

Nel panorama trecentesco italiano possiamo indicare dei precursori del genere della natura morta, come ad esempio Giotto e i suoi seguaci. Un aneddoto raccontato da Vasari, per esempio, narra che Giotto, ancora allievo di Cimabue, un giorno dipinse una mosca su un affresco e il suo maestro, vedendola, cercò di scacciarla via per poi accorgersi dello scherzo e di come l’allievo fosse stato abile. 

Il successo rinascimentale e barocco
Arte per rendere immortale
Michelangelo Cerquozzi, Natura Morta

È però a cavallo di Cinquecento e Seicento che la natura morta conosce un successo mai registrato prima. Soprattutto in Italia, in quegli anni si generò un nuovo interesse per l’indagine scientifica. Così, mentre gli scienziati si dedicavano allo studio al microscopio di piante e animali, molti artisti si cimentarono nella raffigurazione impeccabile della natura. Ne derivarono opere talmente realistiche e aderenti al vero da essere sfruttate dagli stessi scienziati per illustrare le loro ricerche. La raffigurazione della natura, allora, iniziava a diventare un modo per indagarla e conoscerla meglio.

Dopo tutto, la natura è da sempre l’elemento per eccellenza che l’uomo si affanna a investigare, scoprire e spiegare, non solo attraverso la ricerca scientifica, ma con ogni mezzo che si presti a questo scopo. La natura morta ritratta viene investita di un significato tutto umano, sintomo del tentativo di ricondurre il suo impenetrabile segreto a qualcosa che la mente dell’uomo sia in grado di concepire. Questo fenomeno non si è verificato solo nella pittura: anche le descrizioni letterarie gravitanti attorno al regno naturale hanno cercato di umanizzarlo.

Spesso il mezzo più efficace è stata la metafora, che permette di raccontare la natura in termini umani. Così, tutti i suoi elementi sono stati abilmente associati a parti del corpo o a stati d’animo, in modo tale da dissimulare e rendere più sopportabile l’inaccessibilità della sua misteriosa essenza che, tuttavia, continuerà eternamente a sfuggirci. È questo il potere dell’arte per rendere immortale l’esistente mortale.