Il peggior torto che si può fare alla memoria di Chet Baker è quello di ricordarlo come “il James Dean del jazz” – paragone pseudo-lusinghiero che ha caratterizzato i primi anni della sua carriera, ma che, se allora era destinato a rimanere deluso, oggi è condannato a rappresentare la classica insensibilità nei confronti di questa figura geniale, silenziosa e rivoluzionaria.

Baker, semmai, è stato un plausibile candidato per quel ruolo di ”Artaud d’oltreoceano” a cui qualcuno si è avvicinato, ma che nessuno ha effettivamente ricoperto. E questo perché Baker è stato un “poeta minore” (“minore” è il contrario di “clamore”), un Kleist, un Carmelo Bene (suona esatta la consonanza: “il C.B. d’oltreoceano”), un Keaton, un Laforgue, un Artaud, appunto. Ma non una “Star” – né la lunga, gloriosa vicenda di Frank Sinatra, né la breve, tragica parentesi di James Dean.

Baker, un traditore dello star-system, è vissuto troppo a lungo e troppo pienamente, mettendo in imbarazzo gli inconfessabili cliché della critica musicale (l’ipocrita paternalismo reazionario, che glorifica e implicitamente ammonisce Jimi Hendrix, Kurt Cobain, Luigi Tenco), e non ha permesso alla sua tragedia di divenire “aneddotica”, non ha permesso che il lava-stira dell’industria hollywoodiana purificasse, sublimasse e vendesse a prezzo di mercato il suo dolore. Una tragedia odiosamente invendibile, dopo la morte di Chet Baker, è diventata una tragedia felicemente inconsumabile, tanto autentica, tanto viva e personale, quanto difficile, non semplificabile e illeggibile. L’esperienza musicale di Baker – che, per le ragioni anticipate, non può dirsi propriamente una “carriera” – è inconsumabile come la vera poesia – per usare le parole di un altro “minore”, Pasolini – e la sua, come ogni poetica della vita e della sua crudeltà, risulta amabilmente avvicinabile, e ancora più piacevolmente incomprensibile.

Chet Baker Sings (1954, la versione originale) è il risultato compiuto di una giovane «vita passata nelle arti», come la definisce Dave Hickey, che ha dedicato un capitolo della sua famosa raccolta di saggi Air Guitar alla memoria del romantico white boy dell’Oklahoma. L’LP raccoglie le reinterpretazioni bakeriane di otto brani della pop music americana (My funny Valentine, The thrill is gone…), lasciati integri e fedeli nella loro struttura testuale ma radicalmente ri-vocalizzati e ri-sonorizzati. L’album era il risultato di un discreto successo guadagnato dalla collaborazione con Gerry Mulligan e dall’apprezzamento generale suscitato dal successivo Chet Baker Quartet. Entrambe le esperienze lo portarono ad esser considerato “la nuova promessa” del jazz americano, un jazzista bianco e piacente che attenta al trono nero di personaggi come Miles Davies e Dizzy Gillespie. La succosa occasione dello star system per colonizzare l’afro-America con un efebico white chocolate, come piace dire ai commentatori sportivi.

Chet Baker

L’accoglienza infastidita di Chet Baker Sings da parte della critica mainstream è l’esito prevedibile di un capolavoro inatteso. La voce di Chet è candida, pacata e a tratti femminea (orrore per le orecchie moderniste del jet set!), canta brani perlopiù pensati per interpreti femminili e, ripetiamolo, lascia il testo integro e fedele. Baker viene consacrato a re del cool jazz in stile West Coast: un’elaborazione riflessiva, intimista e catturante di pezzi altrimenti aperti ed ambientali, la capacità di creare, in definitiva, una sfera del linguaggio musicale originale e senza precedenti. Baker riconosce il testo sentimentale, lo legge intensamente e con rispetto, per poi rielaborarlo con un’espressività straordinariamente aliena rispetto alle categorie timbriche, musicali e “ideologiche” del jazz tradizionale. Non ci sono le forme classiche di spontaneità, creatività ed improvvisazione, ma la valorizzazione inaudita del testo, verso cui Baker si pone, in un fascino quasi postmoderno, con un’attitudine da “convertitore” passivo. Il contenuto del brano romantico passa solennemente per la grazia della vocalità bakeriana, e ne risulta un ibrido semplice e diretto che non permette di distinguere la forma estetica dal significato raccolto. In altre parole: se Frank Sinatra riporta, presenta e canta con distacco My funny Valentine, Chet Baker la interiorizza, la comprende, la riveste di una nuance ariosa e gentile e la concede al pubblico in un dialogo diretto, in una serenata a tu per tu che lascia intendere nel cuore dell’artista le stesse emozioni con cui l’ascoltatore risponde.

Dave Hickney parla della «premessa di Baker»:

la canzone suona la musica e la musica suona il musicista e, successivamente, la canzone, in quanto suonata, non è una vetrina per l’originalità del musicista, ma una comunità acustica momentanea in cui i musicisti respirano e pensano insieme allo stesso tempo, aggiungendo alla storia della canzone, senza sottrarre dalla sua integrità, lasciandola intatta per essere suonata ancora.

Ciò che è risultato incomprensibile ai critici mainstream è che un cantante bianco “pensi e respiri” allo stesso tempo, che viva la sua musica come vita e senta nella sua espressione musicale un’effettiva linea di fuga di emozioni, un veicolo spontaneo e carnale che si serve della canzone come di un intimo messaggio e dell’occasione necessaria non di espandersi, non di conquistare, ma di interiorizzare e continuare a respirare.

Tuttavia, la crudeltà, come ci insegna Artaud, è il flusso a fondamento di questa vitalità, è la ragione che fondamentalmente determina lo spirito e la leggerezza. Chet Baker fu trovato morto il 13 maggio del 1988 su un marciapiede di Amsterdam, caduto dalla finestra della camera d’albergo in cui alloggiava. Si è parlato di suicidio, omicidio, incidente, ma la risposta più comune è stata quella di attribuire il gesto all’abuso di droghe, pur se, secondo i legali, il corpo morto di Chet era pulito. Il pregiudizio e la risultante infamia sono dovuti alla considerazione pubblica che negli USA si aveva della vita del musicista, purtroppo imperversata dall’uso di eroina ed altre sostanze che l’hanno portato più volte al collasso e alla riabilitazione. Tuttavia, nonostante molti dei jazzisti del periodo siano stati vittime della tossicodipendenza, l’idea che generalmente ci si era fatti di un Baker “tossico” superava di gran lunga l’opinione pubblica sulle altre celebrità. Perché?

Al quesito risponde con chiarezza, ancora una volta, Dave Hickney. Se Baker era stato una “promessa”, il “prossimo James Dean” e la stella bianca dell’avvenire, egli è stato velocemente in grado di tradire ogni suddetta aspettativa. Aveva rifiutato la partecipazione a pellicole hollywoodiane, si era imposto con uno stile impermeabile alle critiche dei paladini del cliché e si è rifiutato per tutta la sua giovinezza di diventare quel modello di vita americana eternamente incensato e lusingato dalla mitizzazione.

In altre parole, quelle di Hickney, Baker non volle diventare un «cannibale», un’icona da copertina che s’immerge come squalo nelle logiche del mercato dell’arte. Di lui si è spesso parlato, mentre era ancora in vita, come di un talento troncato sul nascere, quando, nei fatti, questa troncatura non avvenne, né per colpa della droga né per colpa dell’insuccesso, come invece avrebbero voluto i commentatori da rotocalco, a caccia dell’ennesima star defunta a 27 anni. La vita di Baker fu sì crudele, problematica: perse molte occasioni e gran parte della sua vita a combattere con la droga, fu più volte incarcerato, pestato e rapinato, fino addirittura a perdere gli incisivi superiori, sventura immane per un trombettista; poi fu “costretto” a trovare la sua fortuna in Europa, in particolare in Italia, dove visse molti anni della sua vita, non riuscendo tuttavia a far rientro in un’America ormai dominata dal rock ‘n roll e risentita per la fama rigettata.

Tuttavia, l’esperienza musicale di Baker non corrispose a una “tragedia”, tutt’altro: in Europa trovò un discreto successo, fu capace di continuare a fare la sua musica fino ai suoi 58 anni e rappresentò il modello eccellente di «una vita nelle arti» e per le arti. Gli USA non gli poterono mai perdonare di non essere diventato una star, un «cannibale», e solo molti anni dopo la sua morte, con impunita falsità e litri di lacrime di coccodrillo, lo “riscoprirono” e lo raccontarono come un “poeta maledetto”, come il giovane talento stroncato, mentre invece la sua poetica fu piena, longeva, soddisfatta e – seppur costellata di crudeltà ­– ricolma di una vita autentica, silenziosa e radicale.

Chet non suonava una musica affermativa, assoluta, “virile” come quella di Miles Davies e dei grandi del jazz. Il suo era un “blues” inteso per fare comunità con i cuori giovani, contraddittori e semplici degli esseri umani, un raccontare premeditato e lontano dai virtuosismi e dal clamore dei grandi contemporanei e predecessori. Chet Baker è stato un poeta minore, un cantore dei sentimenti minori, banali, reali, e non ha mai cantato una parola di ciò che egli stesso non abbia già elaborato e subito. Chet Baker Sings, il capolavoro comunicativo di un altrimenti trombettista, trasforma la «forme fixé della pop music in una sensuale, elegante, paratattica prosa – sotto voce – piena di silenzi e volteggi ricorsivi».

La forma minima espressa espressa nel suo LP rappresenta un’estetica impermeabile alla Storia, allo Stato, al Mercato e al consumo, frutto vitale e cortese di un’esperienza di vita complessa, autentica e crudele, come solo la vera vita può essere.  


Fonti:

D. Hickney, Air Guitar, Art issues. Press, Los Angeles, 1997