Una delle proprietà più affascinanti dell’attività artistica consiste nella capacità del pittore di lasciare sempre un frammento di sé nei propri lavori. Può trattarsi di un particolare stile pittorico, di scelte cromatiche o formali, oppure di temi ricorrenti. L’artista aggancia inevitabilmente un lato del suo io, un piccolo residuo della sua anima, all’opera d’arte. In questo modo vive nelle sue opere. Queste parlano di lui e parlano per lui.  

Non è un caso, quindi, che un grande storico dell’arte come Erwin Panofsky (uno dei pionieri degli studi di iconologia) abbia individuato come regione ultima e più alta dell’interpretazione di un’opera d’arte quella che lui definisce la regione del senso iconologico. Quel livello di analisi dell’opera che permette di comprendere ciò che in tedesco chiameremmo Weltanschauung. Ovvero la visione del mondo dell’artista, veicolata attraverso le scelte formali e compositive.

Il più egocentrico degli egocentrici

In questo senso, considerando la forte personalità che lo caratterizza, l’artista può essere considerato come il più egocentrico degli egocentrici, perché proietta sempre, anche implicitamente, il proprio ego nei suoi lavori, mettendo in prima linea l’ambizione tesa a realizzare qualcosa di grande e che lo rappresenti. 

L’egocentrismo e la tendenza all’affermazione del sé sono aspetti fondativi di qualsiasi pratica creativa, dalla più banale alla più compiuta. Appartengono tanto ad artisti esuberanti quanto agli artisti più sobri. Tuttavia, nel corso della storia dell’arte si sono affermati alcuni topos artistici. Questi, più di altri, si sono imposti come modelli artistici dell’affermazione del sé, sia sotto il profilo iconografico, che sotto quello del genere pittorico. 

Il genere dell’autoritratto

Quando si parla di egocentrismo in pittura e di rappresentazione del sé, il primo genere pittorico che balza alla mente è l’autoritratto. 

Parmigianino, Autoritratto entro uno specchio convesso, 1524, Olio su tavola, Kunsthistorisches Museum (Vienna)

Qui emerge la questione della proiezione del dell’artista in quanto atto egocentrico (non necessariamente in senso negativo). La si illustra nei termini più esemplari ed evidenti. La storia dell’autoritratto, nella sua evoluzione e affermazione, è molto complessa e lunga.

L’autoritratto durante il Rinascimento

Adottando una prospettiva storica, è possibile osservare come il Rinascimento sia il periodo nel quale l’autoritratto si impone con maggiore intensità tra gli artisti, e si afferma come genere pittorico autonomo. Il motivo di questa esplosione rinascimentale dell’autoritratto è da attribuire a ragioni di carattere tecnico, culturale e sociale. 

Sotto il profilo tecnico, di grande importanza fu soprattutto l’avvento della pittura a olio e la diffusione degli specchi. La prima permetteva un maggiore lasso di tempo nella realizzazione del dipinto. Questo fu grazie all’estensione dei tempi di asciugatura, resa possibile proprio dagli oli con cui venivano miscelati i pigmenti di colore. Per quel che riguarda invece lo specchio, ne va da sé che una loro maggior diffusione incentivò i pittori a dedicarsi alla pratica della rappresentazione del proprio ego.

Egocentrismo
Albrecht Dürer, Autoritratto con pelliccia, 1500, Olio su tavola, Alte Pinakothek (Monaco)

Dal punto di vista culturale, invece, l’Umanesimo influì profondamente sulla diffusione della pratica di auto-rappresentazione. Il motivo fu la ripresa di una concezione filosofica improntata sull’antoropocentrismo. Secondo questa l’uomo non era più quell’essere medievale infimo e peccatore, ma il fulcro stesso del cosmo. Tale aspetto fu decisamente determinante nell’affermazione di un genere artistico egocentrico, oltre che antropocentrico.

Il successo di genere di Albrecht Dürer

Infine, la matrice sociale che fece da catalizzatore per lo sviluppo dell’autoritratto fu sicuramente l’aumento di status della figura dell’artista. Il pittore non era più concepito come quell’artigiano che svolge un lavoro pratico e manuale, ma cominciava ad acquisire lo status di intellettuale e poeta.

Tra gli artisti che più si focalizzarono sul genere dell’autoritratto tra il ‘400 e il ‘500, uno dei principali fu Albrecht Dürer (1471-1528), massimo interprete del Rinascimento tedesco. Di lui si contano innumerevoli autoritratti, realizzati dalla giovinezza alla vecchiaia. Il primo venne compiuto all’età di tredici anni ed è considerato come uno dei primi autoritratti del Rinascimento. Anche se uno dei più brillanti e riusciti, tra i molteplici dipinti dal pittore, è sicuramente l’Autoritratto con pelliccia, realizzato nel 1500. 

Il mito di Narciso

Accanto al genere pittorico dell’autoritratto, la contemplazione egocentrica del sé, nella tradizione artistica occidentale, ha trovato anche altri topos artistici di riferimento. In questo senso, personaggi e vicende narrati nella mitologia classica sono stati delle fonti molto preziose per pittori e scultori. Tra tutti spicca sicuramente il celebre mito di Narciso, innamoratosi della propria immagine riflessa su uno specchio d’acqua e morto tragicamente dalla disperazione di non potersi unire ad essa. 

Relativamente al finale di questo mito, però, sono diverse le versioni che la mitologia greca fornisce, anche se tutte terminano con la tragica morte del protagonista. La versione più nota parla di un Narciso che, disperato e straziato dall’impossibilità di abbracciare e congiungersi con il riflesso di cui si è innamorato, perì sulla sponda dello specchio d’acqua. Dalla metamorfosi tra il suo corpo perito e il terreno sottostante nacquero quei fiorellini bianchi e gialli che ancora oggi chiamiamo narcisi.

Le varianti pittoriche del mito

Egocentrismo
Michelangelo Merisi da Caravaggio (attribuito a), Narciso, 1597-1599, Olio su tela, Palazzo Barberini (Roma)

Un’altra versione più dinamica e tragicomica  racconta invece di un Narciso che, sempre nel tentativo disperato di unirsi alla figura riflessa, si tuffa in acqua annegando nella propria immagine. Al di là dei dettagli narrativi, un racconto così tragicamente poetico, proiettato verso l’indagine del sé e tendente all’egocentrismo, non poteva che essere preso in considerazione dai pittori. 

Tra le varianti pittoriche di questo tema, una delle più celebri è quella realizzata da Caravaggio, o meglio, attribuita a Caravaggio da Roberto Longhi, ma sulla quale perdura da anni un lungo dibattito sulla reale paternità. A ogni modo, una cosa è certa: chiunque abbia realizzato questo dipinto, datato 1597-1599, si è evidentemente ispirato alla scuola caravaggesca.

C’è tutto Caravaggio. La resa realistica della scena, la concentrazione sul soggetto che emerge dall’oscurità illuminato da una luce quasi teatrale. Traspare poi l’arduo intento di illustrare, con dovizia di particolari, una scena mitica come fosse un frammento qualsiasi della realtà di tutti i giorni. Sono tutti aspetti fortemente legati a un’attitudine stilistica di matrice caravaggesca. 

 

 


FONTI

Autoritratto

Erwin Panofsky, La prospettiva come “forma simbolica” e altri scritti