L’Associazione studentesca UniCa LGBT è nata il primo settembre 2014 grazie ad alcuni studenti dell’Università degli Studi di Cagliari.
Il nostro obiettivo primario è la creazione di uno spazio in cui si possa socializzare e interagire tranquillamente non solo tra persone LGBT, ma con tutti coloro che, pur non riconoscendosi in questa sigla, condividono i nostri principi di libertà e rispetto reciproci a prescindere dalle singole differenze che possono caratterizzare una persona. Uno spazio in cui tutti si sentano incoraggiati a mettere a frutto le proprie capacità così da riuscire ad organizzare eventi, corsi, spettacoli, tornei sportivi e tanto altro in modo da mostrare quanti benefici si traggono quanto si abbandonano i pregiudizi.

Così UniCa LGBT si presenta nella pagina Facebook dell’associazione: studenti riuniti in nome di accettazione, condivisione e ascolto reciproco.
UniCa LGBT è una delle tante realtà italiane che si impegnano nella creazione di spazi per tutte e tutti, senza pregiudizi e discriminazioni.
Abbiamo intervistato il presidente dell’associazione, Mattia Sanna, studente di medicina all’Università degli Studi di Cagliari, per capire quale sia la condizione della comunità LGBT+ in Italia e nel mondo, e perché abbiamo ancora tanto bisogno di spazi come questo.

Come ti sei interessato alla comunità LGBT+?

È successo quasi per caso: ho iniziato a partecipare alle riunioni per curiosità – non avevo mai fatto parte di un’associazione universitaria – e pian piano mi sono trovato a partecipare sempre di più alle attività di UniCa LGBT. La motivazione principale è che vorrei agire in prima persona per cercare di migliorare le condizioni in cui vivono altre persone LGBT.

Come sei diventato presidente dell’associazione?

Tramite le elezioni. Il presidente è rappresentante legale dell’associazione e decide la sua linea comunicativa insieme al resto del direttivo, ma non c’è una vera gerarchia all’interno dell’associazione: la cosa importante per me è che l’associazione sia un safe space per chi ne fa parte, e che loro possano sentircisi sempre a casa.

Di che cosa si occupa UniCa LGBT?

L’associazione è nata a Cagliari nel 2014, e ha come scopo essere un punto di riferimento per persone che fanno parte di una minoranza, accompagnandole nel percorso universitario e stando in prima linea per la tutela dei loro diritti.
Organizziamo diverse attività: abbiamo uno sportello d’ascolto per studenti, chiamato UnicAscolta, in cui ragazze e ragazzi formati da una psicologa offrono un ambiente di ascolto e comunicazione totalmente gratuito a qualunque studentessa o studente voglia usufruire del servizio. Durante il lockdown abbiamo attivato lo sportello anche su Skype, visto che per ovvie ragioni non potevamo riunirci.
Un’altra attività che solitamente svolgiamo è quella dei corsi rivolti agli studenti. Negli anni scorsi abbiamo organizzato dei corsi di fotografia, di teatro, di fumetto, di autodifesa e di voguing. Quest’anno, tuttavia, non è stato possibile mandarli avanti per via della quarantena (i corsi solitamente iniziavano proprio verso marzo).

Voguing? Di cosa si tratta?

Il voguing è uno stile di danza, creato dalla comunità LBGT+ afroamericana e latinoamericana nella seconda metà del secolo scorso in diverse città. Il nome viene dalla rivista Vogue: la danza nasce ispirata dalle pose delle modelle che apparivano sul famoso giornale.
Per portarlo avanti, abbiamo collaborato con l’istruttore Andrea Massa, grazie al quale è stato creato un ambiente in cui gli allievi e le allieve potevano esprimere se stessi e ballare senza paura di essere discriminati, in particolare i ragazzi che potrebbero avere paura di cimentarcisi a causa di brutti stereotipi machisti.

Svolgiamo inoltre diverse attività informative: organizziamo conferenze all’università per informare gli studenti (es. Conferenza CambiaMenti sull’incongruenza di genere; Conferenza sulle Malattie Sessualmente Trasmesse) e il Progetto InformAzione, in cui spieghiamo nei licei che stereotipi devono affrontare le persone LGBT.
Oltre a questo, facciamo parte del coordinamento Pride Cagliari, partecipiamo ogni anno alla marcia per la giornata mondiale contro l’AIDS organizzata dalla LILA e a diverse iniziative di altre associazioni, come ad esempio la Queeresima di Arc.
Inoltre, quando non siamo in quarantena, organizziamo spesso feste e aperitivi per gli studenti.

Sicuramente il vostro impegno durante il lockdown è cambiato molto. Hai detto che avete aperto lo sportello d’ascolto online: ci sono state nuove sfide per la comunità LGBT+ in questa situazione?

È stato detto, da giornalisti di varie testate, che il COVID-19 è un virus che colpisce tutti, quasi come se ci rendesse tutti uguali solo perché può infettare chiunque.
Nulla di più sbagliato, per me: le persone meno privilegiate sono quelle che pagano il prezzo dell’emergenza. Fra queste, chi ha difficoltà economiche, le donne costrette a casa coi mariti abusivi, le persone migranti non regolarizzate che hanno difficoltà ad accedere alla sanità, chi presenta disabilità (fisiche o psicosociali), i riders e tante altre categorie.
Classismo, abilismo, razzismo, sessismo e omofobia sono purtroppo esacerbate da questa situazione.

Per quanto riguarda la comunità LGBT in particolare, le persone LGBT giovani, costrette in casa dal lockdown, spesso devono avere a che fare con genitori che le discriminano, e in quarantena non hanno più un’occasione per stare coi propri amici che spesso vedono come una seconda famiglia che li accetti per come sono.
Inoltre, la situazione è difficile anche per le famiglie omogenitoriali con figli: spesso solo uno dei due genitori può ottenere il congedo parentale, in quanto in Italia l’altro genitore non viene riconosciuto come genitore vero e proprio dalla legge.

Molte visite endocrinologiche sono state sospese, quindi c’era il rischio che molte persone transgender in Terapia Ormonale Sostitutiva avessero difficoltà a ottenere i farmaci per seguirla. Per questo motivo UniCa LGBT ha partecipato all’appello dell’associazione TransVisioni per una proposta, accettata dal ministero della sanità, per l’estensione del piano terapeutico e della ricetta specialistica durante l’emergenza, per la prescrizione di ormoni alle persone che presentano incongruenza di genere e sono seguite da un endocrinologo: questo dimostra che è possibile fare dei passi avanti anche in una situazione di emergenza.

Inoltre, con la vita sociale che si sposta in toto sulle piattaforme social, sono aumentati in numero e gravità i casi di cyberbullismo contro le persone LGBT: per esempio, il Movimento Sardo Transgender ha da poco denunciato uno di questi casi, avvenuto in un gruppo FB di ricerca lavoro a Cagliari; diversi altri casi di violenza, verbale o fisica, online o durante le regolari uscite, sono state denunciate alle associazioni LGBT di tutta Italia.
C’è bisogno più che mai di una legge contro l’omobitransfobia.

Quali sono attualmente le principali lotte della comunità LGBT+?

In linea generale, la lotta viene combattuta su diversi fronti. La violenza contro le persone LGBT è uno dei più combattuti: per esempio, l’Italia è il paese dell’Unione Europea con la media più alta di omicidi di persone transgender.
Giusto qualche mese fa, a Sassari, due donne sono state aggredite davanti a un bar con la sola motivazione che fossero transgender.

Le aggressioni possono essere sia crimini d’odio omobitransfobico per mano di singoli sia omobitransfobia di Stato. Infatti, noi abbiamo la fortuna di vivere in una nazione in cui l’omosessualità e la transessualità non sono illegali, ma purtroppo per la maggior parte delle persone nel mondo non è così: molte nazioni puniscono l’essere LGBT, nei casi peggiori anche con la pena di morte.

In molti paesi del mondo, le persone con lo stesso sesso nei documenti non possono sposarsi fra loro o adottare figli; le persone transgender che vorrebbero cambiare il proprio sesso nei documenti non possono farlo per via di legislazioni arretrate e transfobiche.
Ne è un esempio l’Ungheria, in cui Orban ha utilizzato la scusa della pandemia per prendere i pieni poteri e proporre una legge che rende immodificabile il sesso nei documenti. A riguardo, abbiamo lanciato una petizione insieme ad altre associazioni sarde e italiane (fra cui Asce Sardegna, Certi Diritti, Gruppo Trans, Transvisioni e tantissime altre realtà) per chiedere al governo ungherese di fermare questa deumanizzante proposta.

Gli adolescenti LGBT subiscono spesso violenza da parte dei propri genitori, che può essere verbale o fisica, e arriva anche all’essere buttati fuori di casa.
Non ci sono dati sulla popolazione italiana ma, secondo diversi studi statunitensi e britannici, una buona percentuale dei giovani senza fissa dimora si identifica infatti come LGBT.

Un altro problema è la discriminazione sul lavoro: questa avviene spesso in fase di colloquio, in cui le persone visibilmente queer sono più soggette a pregiudizi, e molto spesso non vengono richiamate per il semplice fatto di non essere conformi agli standard eteronormativi. In alternativa, spesso avviene tramite mobbing da parte dei colleghi o del capo. Tutto ciò è una grande fonte di stress per persone LGBT+, in particolare per quelle transgender.

Cosa possiamo fare in Italia?

In Italia abbiamo diversi problemi che ci sono costati sanzioni dall’Unione Europea in quanto non rispettano gli standard dei diritti umani.

Serve una legge contro l’omobitransfobia. Una proposta è stata avanzata nel 2018, da Farmacia Politica, UniCa LGBT, Movimento Omosessuale Sardo, Arc e Agedo, ma per ora non ha ricevuto risposta da parte della classe politica.
Gli abusi sono all’ordine del giorno, e passano per il bullismo nelle scuole, discriminazioni sul posto di lavoro, la violenza dei genitori sui giovani LGBT, il cyberbullismo, le aggressioni in strada e tante altre modalità. Abbiamo bisogno di un colpo netto dallo Stato, che deve essere al nostro fianco contro la violenza omobitransfobica.
Questo non significa ovviamente che la violenza sia subita solo dalle persone LGBT: la violenza è sbagliata a priori, ma deve essere un’aggravante il fatto che sia un crimine d’odio subito per il solo fatto di appartenere a una minoranza.

Poi vi sono diverse leggi da modificare e aggiornare: le unioni civili non devono assolutamente essere un punto d’arrivo. Serve che vengano estesi il matrimonio e l’adozione anche alle coppie dello stesso sesso, perché non siamo cittadini di serie B.

Il cambio del sesso nei documenti è una procedura estremamente lunga e burocratica, al di sotto degli standard europei. Per la procedura si deve aprire una causa, in cui viene citato il PM, e si procede in tribunale alla dimostrazione dell’equilibrio psicofisico della persona affinché questa possa cambiare i propri documenti.
Il processo è lungo, costoso e logorante per la persona che deve sostenerlo, il che fa sì che molto spesso non lo si tenti nemmeno. L’Italia deve adeguarsi agli standard europei, che prevedono il semplice cambio dei dati anagrafici direttamente alla prefettura della città di residenza in seguito alla relazione di un endocrinologo.

Per questi motivi, si pensi due volte prima di mettere in dubbio l’utilità del Pride e delle nostre lotte.

Chi critica il Pride si dimentica spesso le difficoltà che devono affrontare le persone transgender. Qual è la loro situazione in Italia dal punto di vista medico?

Più che dimenticarsi, le ignora proprio – perché in Italia non se ne parla abbastanza – o addirittura le nega.

Il sistema sanitario italiano deve ascoltare maggiormente le persone transgender e fornire ai propri operatori una preparazione migliore sui loro bisogni.
Gli psichiatri che dovrebbero accompagnare le persone trans nel percorso per ottenere l’ok per la Terapia Ormonale Sostitutiva spesso si comportano in modo inadeguato, minimizzando la loro situazione e dimostrando spesso mancanze di rispetto, forti pregiudizi eteronormativi (concezione secondo cui l’eterosessualità è la norma e il resto è deviazione da questa) e arrivando anche all’abuso verbale. Purtroppo mi è capitato di sentirlo anche da persone a me vicine, che l’hanno vissuto in prima persona.
Gli endocrinologi spesso non si aggiornano sulle scoperte della comunità medica e rischiano di prescrivere farmaci pericolosi o poco efficaci.

Inoltre, i farmaci stessi per la TOS risultano spesso inaccessibili a chi deve poterne usufruire quotidianamente, cosa che avviene per tre motivi, spesso fra loro legati: complessità burocratica relativa alla prescrizione del farmaco, costi spesso molto alti e non rimborsabili o addirittura mancanza di scorte del farmaco stesso. L’interruzione della TOS può portare a conseguenze psicofisiche molto gravi fra cui osteoporosi, problemi metabolici, immunodepressione e riduzione della produzione dei globuli rossi.

Tutto ciò da unire allo stress psicologico che comporta il veder retrocedere i progressi ottenuti con la tanto agognata terapia.
C’è bisogno, dunque, che l’AIFA e il Ministero della salute rendano i farmaci per la TOS disponibili e accessibili a tutte le persone a cui sono stati prescritti, aggiornando i foglietti illustrativi degli ormoni (al momento, questi non prendono in considerazione il poter essere prescritti a una persona con una diagnosi di disforia di genere) e spostando i farmaci in fascia A.

Cosa speri per il futuro?

La strada per l’uguaglianza, per tutte le minoranze e le categorie meno privilegiate, è ancora lunga e piena di ostacoli: grazie a Internet, però, le nuove generazioni sono molto più attente alla società in cui vivono, perché informarsi e ascoltare i punti di vista altrui non è mai stato così semplice e accessibile.

Ciò che auspico è che, grazie a ciò che ognuno cerca di fare nel proprio piccolo e alla collaborazione, riusciremo a conquistare ciò che ci spetta.

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