Il primo episodio di The Morning Show, su Apple TV+, s’accende quando Alex Levy (cioè Jennifer Aniston), conduttrice di uno dei talk show mattutini più seguiti d’America, riceve una notizia che si sarebbe risparmiata volentieri: Mitch Kessler (cioè Steve Carell), suo partner televisivo da 15 anni, è stato accusato di molestie sessuali e perciò licenziato. Ad Alex tocca così incaricarsi della liturgia mediatica prevista dalle tavole del #MeToo. Ossia, andare in onda indossando la maschera più contrita, spiegare al pubblico l’accaduto e rassicurarlo come se la colpa fosse anche un po’ sua. Solo che poi, trascorso un giorno intero a bere e imprecare, Alex guida fino a casa di Mitch, trova il modo di infilarcisi eludendo i paparazzi che la piantonano, e dopo averlo malmenato a parole si lancia in un abbraccio potente.

Si dà il caso infatti che The Morning Show sia stata scritta nell’epoca del dopo Weinstein. Cioè nel periodo che su un’immaginaria linea temporale hollywoodiana si colloca dopo l’ottobre del 2017, e che ha visto un folto gruppo di serie tv reagire con inattesa autenticità al dibattito sollevato dal movimento #MeToo.

Osservato con attenzione il rimbalzare di giudizi su molestati e molestatori, queste serie hanno tirato dritto davanti alla tentazione di schierarsi su posizioni preconfezionate. Piuttosto, hanno imboccato un percorso intermedio, interessato a esplorare le tante sfumature della questione. Così il piccolo schermo s’è punteggiato rapidamente di storie poco confortevoli, scritte per addentrarsi in territori spinosi, al seguito di personaggi affannati nel distinguere il lato giusto e quello sbagliato della faccenda. Perché il punto è riflettere la confusione che accomuna un po’ tutti quando si parla di molestie sessuali. Cosa non scontata, in quest’epoca amante delle opinioni radicali. Nonché un notevole cambio di passo nel modo in cui la tv era abituata ad affrontare l’argomento.

The Morning Show serie tv #MeToo

Le serie tv poco confortevoli dell’era #MeToo

Di questo nuovo corso seriale, The Morning Show è solo uno dei prodotti più recenti e – dicono i critici – nemmeno uno dei meglio riusciti. Ma è un esempio molto limpido della maturazione innescata dal #MeToo nella scrittura di molte serie tv.

Per intenderci, se The Morning Show fosse uscita anche solo cinque anni fa, il copione di Alex sarebbe stato ben più lineare. Forse avrebbe previsto un eroico schierarsi nel nome della giustizia; un monologo moralista ante-perdono; oppure il doloroso confessarsi a sua volta vittima di violenza in un passato remoto, magari con voyeuristico flashback esplicativo. Invece no. Invece per un’intera stagione si cerca di stare al passo con le contraddizioni di Alex, che oscillano tra il voltarsi dall’altra parte e il riscoprirsi complice di un sistema tossico. E benché – primo spoiler – sia quest’ultima opzione a prevalere, resta difficile decifrare se accada per istinto oppure convenienza, paura di perdere il potere ottenuto sacrificando tutta una vita.

Alex è un personaggio ambiguo, o forse semplicemente umano. Proprio come Mitch, che s’indigna per le accuse (“È colpa di Weinstein!”) e intanto la trascina giù con lui. Ma il disagio che si prova a guardarli va oltre il loro agire più o meno riprovevole. A generarlo è l’incapacità di collocarli nelle categorie create dal dibattito del #MeToo (quello più arrabbiato e integralista, e perciò più efficace a livello mediatico).

Chi è la vittima? E il molestatore? È un equivoco sul consenso o violenza sessuale? Se il sistema ti porta a tacere, poi davvero sei complice? Queste domande le serie tv del dopo #MeToo non le risolvono. Anzi, ci si soffermano quanto più possibile. E il cambio di passo sta proprio qui, nei nodi narrativi che turbano e confondono, e che fino poco tempo fa si sarebbero sciolti in finali confortevoli o addirittura ispiratori.

The Morning Show Apple TV+

Le serie tv prima del #MeToo

Le diverse sfaccettature della violenza sessuale sono sempre state parte dei racconti televisivi, spesso anche senza volerlo. Come del resto

la televisione è sempre stata un distributore di morale

ha scritto la critica del New Yorker Emily Nussbaum in un saggio ricco di esempi su come le serie tv stiano affrontando le conseguenze del #MeToo. Solo, nel tempo sono cambiate le modalità e l’onestà nel raccontarla.

Fino alla fine degli anni Novanta, ad esempio, le storie di violenza sessuale erano perlopiù un elemento esterno al normale fluire della trama. Venivano “impacchettate come episodi speciali” – ha scritto Nussbaum per renderne l’eccezionalità – e dunque “trattate come grandi eventi culturali”. Anche perché la morale che si proponevano di insegnare era piuttosto in contrasto con il modo di maneggiare l’argomento in tutti gli altri episodi.

Per le serie dell’epoca, specie se crime e soap opera, la violenza sessuale era qualcosa di crudo o raccapricciante; lo stupro invece un più semplice eccesso di passione, uno sviare dalla strada verso il vero amore. Le molestie sul posto di lavoro poi non erano neppure lontanamente considerate tali. Il che è abbastanza comprensibile, se si pensa che nella realtà si è iniziato a prenderne coscienza soltanto negli ultimi anni. Così, nel frattempo, scene molto classiche ma anche molto eloquenti (il capo che rincorre la segretaria intorno alla scrivania, per dirne una) si sono assestate nell’immaginario comune come gag comiche o romantiche.

Gli episodi speciali a tema violenza sessuale erano un po’ dei correttivi, insomma. E più che per il loro valore artistico – come accade oggi – si distinguevano per il didascalismo del messaggio morale. Quando nel 1977, ha scritto Nussbaum, la sitcom Arcibaldo vide Edith Bunker subire un tentato stupro, suo marito Archie smise di chiamarla “dingbat” (“suonata”, “fessacchiotta”), benché il soprannome ne avesse fin lì caratterizzato dialoghi.

I Soprano e la prima svolta nel racconto tv della violenza sessuale

Il primo vero momento di svolta, nell’evoluzione tv della violenza sessuale che porta fino alle serie del dopo #MeToo, Nussbaum lo attribuisce ai Soprano. In particolare all’episodio del crime drama HBO dove la dottoressa Melfi (Lorraine Bracco), terapeuta del mafioso Tony Soprano (James Gandolfini), viene aggredita e stuprata sulle scale di un parcheggio. Quando l’episodio andò in onda era il 2001, e la scena per quanto breve non risparmiò nulla agli spettatori. Non fu però la sua asciuttezza – a distanza di vent’anni ancora molto disturbante – a segnare un cambiamento nella rappresentazione televisiva della violenza sessuale. Bensì il fatto che Melfi fosse un personaggio centrale della serie e che la sua reazione allo stupro di fatto non avvenne. O almeno, non avvenne nelle modalità fino a quel momento viste in tv.

La trama riguardava quel che non era accaduto

ha scritto Nussbaum. Cioè – altro spoiler – l’aggressore non era stato punito dalla legge e Melfi non aveva chiesto a Tony di fare giustizia, facendo prevalere l’etica in un racconto sulla corruzione morale. Sull’episodio si levò un gran dibattito che probabilmente incentivò molti sceneggiatori a proseguire sulla stessa strada.

Da quel momento, e per i due decenni successivi, la tv vide un moltiplicarsi delle storie di violenza sessuale, molte delle quali create da donne e spesso utilizzate come il fantasma principale nel passato dei personaggi. Non tutte però riuscirono a replicare la lucidità narrativa dei Soprano. A volte la violenza sessuale è parsa più un pretesto serio per portare sul piccolo schermo cliché, scene di misoginia violenta e di pornografia melodrammatica. È il caso di True Detective e del Trono di Spade, spesso accusate di trattare l’argomento con morbosità.

Fleabag, BoJack Horseman e le ansie dell’epoca del #MeToo

Da queste lacune le serie tv del dopo #MeToo si sono emancipate con molta brillantezza: anziché soffermarsi sul come aggirarle o colmarle, hanno spostato lo sguardo sulle tante sfaccettature del dibattito in merito. Secondo Nussbaum

È come se le ansiose discussioni all’interno delle writers’ room fossero confluite nei copioni.

Niente più dimostrazioni eroiche né lezioni morali preconfezionate, quindi. I nuovi protagonisti di questi racconti riflettono tutte le incertezze e le ipocrisie che emergono quando si parla di molestie. Non sempre il risultato è soddisfacente: a volte può risultare fuori luogo e altre fin troppo cinico. Ma le serie che riescono a farlo mostrano una sensibilità e una finezza tali da alzare ogni volta il livello della scrittura televisiva.

Per il momento si tratta perlopiù di commedie. E la cosa curiosa è che le migliori espressioni di questa nuova serialità appartengono a due serie iniziate ben prima del caso Weinstein e della nascita del movimento #MeToo: Fleabag e BoJack Horseman.

La prima stagione di Fleabag, scritta nel 2016 da Phoebe Waller-Bridge, si apriva con il dialogo conflittuale tra la protagonista e un bancario con problemi di misoginia, ma pian piano la trasformava in una strana relazione di supporto reciproco. La quinta stagione di BoJack Horseman, scritta nell’estate del 2017, seguiva invece la creazione di una serie tv con tutti i cliché del classico detective antieroico, toccando molte delle ipocrisie che di lì a poco sarebbero emerse a Hollywood.

Entrambe le serie secondo Nussbaum hanno condotto la tv verso il racconto “delle ansie cruciali” che caratterizzano l’epoca del #MeToo: la rabbia verso i molestatori impuniti, la smania di perdonarli, e la colpevole consapevolezza che questi due impulsi si contraddicano l’un l’altro. Un quadro che le serie tv successive hanno contribuito ad ampliare, aggiungendo ognuna uno sguardo nuovo sulla questione.

BoJack Horseman serie tv #MeToo

Tuca & Bertie e i confini labili tra molestati e molestatori

Messe insieme queste serie tv hanno dato vita a un’enorme e complessa conversazione che continua ad arricchirsi di nuovi stili e punti di vista, e che fa della stranezza, del cinismo, della ruvidità le sue prerogative.

C’è però una serie in particolare che ha portato tutte queste caratteristiche all’eccesso, distinguendosi come una delle meno confortevoli del gruppo. Si tratta di Tuca & Bertie, una comedy animata che potrebbe considerarsi una specie di Girls o Broad City disegnata con lo stesso stile visivo di BoJack Horseman (da qui arriva infatti Lisa Hanawalt, l’illustratrice che l’ha creata).

Nel suo mondo psichedelico – dove le forme cambiano in base alle emozioni e i seni si staccano dal petto per inveire contro i molestatori – vivono il tucano istrionico Tuca (doppiata da Tiffany Haddish) e l’usignolo ansioso Bertie (Ali Wong), due migliori amiche le cui disavventure si scontrano spesso con l’abuso causando piogge di contraddizioni. Bertie, ad esempio, sa riconoscere una molestia sul lavoro, eppure trova istintivamente eccitanti gli abusi di potere di Pasticcere Pete, il pinguino narcisista che l’ha assunta come apprendista. Tuca invece dà lezioni di empowerment femminile all’amica, ma durante il suo primo appuntamento da sobria reagisce al panico denudandosi.

Entrambe sono al tempo stesso molestate e molestatrici, ma per rendersene conto hanno bisogno del confronto con l’esterno; dopodiché scatta puntuale il senso di colpa, la paura di essere giudicate cattive amiche, amanti, dipendenti, femministe. Cosa che non accade, però, perché la serie – per stessa ammissione di Hanawalt – fornisce uno sguardo sui loro traumi passati che è sufficiente ma mai troppo completo. Il punto infatti è comprendere le loro (re)azioni, non giudicare se siano proporzionate a ciò che hanno subito in passato. Con l’intento più ampio di guardare alle storie delle protagoniste come un riflesso dei sistemi in cui vivono.

Capire, non giudicare: le tante morali dei personaggi dell’era #MeToo

Queste serie tv nate nell’era del #MeToo non riguardano tanto i personaggi in sé, quanto i sistemi sociali e lavorativi nei quali sono inseriti. Il loro intento è metterne in luce le incoerenze per mostrare quanto sia difficile riconoscere gli aspetti tossici di una situazione quando si è completamente inglobati al suo interno.

I momenti di maggiore turbamento si hanno così quando i personaggi realizzano di aver nutrito, con le loro azioni o con il semplice tacere, la tossicità dei sistemi cui appartengono; nonché nel loro riscoprirsi molto più ingarbugliati nelle proprie incoerenze di quanto pensassero.

Ma la cosa inedita, di rottura rispetto alla serialità precedente, è che ciascun personaggio non reagisce secondo la morale più giusta. Alcuni – ultimi spoiler in arrivo – escono dalla spirale di abusi: in Tuca & Bertie accade solo quando Bertie vede un’altra apprendista ribellarsi agli atteggiamenti molesti di Pasticcere Pete. Altri rimangono invece nell’ambiguità, come Alex nel finale di The Morning Show: in diretta denuncia il network per cui lavora, ma probabilmente per manipolare il giudizio di chi la ritiene complice. Altri ancora scelgono il potere sulla rettitudine: come Shiv (Sarah Snook), che nel drama Succession sembra l’unica retta in una famiglia di spietati magnati dei media; ma quando si tratta di silenziare un caso di molestie provvede ammettendo di dover salvare status e famiglia.

Per farne vedere le ipocrisie, alcuni personaggi vengono trasformati temporaneamente in quasi-cattivi. Anche i più insospettabili, come l’avvocata Diane Lockhart (Christine Baranski) nel legal drama The Good Fight, che è femminista e anti-Trump, eppure si ritrova a insabbiare con un patto di riservatezza un caso di violenza sessuale che demolirebbe il suo studio. Episodio curioso, peraltro, poiché chiama in causa lo scandalo che ha coinvolto Les Moonves, CEO di CBS, cioè il network che produce la serie stessa.

The Good Fight serie tv #MeToo

La conversazione sul #MeToo, fatta in serie

Con questi esempi e sfaccettature nel trattare l’argomento si potrebbe andare avanti ancora per molto. Ormai è infatti difficile trovare una serie tv che non abbia parlato di violenza sessuale, molestie o consenso, anche solo brevemente.

La risposta al dibattito sollevato del #MeToo infatti non è arrivata soltanto dalle nuove serie tv. In questi quasi tre anni molti show già esistenti hanno riassestato il proprio percorso, mentre altri hanno inserito sottotrame o singoli episodi sull’argomento. Altri ancora poi hanno preso storie già molto conosciute per rivisitarle sotto nuovi e più oscuri punti di vista. Come Fosse/Verdon, la serie di FX che ha raccontato i retroscena tossici di una classica e leggendaria storia d’amore hollywoodiana.

Più si soffermano sulle sensazioni crude e sulle ferite aperte, più queste serie danno il loro meglio. Il risultato è un racconto molto onesto su quanto confusionari possano essere il sesso e il potere, quanto labili siano ad esempio i confini tra l’abusare e flirtare, e quante ansie si generino dal rendersi conto delle proprie contraddizioni. Perché non si può mai esser certi di qualcosa, finché non ci si ritrova coinvolti in prima persona.

Le sfumature da esplorare sono ancora tante, come del resto lo sono le lenti attraverso cui raccontarle. E certo, la tv non è l’unico medium ad assistere a questo tipo di evoluzione. Ma è uno dei pochi – streaming compreso – a essere ancora fortemente legato alle esigenze del suo pubblico. E il solo fatto che molti sceneggiatori abbiano preferito invertire i cliché e rischiare di turbarlo, anziché rassicurarlo, è già un passo significativo e incoraggiante.