Se non sapete chi sia Ramy Youssef, non fatevi problemi: lui lo ha già messo bene in conto. Tant’è che appena salito sul palco dei Golden Globe 2020, premiato come miglior attore in una serie tv comedy, per prima cosa si è premurato di togliere se stesso e il resto della platea dall’imbarazzo dello sbigottimento generale. «So che non avete visto il mio show. Anche mia mamma tifava per Michael Douglas». Per fugare ogni dubbio, comunque, Ramy è un comico statunitense di origine egiziana, ha 28 anni e una carriera abbastanza breve ma già piuttosto notevole. Ramy è inoltre la serie tv di cui è creatore e protagonista, che ha ricevuto diversi apprezzamenti per aver tratteggiato i suoi personaggi musulmani in maniera molto differente da come spesso vengono rappresentati in tv.

Disponibile dalla scorsa primavera sul servizio streaming Hulu (e da poco in Italia su StarzPlay), Ramy è una commedia con qualche sottile venatura drammatica. Per intenderci, appartiene al folto gruppo dei dramedy che per protagonista hanno un millennial in crisi esistenziale. L’ultimo decennio televisivo ne ha prodotti a decine (a partire da Girls), con personaggi perlopiù femminili e femministi dalla psicologia sempre più reale e complessa. Solo negli ultimi tempi il genere ne ha accolto anche un po’ di controparte maschile. Atlanta ha introdotto lo spiantato Earn (Donald Glover), Master of None il single newyorkese Dev (Aziz Ansari), e la più recente Fleabag lo spettinato Prete Sexy (Andrew Scott).

Siano donne o uomini, questi personaggi hanno una cosa in comune: un’esistenza sconclusionata e la perenne indecisione che dai vent’anni accompagna ai trenta, quando non si capisce cosa fare della propria vita e i traguardi sembra di non vederli mai.

Ramy naturalmente non fa eccezione. Vive ancora coi genitori conservatori – immigrati dall’Egitto e dalla Palestina – e la sorella quasi coetanea in un quartiere del New Jersey dalle vivaci diversità culturali. Il suo curriculum vanta studi di medicina interrotti a metà e il fresco licenziamento da una start-up tecnologica. Ma la differenza da altri personaggi come lui è che le sue indecisioni sui passaggi cruciali di vita – identità, amore, lavoro – si intrecciano ai grandi interrogativi spirituali.

Contrariamente a quel che ci si aspetterebbe da un giovane americano di seconda generazione, però, Ramy non vuole emanciparsi dalla cultura religiosa a cui appartiene. Anzi, è l’esatto contrario. Dopo essere cresciuto con sufficiente libertà (sua sorella non porta il velo ed esce in minigonna, per dire), Ramy sente ora il bisogno di ricambiare gli sforzi ammirevoli dei genitori, sistemarsi e provare a diventare un buon musulmano.

Ramy serie tv

La serie (che nella seconda stagione ospiterà anche l’attore premio Oscar Mahershala Ali) segue i tentativi di Ramy di trovare un equilibrio tra i due mondi molto distanti che lo compongono. Per ogni piccolo dogma islamico, ciascuno dei dieci episodi lo osserva vacillare in maniera logorroica e in preda alle contraddizioni.

James Poniewozik, critico televisivo del «New York Times», nota che Ramy non è musulmano per semplice nascita. Eppure il suo modo di praticare la fede è alquanto curioso: “con serietà, ma in maniera selettiva”. Non assume droghe nemmeno sotto scherno, ad esempio, ma non esclude un assaggio di funghi allucinogeni in futuro. Non beve neppure, ma fa molto sesso occasionale prima del matrimonio. E sebbene abbia le migliori intenzioni di astenersi per osservare le pratiche del Ramadan con più entusiasmo dei suoi genitori, si sorride al vederlo fallire già il primo giorno, quando finisce a letto con una sconosciuta – sposata e con un figlio – incontrata in moschea.

Questo fluttuare di contraddizioni dà ritmo al racconto. Ma la sua vera forza – anche comica – è il continuo scontrarsi di Ramy con la visione idealizzata della propria religione. Il suo primo appuntamento combinato, su sua richiesta, con una ragazza musulmana culmina con suo grande sconcerto in maniera perversa e tutt’altro che casta. E al suo fiero ingresso in moschea sfoggiando un galabìa (la tipica tunica lunga indossata soprattutto in Egitto dai ceti popolari), un amico in tuta griffata gli chiede perché sia vestito come Gheddafi.

È come se Ramy non avesse vissuto l’Islam, bensì costruito le convinzioni sulla sua fede affidandosi ai cliché visti in qualche serie tv.

In effetti, difficilmente si è assistito a personaggi televisivi musulmani che non rappresentassero un archetipo standard, un’intera categoria stereotipata. Ramy ne è giusto una piccola sfumatura. E il resto dei personaggi che lo circonda ne incarna tante altre, tutte diverse e tutte molto umane. Ognuno concilia a proprio modo le radici islamiche con la vita occidentale. Ad accomunarli, tanto, c’è l’esasperazione nel sorbirsi le paturnie religiose di Ramy.

La serie li introduce con calma, scegliendo le situazioni più sottili e adeguate. Il padre Farouk (Amr Waked) pare il più conservatore ma ha una passione per le serie tv americane. La madre Maysa (Hiam Abbass) avverte il bisogno di sentirsi ancora utile e lo convoglia nella nella ricerca di una moglie perfetta per il figlio. La sorella Dena (May Calamawy), invece, battaglia a colpi di sarcasmo l’iperprotettività dei genitori, che in quanto donna è maggiore e le provoca frustrazione.

Non mancano poi le figure marcatamente divertenti. Ci sono gli amici Mo (Mohammed Amer) e Ahmed (Dave Merheje), uno osservante e l’altro decisamente no, ma entrambi con meno complessi spirituali di Ramy. C’è l’inopportuno zio Naseem (Laith Nakli), un misogino e antisemita che fa affari di diamanti con gli ebrei (il colmo!). E c’è Stevie (Stephen Way), il compagno di una vita, che ha la distrofia muscolare e con Ramy condivide fin dall’infanzia il confinamento a una minoranza sociale.Ramy serie tv

Benché sia molto più comica di tanti altri dramedy, Ramy non è infatti una serie tv sempre confortevole. Il quarto episodio – il migliore, una meraviglia narrativa – torna alla mattina dell’11 settembre 2001. Si vede un Ramy dodicenne (Elisha Henig) rientrare in classe da una pausa in bagno e imbattersi nelle occhiate già diffidenti dei compagni. Da questo momento, per tenersi stretto qualche amico dovrà dar prova di non essere un terrorista (il padre che si affretta a esporre sul porticato la bandiera americana è di una tenerezza destabilizzante). Eppure un’ansiosa marea di dubbi lo assale lo stesso: in un incubo Osama bin Laden gli fa visita e dice di essere suo cugino.

Certo, Ramy Youssef ha esagerato: questa non è una serie tv autobiografica, o almeno non del tutto. Youssef l’ha scritta più o meno come se fosse uno dei suoi spettacoli di stand-up comedy. Cioè, ha detto di aver preso molte delle questioni – personali, sociali, politiche – con cui lui stesso si è confrontato, per portarle “a un livello più assurdo e fare in modo che qualcuno guardandolo potesse sentirsi meno solo”. Il suo personaggio è un po’ la proiezione di quello che Youssef sarebbe stato se non fosse diventato un famoso comico. Ma anche un tipo umano con dubbi e stranezze assai comuni.

“I musulmani sono stati di continuo oggetti della tv americana” ha scritto il «New York Times» “ma raramente ne sono stati soggetti. Ramy recupera rapidamente il tempo perduto”. Lo fa estrapolando i suoi personaggi dall’involucro stereotipato in cui, soprattutto dal 2001 in poi, sono rimasti avvolti. Lo fa tratteggiandoli senza artificio, né troppo esemplari né troppo riprovevoli. E lo fa approfondendone molto bene le tante e complesse sfaccettature psicologiche. Cosicché non li si percepisce come un’unica categoria culturale o religiosa, bensì come normalissime, imperfette persone.