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Giugno è il mese del Pride, ma soprattutto l’occasione per fermarsi a riflettere su quanta strada abbiamo fatto e quanta ancora strada c’è da fare nel cammino dell’uguaglianza. Nonostante la nostra società si definisca e sia riconosciuta come una democrazia avanzata, molti continuano a essere i freni e gli ostacoli al raggiungimento di un pieno regime di equità. Nello specifico, quando si parla di “uguaglianza” in termini etico-giuridici o etico-politici non si fa riferimento all’annullamento delle differenze, ma all’investimento di tutti i membri di una collettività, nonostante le loro peculiarità, di ugual diritti e valori. Sulla base di ciò potremmo chiederci quanto questo principio venga rispettato nel nostro Paese, dove ogni giorno si leggono notizie di discriminazione sulla base del genere, dell’etnia o della religione di appartenenza, ma anche dell’orientamento e dell’identità sessuale. Tuttavia, mentre la Costituzione italiana, all’articolo 3, sancisce il divieto esplicito di discriminazione sulla base “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, nessun riferimento è fatto in merito all’orientamento sessuale o all’identità di genere.

A quando un passo avanti?

Nel 1889 l’omosessualità è stata depenalizzata in Italia, che fu uno dei primi Paesi europei a farlo, grazie al codice penale del ministro della Giustizia Giuseppe Zanardelli. Nonostante il passo apparentemente liberale, l’abolizione della repressione penale era stata concessa in cambio della regola di mantenere la propria omosessualità nell’ombra. A oggi l’unico passo avanti è stato fatto nel maggio 2016 con l’approvazione della legge riguardante le unioni civili, che garantisce alle coppie omosessuali la maggior parte dei diritti garantiti dal matrimonio, con la discutibile eccezione del diritto di poter adottare. Per quanto riguarda invece le persone transgender, grazie alla legge numero 164 dell’aprile 1982 queste possono legalmente cambiare sesso. Al momento, l’ultimo passo avanti contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale è stato fatto nel 2003 in attuazione di una direttiva dell’Unione Europea, ma nessun’altra legge nazionale contro le discriminazioni per orientamento sessuale o identità di genere è stata introdotta. Si può accettare un simile ritardo nel 2020?

Gli ultimi sviluppi: la legge contro l’omotransfobia

Nel luglio 2018, il deputato del Partito Democratico Alessandro Zan ha presentato il disegno di legge sull’omotransfobia, grazie al quale si sarebbero potuti estendere i reati d’odio – istigazione a delinquere o atti di violenza già puniti dal codice penale – anche all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Nello specifico, gli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale già puniscono la propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica o religiosa, ma, anche in questo caso, nessun riferimento è fatto a ragioni di orientamento sessuale o di identità di genere. Per questo motivo, la proposta di riforma del codice penale permetterebbe di criminalizzare l’istigazione a delinquere e gli atti di violenza sulla base di sigma sessuale, anche se rimarrebbe esclusa la propaganda. Questa piccola ma sostanziale modifica permetterebbe quindi di punire reati motivati da queste discriminazioni con fino a quattro anni di reclusione.

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Nello specifico, la legge Zan interverrebbe sull’articolo 90 quater del Codice di procedura penale inserendo la frase “o fondato sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”, riconoscendo così gli appartenenti alla comunità lgbt come vittime vulnerabili nell’Italia di oggi. Per l’articolo 4, inoltre, si concederebbe un patrocinio gratuito alle vittime di omotransfobia. Tuttavia, uno degli aspetti più interessanti è che si interverrebbe anche sul recupero degli omofobi che aggrediscono altre persone per il loro orientamento sessuale o per la loro identità di genere. Dopo il processo, il condannato potrebbe chiedere la sospensione della pena in cambio di lavoro socialmente utile per restituire alla collettività offesa una parte, e magari, allo stesso tempo, imparando a rispettare loro realtà solo apparentemente distante. Infine, gli ultimi articoli del ddl prevedono un percorso di politiche positive per l’Italia, quali l’istituzione della Giornata Nazionale contro l’Omotransfobia il 17 maggio; l’inserimento di nuove misure nell’educazione e nell’istruzione, ma anche al lavoro e nelle carceri; l’istituzione di un fondo dedicato ai centri antidiscriminazione e alle case rifugio, che in questi anni sono sopravvissute solo grazie a iniziative indipendenti, e, in aggiunta, l’inclusione nei dati Istat di un monitoraggio ad hoc sull’andamento dell’omotransfobia in Italia.

La paura dell’uguaglianza: la reazione della Cei

Dopo circa due anni che la legge Zan aspetta di essere discussa, finalmente, lo scorso 4 giugno, è approdata in commissione di Giustizia, ma molte sono state le critiche che hanno seguito. La Conferenza episcopale italiana (Cei) ha espresso una forte contrarietà alle modifiche al codice penale, affermando che questa modifica, oltre che inutile, costituirebbe una limitazione alla libertà critica dei gruppi anti-lgbt. Eppure, questo disegno di legge esclude il reato di propaganda di idee, quindi non è assolutamente corretta la definizione della norma in termini di “deriva liberticida”. In aggiunta, la Cei ha sentenziato che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento e persecutorio e, proprio per questo, la nuova legge è “preoccupante”, in quanto l’introduzione di nuove norme incriminatrici rischierebbe di “introdurre un reato di opinione“.

Dati alla mano

Secondo il censimento fatto da Arcigay, sono 138 gli episodi Lgbti-fobia avvenuti in Italia nel corso dell’ultimo anno. Sul totale di questi episodi, 74 sono avvenuti nel Nord Italia, 30 al Centro, 21 al Sud e 13 nelle Isole. Infatti, analizzando le storie e i dati riportati, il problema maggiore è proprio al Nord, dove si sta assistendo increduli al radicamento dell’istanza omotransfobica, tra l’altro spesso legittimata dalle istituzioni. Nello specifico, 31 di questi 138 sono state vere e proprie aggressioni, 13 sono stati invece gli adescamenti a scopo di rapina, ricatto o estorsione, 9 gli episodi di violenze famigliari, 31 gli episodi di discriminazioni o insulti in luoghi pubblici, mentre 17 sono state le scritte infamanti su muri, auto, abitazioni; 25, infine, sono stati gli episodi di hate speech e incitazione all’odio – online e offline – scatenati da esponenti politici, gruppi e movimenti. Chiaramente, questi dati rappresentano solo la punta dell’iceberg, gli episodi a cui sono seguite denunce, ma denotano l’esistenza di un problema assai grave di discriminazione.

Sulla base di queste considerazioni è evidente che la legge Zan non sia “inutile”. Come ha affermato la presidente della commissione Giustizia di Montecitorio, Francesca Businarolo, la dichiarazione del Cei è una chiara dimostrazione della volontà di non voler prendere atto della dura realtà che vivono tutti i giorni gli appartenenti della comunità lgbt. Infatti, si è già in grave ritardo sulla tabella di marcia dei cambiamenti e non si può più aspettare: è giusto e necessario prendersi la responsabilità politica ed etica di intervenire per il cambiamento. Questo disegno di legge di certo non risolverà il problema della discriminazione basata sullo stigma sessuale, ma potrebbe essere un concreto passo avanti verso una società più equa.