Abortire in Italia ai tempi dell’emergenza coronavirus presenta già numerose difficoltà, dall’alta percentuale di obiettori di coscienza al rischio di contagio durante il ricovero ospedaliero. Alcuni ospedali hanno addirittura sospeso o trasferito il servizio in altre strutture, con conseguenze piuttosto pesanti se si pensa alle limitazioni agli spostamenti degli ultimi mesi di lockdown.
Al sorgere della cosiddetta Fase 3, in Umbria è emersa una nuova complicazione: la giunta di centrodestra ha abolito l’aborto farmacologico in day hospital, costringendo chi dovesse avere la necessità di praticare un’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) al ricovero di tre giorni.

Aborto chirurgico e aborto farmacologico

Le linee guida del Consiglio superiore di sanità prevedono l’ospedalizzazione di tre giorni per l’aborto farmacologico o pillola RU-486, ma di fatto molte regioni italiane – Umbria compresa, fino a pochi giorni fa – hanno permesso comunque il day hospital, sulla scia delle percentuali positive sulla buona riuscita della procedura (nessuna complicazione per il 96,9 per cento dei casi). Nel resto d’Europa, le donne scelgono sempre più spesso l’interruzione farmacologica di gravidanza, che in alcuni paesi viene persino somministrata dai medici di famiglia ed effettuata a casa.
Per quanto riguarda le regioni che hanno deciso di mantenere i tre giorni di ospedalizzazione, la maggior parte delle pazienti ha aggirato quest’obbligo dimettendosi volontariamente dopo l’assunzione del primo dei due farmaci necessari (mifepristone), per poi prenotare un nuovo ricovero due giorni dopo per il secondo farmaco (misoprostolo).

L’aborto chirurgico si effettua invece in day hospital, ma richiede l’utilizzo della sala operatoria: in condizioni normali, gli ospedali italiani offrono molto più spesso questo tipo di interruzione volontaria di gravidanza, ma durante un’emergenza sanitaria di queste proporzioni sarebbe certamente utile snellire il procedimento ed evitare la sala operatoria.

Se da una parte ricorrere all’aborto chirurgico rappresenta un peso non indifferente sulle strutture ospedaliere già in difficoltà per fronteggiare l’emergenza coronavirus, dall’altra un ricovero di tre giorni significa un’esposizione maggiore alla possibilità del contagio, considerato che in vari casi gli ospedali sono stati tra i maggiori focolai del virus.

Il ritorno al passato della regione Umbria

L’accusa nei confronti della regione Umbria, guidata dalla presidente leghista Donatella Tesei, consiste nel sospetto che imporre il ricovero sia solo un modo come un altro per disincentivare l’aborto, mettendo le donne davanti a un brutto bivio. Costringendole quindi a scegliere tra una procedura chirurgica più veloce, ma molto più invasiva (sia fisicamente che psicologicamente), e una pratica più sicura, ma più lenta, da effettuare in un preciso momento storico in cui gli ospedali fanno paura, tanto che alcune persone li evitano anche se ne hanno bisogno, pur di non rischiare il contagio.

Non a caso diverse organizzazioni per i diritti delle donne hanno richiesto l’attuazione di misure eccezionali per evitare, data la crisi sanitaria, ospedalizzazioni non strettamente necessarie, sulla scia degli altri paesi europei che mettono a disposizione più tempo per poter accedere all’IVG (nove settimane contro le sette italiane) e non prevedono ricoveri così lunghi.

L’interpretazione più conservatrice della legge 194

Di fatto, l’attuale giunta di centrodestra dell’Umbria, annullando le decisioni dell’amministrazione regionale di centrosinistra che l’ha preceduta, sta applicando la legge 194, interpretando in maniera più restrittiva le linee guida del ministero. La legge 194 autorizza le singole regioni a organizzarsi in maniera autonoma, quindi la decisione della regione Umbria non viola le direttive generali, ma è chiaramente una decisione figlia di una visione conservatrice e arretrata che, anziché garantire la libera scelta e accompagnare adeguatamente le donne nel valutarne le opzioni, preferisce continuare a dir loro cosa è giusto e cosa è sbagliato. Se la motivazione data per giustificarlo è che in questo modo la salute delle donne sia più tutelata, il risultato reale è che l’interruzione volontaria di gravidanza viene ostacolata.

L’aborto, farmacologico o chirurgico che sia, rientra tra le prestazioni che il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a offrire in qualsiasi momento, ovvero tra i cosiddetti livelli essenziali di assistenza (LEA). Rendere più lungo e difficoltoso il processo, soprattutto nello scenario dell’emergenza sanitaria, significa che questo diritto viene a mancare.

Viene a mancare anche la possibilità di mantenere la propria privacy, perché un’assenza di tre giorni da casa o da lavoro è difficile da giustificare. Soprattutto, la giunta di Donatella Tesei ha deciso di obbligare le cittadine a praticare l’IVG con un ricovero evitabile in una situazione in cui gli ospedali devono garantire il distanziamento sociale tra i pazienti, dunque con meno posti letto e reparti congestionati; il tutto nelle poche settimane a disposizione per poter praticare l’aborto in maniera sicura, che lo rende a tutti gli effetti un intervento urgente. Ma la regione Umbria vantava già il 66% di medici obiettori di coscienza: un problema enorme, che costringe chi ha bisogno di abortire a fare il tour di medici e ospedali, che in concomitanza con un’epidemia si fa ancora più grave.

La nuova giunta umbra, evidentemente, vede ancora l’aborto come una colpa, e giustificare la scelta con l’intenzione di proteggere le donne non è altro che un brutto gioco di retorica. Anziché aggiungere altri ostacoli, sarebbe anche arrivato il momento di capire che parlare di tutela della salute delle donne ponendo limiti al loro diritto di autodeterminazione è un grave ossimoro.

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