Nel sud dell’Egitto, a circa 280 km dalla città di Assuan, si trova un incredibile complesso archeologico che comprende due templi originariamente scavati all’interno della roccia della montagna. Si tratta di Abu Simbel, sito riconosciuto come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1979.

I templi vennero fatti erigere dal faraone Ramses II nel XIII secolo a.C. per celebrare la vittoria nella battaglia di Kadesh, contro gli Ittiti. Si tratta di una struttura architettonica imponente, caratterizzata dalla presenza di numerosissime statue di notevoli dimensioni. In particolare, spiccano i quattro colossi raffiguranti il faraone, posti all’entrata del Grande Tempio. In ognuna delle quattro enormi statue, alte ben 20 metri, il faraone indossa la corona dell’Alto e Basso Egitto. Purtroppo una di queste è priva del capo, crollato poco dopo la costruzione del tempio a causa di un terremoto. Pare che durante la caduta abbia inoltre distrutto anche altre sculture minori.

L’intero complesso vuole celebrare la natura divina di Ramses II e venerare lui e la moglie preferita, Nefertari, alla quale è dedicato il Piccolo Tempio. La stessa regina è anche rappresentata, insieme con i figli, in statue minori al di fuori del Grande Tempio. La rilevanza data a Nefertari non è da sottovalutare: sebbene le regine egizie godessero di maggiore libertà rispetto a molte altre donne dell’epoca, era raro che venisse attribuita loro tanta importanza.

Il sito archeologico di Abu Simbel venne scoperto dallo svizzero Johann Ludwig Burckhardt nel 1813, ma fu l’archeologo italiano Giovanni Battista Belzoni a penetrarvi per la prima volta. Si trattò di un’esplorazione straordinaria: nessuno si sarebbe aspettato che, sepolto da millenni sotto la sabbia, si trovasse un complesso di tale estensione!

Tuttavia, il fascino emanato da questo straordinario sito UNESCO è dovuto anche alla singolare vicenda di cui fu protagonista. All’inizio degli anni Sessanta, infatti, il governo egiziano decise di costruire una grande diga per limitare le inondazioni del Nilo e fornire energia elettrica al Paese. La diga di Assuan, però, avrebbe completamente sommerso i templi di Abu Simbel! Per questo motivo il governo, in collaborazione con l’UNESCO, diede il via a una delle operazioni archeologiche più importanti (e complesse) della storia: lo spostamento del sito di Abu Simbel circa 65 metri più in alto e 300 metri più indietro rispetto alla postazione originale. La parte di collina dalla quale erano stati ricavati i templi (insieme con tutte le immense statue) fu interamente tagliata, numerata, smontata e poi ricostruita nella nuova posizione, sulle rive del lago Nasser.

Il progetto ebbe risonanza mondiale, tanto che furono coinvolti ingegneri, tecnici e operai da ben centotredici paesi. Numerosi furono gli italiani coinvolti nel progetto, esperti cavatori di marmo provenienti da Carrara che misero le proprie conoscenze e abilità al servizio di un’impresa apparentemente impossibile. Eppure in pochi anni (1964-1968) il ciclopico complesso è stato spostato in blocchi e poi rimontato con precisione millimetrica su una collina artificiale in calcestruzzo che ricalca le forme dell’originale. Tutto ciò grazie alle nuove tecnologie e soprattutto alla collaborazione internazionale, che ha garantito il successo dell’impresa.

Il governo egiziano decise inoltre di donare i templi minori, minacciati dalle acque, a vari musei di paesi stranieri, come segno di riconoscenza.  L’Italia, che svolse un importante ruolo in quest’impresa, ricevette il tempio di Ellesjia, attualmente conservato al Museo Egizio di Torino.

Un altro elemento che testimonia la precisione degli ingegneri risiede nel fatto che essi sono riusciti a riprodurre un particolare fenomeno, detto anche “miracolo del sole”. Due volte l’anno (21 febbraio, giorno di nascita di Ramses, e 21 ottobre, giorno della sua incoronazione) la luce del sole giungeva ad illuminare il volto della statua del faraone per circa 20 minuti, ricaricandone in tal modo l’energia. O perlomeno, questo è quello in cui credevano gli antichi egizi. I raggi illuminavano anche, per circa 5 minuti, le statue di Amon-Ra e Ra-Harakhti, mentre Ptah, dio delle tenebre, non veniva mai toccato dalla luce solare. La “magia” è in realtà il risultato di sofisticati calcoli degli architetti egizi, ottimi conoscitori del mondo celeste. Nonostante lo spostamento del sito, gli ingegneri sono riusciti a replicare con esattezza questo fenomeno, seppur con un giorno di differenza (il “miracolo” si verifica dunque il 22 febbraio e il 22 ottobre). Chissà se il faraone avrebbe apprezzato il loro impegno o non avrebbe gradito festeggiare il compleanno con un giorno di ritardo.