Il 24 marzo, di sera, il premier Narendra Modi annuncia che di lì a quattro ore entrerà in vigore l’isolamento di massa. Alla mezzanotte del 25, in India si fermano attività, treni, aerei, circolazione di persone: le pene per chi esce di casa sono molto severe. Il lockdown imposto a 1,38 miliardi di persone è la strategia con cui il premier vuole arginare il contagio: i malati, allora, sono 597. Dopo cinquantacinque giorni di quarantena, più di 100.000. Il confinamento ha fallito, secondo alcuni esperti per il modo disorganizzato in cui è stato applicato: appena scattate le misure, milioni di persone hanno intrapreso un vero e proprio esodo dalle città – dove lavoravano, sì, ma non avevano alloggi fissi né un impiego stabile – alle campagne di cui erano originarie. Al riguardo, il 30 marzo la corte suprema indiana ha dichiarato che il panico e la paura dei cittadini stanno diventando “un problema più grande del Coronavirus” e ha chiesto spiegazioni al governo centrale.

Non è infatti il Coronavirus in sé il trauma più serio da cui l’India deve ora cercare di riprendersi: il virus è stato più spesso asintomatico che aggressivo, e i dati numerici (poco più di 4.000 morti) sono irrisori rispetto all’impatto che da inizio anno ha avuto la tubercolosi (circa 150.000 decessi). Piuttosto, quella fiumana che si è mossa dalle città verso le campagne ha portato con sé debolezza e disperazione: parecchi sono morti di fame, o di fatica, altri di incidenti stradali, altri nelle resse per procurarsi da mangiare. Se la disoccupazione era già a livelli esorbitanti prima della pandemia, ora l’India è precipitata in una crisi sociale ed economica dalla quale potrebbe non riuscire a rialzarsi. La scrittrice Arundhati Roy ha scritto che “possiamo salutare l’avvento dell’apartheid di classe. È l’era dell’assenza di contatti, nella quale i corpi di una classe sociale sono visti come un rischio biologico per un’altra. A questi corpi che costituiscono un rischio sarà chiesto di lavorare in condizioni pericolose, senza le protezioni che si possono permettere i privilegiati“.

A questo clima di disagio si unisce la “questione musulmana”: da dicembre è entrata infatti in vigore una nuova legge, il Citizenship amendment actche facilita l’acquisizione della cittadinanza per i migranti irregolari originari di Pakistan, Afghanistan e Bangladesh appartenenti a diverse minoranze religiose (induiste, sikh, buddiste, jain, parsi e cristiane) purché non siano di religione islamica. I musulmani infatti, a detta del Partito del Popolo Indiano (di estrema destra) cui appartiene il premier Modi, “non hanno bisogno di protezione in quanto costituiscono la maggioranza nei paesi di provenienza”. La legge è stata vista come anticostituzionale, e ci sono state rivolte nelle città mentre diversi hanno sottolineato la vena nazionalista volta a ribadire il primato della popolazione hindu. La legge ha confermato l’impegno del governo Modi nel dividere la popolazione su base etnica, sessuale, di casta e, per ultima, di religione.

Di fatto, in India ghetti musulmani e centri di detenzione esistono già: il Paese che era conosciuto per la divisione in caste, tra cui quella dannata degli Intoccabili, vive ora una parcellizzazione ancora più minuta della società. Gli indiani sono invitati a schierarsi l’uno contro l’altro, a individuare il diverso e odiarlo, emarginarlo. La pandemia di Coronavirus ha rafforzato divisioni sociali preesistenti: i poveri, impossibilitati a mantenere il distanziamento sociale, sono stati nel mirino del contagio, mentre i musulmani sono stati accusati di diffondere il virus. E quello che risulta evidente è che l’amministrazione indiana abbia utilizzato la pandemia come opportunità per intensificare la svolta totalitarista che era già in corso.

La risposta debolissima alla pandemia ha anche aumentato la demonizzazione dei poveri, sempre più alla mercé della politica draconiana del governo: in un Paese dove più del 90% della forza lavoro è impiegata in settori non organizzati o regolamentati dell’economia, la pandemia ha creato ancora più incertezza e disperazione. In questo quadro, lo spazio lasciato alle minoranze è sempre più soffocante: vittime della realtà ultra nazionalista, volta a costruire una nazione etnicamente omogenea, devono guardarsi dai loro compatrioti più che dal Covid-19.

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