L’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) ha sempre avuto una storia molto travagliata e quando finalmente è stata legalizzata, in Italia solo nel 1978, è comunque stata ostacolata da medici obiettori di coscienza, che rifiutano di adoperare questa pratica per opinioni personali e che oggi in Italia rappresentano ben il 70,9% del personale sanitario secondo i dati del 2018. Se l‘aborto ha dovuto fin da subito superare molti ostacoli, in questo momento delicato per l’umanità, con la pandemia da Coronavirus in corso e gli ospedali pieni, è diventato ancora più difficile per le donne accedere a questo tipo di pratica.

Come ha affermato Eleonora, attivista dell’associazione Obiezione Respinta, le richieste di aiuto da parte di donne che vogliono interrompere una gravidanza indesiderata sono in questo periodo aumentate tantissimo e quasi tutte hanno le stesse difficoltà:

Mancanza di informazioni e perdita di autonomia, innanzitutto: il dover stare a casa sta facendo esplodere una serie di questioni che con l’aborto diventano di ancor più difficile gestione. Moltissime studentesse fuori sede, per esempio, sono tornate al proprio domicilio e si trovano a dover affrontare l’aborto di nascosto, ma con difficoltà, perché non è semplice in questo momento dover giustificare un’uscita di casa prolungata per andare in ospedale.

Ospedali-focolaio, i problemi dell’aborto farmacologico e la soluzione della de-ospedalizzazione:

Il primo fra tutti gli ostacoli incontrati dalle donne in questo periodo sono gli ospedali-focolaio. Infatti gli ospedali, colmi di persone infette, sono il centro di contagio da Coronavirus più pericoloso, e le donne incinte hanno, come si può ben immaginare, molta paura di infettarsi mentre si recano in ospedale per interrompere la gravidanza o mentre sono ricoverate.

Evitare le strutture ospedaliere è però impossibile in Italia: l’aborto può essere praticato sia per via chirurgica, attraverso l’aspirazione del feto, sia per via farmacologica, attraverso l’assunzione di due medicinali, ed entrambe le pratiche non possono per legge essere attuate fuori dall’ospedale.

La maggior parte delle donne preferisce l’aborto farmacologico, introdotto in Italia solo nel 2009, per non sottoporsi a un’operazione chirurgica. Molto spesso però non riescono ad accedervi facilmente, a causa della poca disponibilità della maggior parte delle strutture ospedaliere che effettuano solo l’aborto chirurgico, e non è quindi un caso che la percentuale degli aborti farmacologici in Italia rispetto al totale delle interruzioni di gravidanza sia solo il 17,8%, mentre per esempio in Finlandia sia del 97%, in Svezia del 93% e in Svizzera del 75%.

La difficoltà ad accedervi è inoltre oggi aumentata a dismisura. Infatti, l’aborto farmacologico consiste nel prendere due medicine, il mifepristone e il misoprostolo, a distanza di due giorni l’uno dall’altro, e il ricovero in ospedale di tre giorni, nonostante questo non sia assolutamente necessario e contrariamente a quanto accade negli altri paesi europei. Oggi è quindi sconsigliabile abortire con questa modalità per non dover restare tre giorni in un luogo ad alto contagio. L’aborto chirurgico è comunque rischioso ma prevede invece solo un giorno di ricovero.

Non solo l’aborto farmacologico è ostacolato dalla permanenza obbligatoria in ospedale, ma anche da un periodo di tempo messo a disposizione molto limitato. L’organizzazione mondiale di sanità (OMS) ha chiarito che sarebbe possibile accedere ai farmaci entro le nove settimane di amenorrea, condizione in cui il ciclo mestruale si ferma, e questo tempo è stato anche adottato in molti paesi europei e non, tranne che in Italia, dove il periodo di tempo per accedere all’aborto farmacologico è solo entro le prime 7 settimane.

Il periodo disponibile è quindi pochissimo, soprattutto in questi momenti: gli ospedali sono occupati a fronteggiare l’emergenza sanitaria da Coronavirus e sono quindi difficili da contattare per altre emergenze come questa. Anche la maggior parte dei consultori dove si potrebbe chiedere aiuto sono in realtà chiusi, il tempo passa e le donne sono lasciate a loro stesse, tra ansia e paure.

L’Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani (AOGOI) decide a questo punto di chiedere agli organi competenti un aumento del limite massimo di tempo entro il quale è possibile ricorrere all’aborto farmacologico e soprattutto la de-ospedalizzazione dell’aborto farmacologico: una soluzione sarebbe infatti quella di non ricorrere all’ospedale ma dare l’autorizzazione a consultori e ambulatori per seguire questa modalità. Elsa Viora, presidente dell’associazione, afferma:

Lo spostamento del limite da 7 a 9 settimane è una richiesta già avanzata all’AIFA (Agenzia italiana del farmaco). In quasi tutti i Paesi dove il farmaco è in commercio viene utilizzato fino a 9 settimane senza un aumento delle complicanze. Ricordo che il farmaco è utilizzato non solo per le IVG (interruzioni volontarie di gravidanza), ma anche per gli aborti interni e prolungare il limite temporale ridurrebbe le procedure chirurgiche, con conseguente utilizzo delle sale operatorie e del personale, compresi gli anestesisti.

Per Elsa Viora, la de-ospedalizzazione invece:

richiede una organizzazione adeguata, in termini di personale e di attrezzature, dei Consultori e degli ambulatori, dove ciò è possibile può essere una soluzione sia per le donne sia per decongestionare gli ospedali tanto più in questo momento di emergenza.

Anche Pro-Choice, la rete italiana per la contraccezione e l’aborto, chiede la de-ospedalizzazione dell’aborto e l’aumento del tempo massimo per facilitare la pratica e dare un po’ di ossigeno agli ospedali colmi, favorendo in questo modo consultori e ambulatori.

L’associazione Non una di meno-Genova segue Pro-Choice e decide di mandare una lettera alla Regione Liguria e ai dirigenti della sanità, affermando:

In piena epidemia da Covid 19, con gli ospedali sovraffollati e possibili focolai di contagio, personale e posti letto che scarseggiano, è il caso di ripensare a come viene effettuato l’aborto farmacologico. […] Sappiamo che Genova e la Liguria sono tra le regioni dove l’applicazione della legge 194, nonostante la percentuale alta di obiettori di coscienza, è garantita e dove in maggior misura è possibile ricorrere all’aborto farmacologico. Ma proprio per questo motivo, a fronte della situazione di emergenza degli ospedali pubblici e della loro pericolosità come luoghi di contagio, è possibile chiedere che la RU486 (medicinale per l’aborto farmacologico) venga data nei consultori.

[…] Anche l’obbligo di degenza in ospedale per tre giorni, così come previsto dalla normativa vigente, è di fatto revocabile, in quanto inutile e al momento gravoso per le nostre strutture ospedaliere. […]

Questa è l’occasione per ripensare ai termini imposti solo in Italia delle sette settimane entro cui è possibile ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica, mentre negli altri paesi il limite è di nove settimane, permettendo a più donne così di evitare l’intervento chirurgico pur restando nei limiti di una pratica sicura.

La sospensione del servizio:

Un altro dei tanti ostacoli che devono superare le donne che necessitano di un aborto è sicuramente trovare una struttura che li effettua. Infatti in questo periodo di crisi per il nostro Paese, molti ospedali hanno deciso di sospendere temporaneamente l’aborto farmacologico e continuare però a praticare l’aborto chirurgico, mentre molti altri hanno sospeso entrambe le modalità.

Sono sicuramente decisioni che contraddicono il documento scritto  dal Ministero della Salute e pubblicato il 30 marzo scorso, in cui è presente un elenco dei servizi ostetrici e ginecologici che non possono assolutamente essere rinviati o sospesi, come l’interruzione volontaria di gravidanza. Nonostante questo però, trovare una struttura ospedaliera disponibile è diventata oggi una grande impresa.

Per quanto riguarda la situazione in Lombardia, Sara Martelli, una delle responsabili della campagna Aborto al sicuro,  ha infatti affermato:

Il servizio IVG è sospeso all’Ospedale Sacco, al Buzzi, e parzialmente al Niguarda. Al San Carlo hanno sospeso le IVG con metodo farmacologico e molti reparti ora funzionanti a Milano stanno dedicando posti letto al COVID-19. Ci sono altri ospedali in Lombardia che hanno dovuto chiudere i propri ambulatori IVG e quasi metà dei consultori sono chiusi a Milano.

La situazione cambia continuamente ed è quasi impossibile raggiungere informazioni. Quello che sta succedendo mette in evidenza non solo l’utilità di de-ospedalizzare l’aborto farmacologico ma anche la necessità di avere un centro di informazione e coordinamento regionale, come prevede tra l’altro la nostra proposta di legge di iniziativa popolare, arenata da mesi in attesa della discussione in consiglio regionale.

La soluzione della Telemedicina:

Le associazioni competenti hanno trovato un’ulteriore soluzione e tutti questi problemi: la telemedicina. Si tratta cioè di poter consultare il medico tramite videochiamate, senza in questo modo doversi spostare nel periodo di emergenza sanitaria, ed essa sarebbe infatti un grandissimo passo avanti anche per le persone con difficoltà motorie.

Per quanto riguarda l’aborto farmacologico, oltre alla de-ospedalizzazione, il medico potrebbe controllare l’uso delle pillole, la salute della donna e rendersi disponibile per rispondere alle preoccupazioni tramite l’utilizzo della tecnologia: videochat, videochiamate o video conferenze sarebbero molto utili per risolvere tutti questi problemi sollevati.

Pro-Choice ha preso l’iniziativa e ha inviato una lettera alla Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) in cui ha chiesto:

[…] In questo periodo di emergenza sanitaria di considerare anche la possibilità di aborto farmacologico a casa dopo sola consultazione da remoto, con modalità garantite di sorveglianza e reperibilità per le utenti da parte della struttura che offre il servizio.

Alcuni paesi europei l’hanno già attivata: il Regno Unito ha esteso il limite massimo dell’aborto farmacologico per le prime 10 settimane di amenorrea e ha promosso l’interruzione volontaria di gravidanza per via telematica, specificando che la telemedicina è una soluzione temporanea che durerà fino al termine dell’emergenza sanitaria. In Francia invece il Collège National des Gynécologues et Obstétriciens Français (CNGOF) è molto vicino alle donne in questo momento e tra le diverse indicazioni, autorizzano anche l’aborto farmacologico assistito da remoto.

La telemedicina sembrerebbe quindi un futuro molto prossimo!

L’intervento indesiderato dei gruppi anti-scelta:

Le associazioni e i gruppi contro l’aborto, come Pro-Life e Famiglia, hanno iniziato ad approfittarsi di una situazione così altamente instabile per chiedere di sospendere l’aborto, indipendentemente dalla modalità, sperando certamente che questo sia un pretesto per eliminarlo a tempo indeterminato. Sostengono infatti che sia una pratica non necessaria e prorogabile in un momento di emergenza sanitaria come questo.

Hanno inoltre avviato una petizione online per chiedere al Ministero della Salute di bloccare tutte le interruzioni volontarie di gravidanza:

La scelta di non interrompere le pratiche di aborto […] ci sembra una vera e propria ipocrisia, nel momento in cui sono tantissimi gli appelli a fare ognuno la propria parte per ridurre il numero di contagi e quindi di morti, così come moltissime sono le raccolte di fondi proprio per tentare di salvare più vite possibile. Le vite, però, sono – o dovrebbero essere – tutte uguali e tutte, quindi, dovrebbero essere salvate, tanto quelle degli anziani e dei malati di Coronavirus, quanto quelle dei piccoli nel grembo materno.

[…] Tuttavia, in una situazione di emergenza nazionale e internazionale nella quale gli interventi chirurgici – talvolta – vengono effettuati solo per i pazienti in pericolo imminente di vita, invece si continua imperterriti a sopprimere i bambini nel grembo materno e a considerare la pratica abortiva come se fosse un servizio essenziale, indifferibile e urgente.

[…] per chiedere al Ministero della Salute e ai presidenti di Regione che l’interruzione volontaria di gravidanza non sia considerata un intervento indispensabile o urgente, e che pertanto siano interrotte le operazioni abortive, sia quelle chirurgiche che quelle farmacologiche (RU 486).

L’aborto è un servizio essenziale:

Contrariamente a ciò che i gruppi anti-scelta hanno affermato, l’aborto è assolutamente un servizio essenziale, indifferibile e urgente, come è confermato anche dalla legge 194 del 1978, e l’impossibilità di accedervi può causare gravi danni alla salute fisica e al benessere psicologico della donna.

In Italia, inoltre, l’interruzione volontaria di gravidanza è uno dei LEA, i Livelli Essenziali di Assistenza: servizi che il Sistema Sanitario Nazionale deve sempre assicurare.

Nonostante tutto questo, le società scientifiche di ostetricia e ginecologia italiane non si stanno occupando direttamente dei problemi legati all’aborto in questo periodo, limitandosi solo a ribadire che l’IVG non può essere bloccato, insieme ad altre prestazioni necessarie.

Le donne però non si devono sentire sole né abbandonate: le associazioni Obiezione Respinta e Ho abortito e sto benissimo stanno aiutando le persone in difficoltà mettendo a disposizione un numero di telefono attivo 24 ore su 24 e il canale Telegram SOS Aborto _ COVID-19, dove pubblicano informazioni utili, aggiornamenti sulle varie condizioni degli ospedali, esperienze e in cui si può chiedere aiuto!