Dal “vecchio mondo” a quello di universo digitale e Intelligenza Artificiale

Il passaggio dal “mondo che conoscevamo” all’infosfera, al cyberspazio, all’universo digitale e all’Intelligenza Artificiale non è stato propriamente un avanzamento tecnologico, un miglioramento strumentale, ma piuttosto un passaggio generazionale, l’incedere di un nuovo protagonista.

Lo sviluppo inarrestabile (e perlopiù segreto) delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione (ICT) ha preso il volante nella strada verso la globalizzazione assoluta. Ha osato, dove la deregolamentazione finanziaria, la fluidità della giustizia e l’ingordigia del Capitale non sono autonomamente arrivate – rischiando (e di fatto riuscendo) di dare nuova linfa e nuovi mezzi allo sfruttamento, alla mercificazione, all’omologazione e alle disuguaglianze.

Siamo in un’epoca in cui gli squilibri di ricchezza prendono le forme del digital divide. Poiché i dati e gli algoritmi sono il nuovo petrolio, e ciascun protagonista del vecchio mondo – dalla politica agli ordinamenti giuridici tradizionali, dalla spensieratezza alle relazioni fisiche, dall’idea di “lavoratore” a quella di “essere umano” e a quella di “libertà” – sta facendo spallucce o cedendo il passo, profondamente impreparato, alle minacce e meraviglie di un universo incomprensibile, costruito sul logiche esponenziali, paradigmi d’ordine umanamente imponderabili e sistemi di valore (feedback, previsioni, assegnazioni, etc.) tragicamente distaccati dai “nostri”.

Si parla sempre più di platform capitalism, black box society e surveillance capitalism perché si riconosce che questo passaggio generazionale attinge fin dall’inizio dalle fonti della nuova ricchezza di classe, dalla tabula rasa giuridica, politica e morale spianata dal neoliberismo e dalla morte del capitalismo “controllato”. Sta di fatto che il nuovo monismo ontologico, la nuova conformazione del mondo, è riconoscibile da qualunque osservatore assennato non come “democrazia liberale” – come le passate generazioni, più o meno colpevoli, hanno sperato – ma come “neoliberismo digitale”.

Questo incipit di carattere socio-economico serve a comprendere quali siano le dinamiche di un passaggio di cui noi esseri umani, in quanto tali, non siamo ancora in grado di sopportare il peso. La nostra morale, i nostri ordinamenti e soprattutto la nostra esperienza del mondo sono di fatto compromessi, in materia di lucidità e ragione, da nuove categorie esistenziali che non chiedono il permesso prima di entrare, convincendoci (potenziando i vecchi mezzi della mercificazione e del conformismo) a smarrirci in un orizzonte sentimentale che va dalla meraviglia alla distrazione, distogliendoci dai profondi e spesso tragici mutamenti che esse veicolano senza sosta. Tra i molteplici case studies utili alla comprensione di questo passaggio, emerge quella che potremmo considerare la cronaca di una guerra persa contro il digitale. La resa dell’esperienza umana ai superpoteri della provvidenza tecnologica: la vittoria del computer Deep Blue sul Grande maestro di scacchi russo Garry Kasparov.

kasparov

Kasparov vs Deep Blue

Kasparov è uno dei più grandi scacchisti della storia, per molti il più grande, per diversi anni campione del mondo e statisticamente, strategicamente e ragionevolmente quasi imbattibile. Al di là della ragionevolezza è arrivato Deep Blue, computer scacchistico dell’IBM, che in un clima di pubblico sconcerto e mistificazione narrativa è riuscito, il 10 febbraio 1996, a sconfiggere nella prima partita di un match di sei il campione del mondo (il quale, tuttavia, si aggiudicherà il match).

La narrazione che spesso viene fatta di quella partita assume le connotazioni rituali di un discorso forzosamente epocale, anche se è innegabile la portata storica dell’evento: nel gioco degli scacchi, quello che Goethe considerava la misura ultima dell’intelligenza umana, una macchina aveva avuto l’occasione di rivelarsi più furba (sic!) dell’umano più forte di tutti i tempi. La storia, in realtà, è piena di oscurità e non detti, e spesso si preferisce parlare delle meraviglie del computer fingendo di dimenticarsi delle strategie da baraccone del capitalismo di IBM, cercando di mascherare con i veli del misticismo digitale quanto detto in precedenza, ossia che la svolta neotecnologica degli ultimi anni è innanzitutto figlia delle fonti di reddito di quelli che la nutrono, che ricevono in cambio l’utilizzo totale e spesso inappropriato di una gallina elettrica dalle uova d’oro.

Deep thinking

Nel 2017, più di vent’anni dopo il famoso incontro, Kasparov ha pubblicato Deep Thinking, un’analisi ragionata sui rapporti tra umani e macchine e sui motivi della famosa sconfitta. Si tratta del primo libro che racconta tutta la verità su quella famosa giornata di febbraio, dell’esperienza di un uomo che, se da una parte ha affrontato l’ineluttabile incedere della superiorità macchinica, dall’altro si è reso conto della realtà umana e degli interessi alle spalle del prodigio.

Kasparov comincia con lo smentire le interpretazioni magnificanti che vengono fatte sugli scacchi e sugli scacchisti: non si tratta di una pietra di paragone dell’intelletto o di un’abilità superomistica, ma semplicemente di un gioco molto complicato sul piano della pianificazione e della memoria e di un talento che, sebbene straordinario, come ogni talento, non possiede niente di generalistico e totalizzante. Possono esistere anche scacchisti stupidi, in linea di principio, e questo a garanzia del fatto che un’IA scacchista non è necessariamente intelligente, ma molto probabilmente solo un bravo problem solver. Ciò è dimostrabile dall’albero genealogico del programma che ha sconfitto Kasparov.

Fin dai tempi di Claude Shannon, uno dei padri dell’informatica moderna, si ragionava sulla possibilità di creare un computer scacchistico in grado di confrontarsi con gli umani, e le strade aperte dallo scienziato furono essenzialmente due: produrre una macchina dotata di forza bruta – e quindi in grado di processare in pochi secondi le mosse di milioni di partite al fine di compiere una mossa adeguata per l’occasione – o produrne una in grado di operare una ricerca intelligente – e quindi dotata, da parte dei programmatori, di strategie di apertura ben dettagliate da adattare a diverse situazioni, imparando ad applicare regole generali piuttosto che servirsi di un’immensa memoria acritica.

Quest’ultima – nello spirito razionalista delle prime ricerche sull’IA, e forse per la maggiore “dignità” epistemologica – fu l’opzione considerata dai primi programmatori di scacchisti digitali. I risultati furono quanto meno fallimentari, poiché i computer ripetevano sempre gli stessi errori, obbligati a proseguire attraverso strategie disponibili, e dimostravano di non apprendere dall’esperienza. Negli anni Ottanta le cose cambiarono, e con gli anni si adottò con sempre più maestria la tattica della forza bruta, la stessa che condusse alla creazione di Deep Blue.

Ma le strategie algoritmiche, a prescindere dalla loro efficacia, nascondono il seme di una possibile illegittimità, probabilmente in grado di compromettere la natura etica della vittoria della macchina sull’umano. Riprendendo le immagini di famosi teorici degli scacchi, Kasparov osserva che quel gioco è una battaglia umana, tra umano e umano, in quanto a determinare la vittoria non è solamente l’impersonale adozione di una strategia adeguata, ma soprattutto la lettura dei timori dell’avversario, della sua stanchezza e della sua fiducia in se stesso. Il Gran Maestro deve essere in grado di leggere gli occhi del rivale, disturbare la sua scacchiera e psicanalizzare le sue mani.

Con Deep Blue, va da sé, questo approccio millenario a fondamento della disciplina è impossibile, giacché il computer non si stanca, non rinuncia mai alla sua freddezza e non si innervosisce per il tempo che si assottiglia. Inoltre, Deep Blue, dato il suo programma di forza bruta, era in grado di visualizzare in pochi secondi milioni di strategie di apertura, partite del passato e statistiche di gioco, e questo prima di ogni mossa, mentre l’essere umano deve contare sulla sua memoria, sulla sua sagacia e sulle sue emozioni. Secondo i criteri tradizionali, insomma, Deep Blue sarebbe di per sé un baro.

Dopo la famosa partita del 10 febbraio 1996, Kasparov era sotto choc, ma ciò non gli impedì, nelle partite successive, di individuare i punti deboli di Deep Blue e aggiudicarsi il match. L’analisi di Kasparov, a vittoria conseguita, fu la seguente: mentre lo scacchista umano percepisce le situazioni «taglienti» e vi risponde con «equilibrio», per il computer ogni mossa ed ogni scacchiera sono equivalenti, interpretando anche le situazioni di maggiore pericolo, in cui il campione umano dà il meglio di sé, come l’ennesima «scampagnata».

La rivincita

Sebbene quella giornata di febbraio abbia avuto una grandissima eco mediatica e letteraria, negli interessi di questo articolo rientra maggiormente un altro evento, quello della rivincita di IBM su Kasparov, nel 1997 – fatto a testimonianza di come l’onore e il talento umano siano spesso costretti a capitolare non tanto di fronte a una supposta e per lo più inesistente “superiorità” macchinica, quanto a motivo dell’ingordigia di chi sfrutta quelle tecnologie, e in ultima istanza la scienza, per arricchirsi a scapito della dignità delle tradizioni umane e dei codici morali universalmente accettati.

La gestione del match da parte di IBM fu umiliante nei confronti di Kasparov, degli scacchi e dell’Intelligenza Artificiale. Al campione venne riservato un trattamento ignobile, costringendolo a tabelle orarie massacranti, luoghi di recupero e pianificazione fortemente inadeguati, mancato rifornimento di beni primari e antipatica indisponibilità degli organizzatori.

La vicenda più eclatante, tutt’oggi controversa, fu la probabile pratica di IBM di far spiare Kasparov nelle fasi di preparazione e allenamento, anticipandone così le mosse e aggiornando il computer per rispondere alle strategie che il russo avrebbe adottato. In particolare, durante una partita, Deep Blue si fece trovare stranamente preparato per rispondere ad una strategia progettata da Kasparov nei giorni precedenti con il suo staff, un’apertura così rara e unica nel suo genere da risultare impossibile da prevedere. Eppure, uno dei responsabili di IBM confesserà ad un giornale di aver “allenato” il computer per rispondere a quella tattica la mattina stessa del match, in quella che con ogni evidenza fu la ciliegina sulla torta di un piano indegno volto a garantire la vittoria del match a Deep Blue (o meglio, a IBM), cosa che di fatto accadde.

La situazione attuale

L’Intelligenza Artificiale e il machine learning, in particolar modo negli ultimi anni, hanno raggiunto vette tecnologiche che solo fino a poco tempo fa si ritenevano inarrivabili. Ad oggi non esiste uno scacchista in grado di battere un computer potente, e questo vale per molte altre discipline e giochi da tavolo, come il go. Nessun umano prevede e categorizza meglio di un software adeguato, nessuno ricorda tante cose e nessuno sente, vede, solleva e organizza meglio di una macchina adeguata.

La nostra epoca più di ogni altra, tuttavia, ci insegna che nessuna tecnologia è neutrale, e che esisteranno sempre degli individui capaci di gestire l’informazione, la comunicazione e la computazione in modo da scavalcare le istituzioni umane e la loro moralità. Non esiste, nemmeno nei sogni dei più esaltati, una tecnologia “intelligente” in senso proprio, un’Intelligenza Artificiale forte e generale in grado di soppiantare l’umanità e farci parlare di un nuovo tipo di persone, agenti, viventi o sapienti. Esiste piuttosto un’infosfera digitale in grado di ridisegnare l’organizzazione, l’esistenza e i meccanismi di potere delle vecchie società analogiche, e si tratta di una potenza spesso usata in maniera indebita e truffaldina – come il caso-Kasparov, pur se nella sua limitatezza, serve a dimostrare. Ed è questa la saggia verità a cui giunge l’analisi del campione degli umani, umani contro l’ingiustizia e non contro le tecnologie:

Un’infinità di volte mi sono sentito chiedere: “Deep Blue ha barato?”, e ho sempre risposto con franchezza: “Non lo so”. Dopo vent’anni di esami di coscienza, rivelazioni e analisi, la mia risposta, oggi, è: “No”. Quanto all’IBM, ciò che fu disposta a fare pur di vincere ha tradito lo spirito di un gioco leale, ma la vera vittima di questo tradimento è stata la scienza.


FONTI

G. Kasparov, Deep Thinking, Fandango Libri, Roma, 2019