Alla luce degli eventi statunitensi degli ultimi giorni, si è tornato a discutere sulle questioni del razzismo, del suprematismo bianco, della lunga lotta di liberazione dei neri che è iniziata nel 1863, con l’abolizione della schiavitù, e che evidentemente non è ancora giunta a compimento. Una delle icone che più sono tornate ad essere mormorate è Angela Davis: settantaseienne oggi, Davis è stata l’attivista afroamericana più celebre per il suo impegno negli anni Sessanta e Settanta, oltre che per il suo incarceramento con accusa di rapimento, cospirazione e omicidio. Tutte accuse revocate un anno e mezzo dopo: un anno e mezzo di carcere durante il quale scrisse alcuni dei documenti di fama mondiale nell’ambito delle contestazioni americane. La sua storia è stata raccontata nel documentario Free Angela and all political prisoners di Shola Lynch.

Nata nel 1944 in Alabama, Angela crebbe in un quartiere di Birmingham conosciuto come “Dynamite Hill”, per la frequenza con cui venivano piazzate bombe nelle case di famiglie afroamericane. In una di queste esplosioni, nella chiesa di quartiere, morirono tre amiche di Angela. L’ambiente in cui visse da piccola fu determinante nella sua formazione: i suoi genitori erano politicamente attivi e frequentavano attivisti comunisti. Dopo la laurea con lode in letteratura francese, passò agli studi di filosofia: visse a Parigi e Francoforte, ed ebbe come docenti Jean-Paul Sartre e Hebert Marcuse. Iniziò la sua attività di lotta politica in California, dove aderì al SNCC (Student Nonviolent Coordinating Committee) e, dopo l’assassinio di Martin Luther King, al Partito Comunista. Iniziò a insegnare Filosofia all’Università di Los Angeles, ma Ronald Reagan – allora governatore della California – ottenne che la cattedra le fosse revocata in quanto comunista; le sarà restituita poco dopo, ma il fatto rimase il segnale di un pericolo in avvicinamento, che si manifestò l’anno seguente, il 1970, quando le cose precipitarono.

Il 7 agosto 1970 Jonathan Jackson, un giovane afroamericano di appena diciassette anni, entrò nel tribunale della contea di Marin, in California; aveva tre armi da fuoco, con cui lui e tre detenuti (uno sotto processo, gli altri chiamati a testimoniare) presero in ostaggio il giudice Haley e altre quattro persone. Volevano negoziare la liberazione dei “Soledad Brothers”, tre detenuti afroamericani (tra cui George Jackson, fratello di Jonathan) che avevano ucciso una guardia carceraria come vendetta per l’omicidio di altri detenuti neri. Il sequestro si tramutò in strage, e Angela Davis venne coinvolta: sia in quanto membro delle Black Panters, cui appartenevano anche i sequestratori, sia perché la pistola in mano a Jackson era intestata a lei. Angela fu accusata di rapimento, cospirazione e omicidio: fuggì, ma fu comunque arrestata e messa a processo. La comparsa delle love letters scambiate tra Angela e George Jackson mentre lui era in carcere scatenò un dibattito tra i giudici: si poteva parlare di crimine per amore?

Angela si dichiarò innocente: aveva sì formato una commissione in sostegno dei “Soledad Brothers”, ma era del tutto all’oscuro del piano di Jackson per liberare il fratello. Nel frattempo, la difesa che condusse personalmente nel processo scatenò un movimento che chiedeva la liberazione di Davis, prima e durante il suo incarceramento: i Rolling Stones scrissero per lei Sweet Black Angel, John Lennon e Yoko Ono invece Angela. Angela sarà liberata un anno e mezzo dopo, e inizierà a viaggiare in tutto il mondo, impegnandosi politicamente e pubblicando testi tra cui Autobiografia di una rivoluzionaria.

La sua vicenda aiutò a scavare dentro questioni ancora poco sondate: per esempio la mentalità di alcuni attivisti afroamericani che le imputavano di “fare un lavoro da uomo”, quando la femminilità nera, secondo loro, doveva essere ben altra cosa dalla mascolinità nera. Davis si impegnò per demolire quest’ideologia della società matriarcale nera, un mito a suo dire inventato dalla cultura dei bianchi per creare divisione all’interno del movimento di liberazione afroamericano. Ma il suo attivismo si spinse oltre: insegnò come il lavoro fosse per le donne una fonte di indipendenza economica e di auto-realizzazione, e mise in luce l’aspetto oppressivo del ruolo attribuito alla donna nella società americana. Angela Davis è diventata un simbolo: un simbolo per la difesa dei diritti civili e la lotta alla violenza sui neri, per il femminismo e l’uguaglianza razziale.