Cosa ha lasciato la Commedia dell’Arte al termine dei “secoli d’oro” di sviluppo? Se la risposta a questa domanda appare banale, occorre allora soffermarsi più attentamente sui protagonisti, drammaturghi e registi che hanno dominato la scena teatrale nel secolo XVIII. Perché nonostante il pensiero ricada immediatamente su Carlo Goldoni, il celeberrimo autore di Arlecchino servitore di due padroni La Locandiera, è scorretto considerarlo il solo e unico depositario di un patrimonio artistico d’eccezione. Goldoni infatti, al contrario di quanto si pensi, rappresenta il culmine di un processo evolutivo, che ha origine nel 1545. Se è semplice ricordare Goldoni (forse anche per la grande ripresa strehleriana al Piccolo Teatro), molti dimenticano Carlo Gozzi, contemporaneo e rivale di Goldoni nella Venezia del 1700. E se a Goldoni viene erroneamente attribuito il merito di aver ripreso e reso celebre la Commedia dell’Arte, Carlo Gozzi è lasciato nell’ombra.

Innanzitutto è bene proporre un breve accenno alla lunga tradizione della Commedia dell’Arte. Il 25 febbraio 1545, a Padova, un atto notarile sigla la nascita della Fraternal Compagnia, e con essa della Commedia dell’Arte. Ciò rappresenta una rivoluzione per il teatro italiano ed europeo, al punto che molti critici riconoscono in questa data il momento di avvio del teatro moderno. Contemporaneamente nasce anche la professione dell’attore: la compagnia, infatti, recita spettacoli “di loco in loco” con la finalità di “guadagnar denaro”. Da quel momento, e nei due secoli successivi, i comici dell’arte avrebbero dunque girato il mondo diffondendo un teatro tutto italiano. Per due secoli in Italia vige un meccanismo di conservazione: gli spettacoli sono realizzati in coerenza con la tradizione. Vengono infatti sempre sfruttati i personaggi fissi e le maschere e fondamentale risulta lo sfruttamento della tecnica dell’improvvisazione, sulla base di un canovaccio.

Carlo Goldoni

Nel 1700 Goldoni opera la “Riforma della Commedia dell’Arte”. Paradossalmente, ciò ne ha determinato la sua fine. La trasformazione da lui operata ha infatti rivoluzionato la struttura di base del genere teatrale, sancendone di fatto la morte. Dunque è un errore credere che il celebre spettacolo, regia di Strehler, Arlecchino servitore di due padroni rispetti a pieno i canoni della Commedia dell’Arte. Vero è che le maschere compaiono sulla scena conservando i rispettivi caratteri, ma ciò non vale per la struttura dell’impianto scenico. È facile comprendere infatti come gli attori del Piccolo Teatro recitino seguendo un copione. Manca dunque l’essenziale caratteristica della Commedia dell’Arte: l’improvvisazione. I comici dell’arte utilizzavano un canovaccio – una partitura cioè di movimenti e azioni che avrebbero poi composto l’intero spettacolo teatrale. In mancanza di copione e regia, gli attori si arrogavano della libertà di improvvisare testo e movimenti. Lo spettacolo dunque cambiava ogni sera.

La riforma di Goldoni è graduale. Inizialmente egli si occupa della scrittura di canovacci destinati agli ultimi comici dell’arte. Via via procede verso la riduzione di un testo scritto. In una fase intermedia, l’autore produce commedie in parte improvvisate e in parte fissate attraverso un copione. L’esito finale consiste nella stesura completa del testo teatrale. Semplice comprendere dunque l’aspetto paradossale della produzione goldoniana. È chiaro come non sia corretto parlare di Commedia dell’Arte in riferimento a una drammaturgia di Goldoni, proprio perché egli procede verso l’eliminazione di quell’elemento che rende la Commedia dell’Arte un genere teatrale degno di individualità (l’improvvisazione, appunto). In termini semplici, Goldoni può essere inserito tra i precursori del dramma borghese.

Numerose sono gli elementi coerenti al dramma borghese. Innanzitutto la scenografia consiste in uno spazio chiuso (e non in una strada). Questo è spesso poco definito, vuoto e piuttosto neutro. I personaggi (eccezion fatta per Arlecchino servitore di due padroni) si evolvono rispetto alle maschere di Commedia dell’Arte. Nonostante rappresentino dei tipi comici, acquistano una tridimensionalità e un accenno di stratificazione psicologica. Infine Goldoni inserisce la figura del suggeritore. Quest’ultimo aveva la funzione di suggerire le battute agli attori. Era tradizione infatti che gli attori non imparassero a memoria il copione. Il suggeritore era posizionato sul palcoscenico in un’apposita buca, in modo che fosse visibile unicamente agli attori. Interessante la messa in scena di Strehler. Nell’Arlecchino servitore di due padroni infatti, la figura del suggeritore viene conservata, codificata come personaggio all’interno dello spettacolo. Gli attori conoscono il testo a memoria, ma l’illusione teatrale viene conservata.

Carlo Gozzi

Carlo Gozzi è da sempre considerato il rivale di Goldoni. Nella Venezia del XVIII secolo ha un successo sfrenato, al punto da determinare l’allontanamento di Goldoni dalla città simbolo del teatro comico italiano. E se per la storia Gozzi resta l’anonimo autore di Turandot, il pubblico contemporaneo apprezzava enormemente le sue messe in scena. Insomma, Gozzi incontrava maggiormente il gusto del pubblico. Gozzi difese apertamente la tradizione della Commedia dell’Arte contro il rivale Goldoni (autore appunto della riforma) attraverso diversi scritti, tra cui La tartana degli influssi. Rimproverava a Goldoni la “riforma”. In particolare non apprezzava l’atmosfera realistico-borghese e quotidiana del suo teatro. Criticava la modernizzazione dei personaggi e l’abbandono dei tratti salienti della Commedia dell’Arte, in un processo di avviamento verso il dramma borghese. Inoltre non accettava la lingua, definita “impura”.

La rivendicazione di un teatro più coerente alla tradizione e fondamentalmente opposto a quello goldoniano si manifesta nella più importante raccolta drammaturgica. Gozzi compone e mette in scena negli anni ’60 del 1700 dieci Fiabe Teatrali. Tra queste le più celebri restano L’amore delle tre melarance e Turandot. Gozzi opera una violenta battaglia contro il realismo scenico. Per questo il suo mondo fiabesco si contrappone nettamente agli spazi chiusi della borghesia goldoniana. Gozzi, rifacendosi a Lo cunto dei cunti di Giambattista Basile, introduce personaggi sovrannaturali e situazioni strampalate: filtri, magie, indovinelli sono protagonisti degli spettacoli teatrali. All’interno di questa atmosfera, Gozzi inserisce personaggi di Commedia dell’Arte, coerenti alla tradizione italiana.

Turandot è la favola più celebre. In ripresa dalla tradizione orientale, racconta la storia di una principessa che disdegna gli amanti. Dopo aver loro sottoposto tre indovinelli, Turandot taglia la testa a tutti coloro i quali incorrono in un errore. Dunque una favola nera, dai contenuti a tratti macabri e violenti. La comicità è tuttavia generata dalla presenza delle maschere. Brighella, Truffaldino e Tartaglia popolano la scena. Conservando le fattezze proprie del carattere della maschera, parlano una dialetto veneto salace e terrigno, in contrapposizione all’italiano letterario degli altri personaggi. Gozzi opera dunque un processo di ricontestualizzazione dei personaggi di Commedia dell’Arte, pur nella conservazione delle caratteristiche tradizionali. In particolare, rilevante è la messa in scena di Vachtangov in una Mosca di inizio 1900.

FONTI

ariannaeditrice.it

sapere.it

“Storia del teatro e dello spettacolo”, R. Alonge, F. Perrelli

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