Ci sono stati momenti nella storia recente in cui il basket, in particolar modo l’NBA – grazie ad eventi di risonanza mondiale come il Dream Team delle Olimpiadi del 1992 o, molto più modestamente, l’uscita di Space Jam nel 1996 – è assurto ai favori del grande pubblico italiano. È inoltre riuscito, pur se per brevi istanti, a ricordare all’opinione sportiva nostrana che nel mondo dei giochi di squadra non esiste solo il calcio, ma anche il canestro.

Sembra che questo sia uno di quei momenti, a motivo dell’incredibile successo della serie tv sui Chicago Bulls del 1997/1998, The Last Dance, ad oggi la serie più vista di Netflix Italia.

A motivo di questo rinnovato interesse per la palla a spicchi, proponiamo nel seguente articolo una modesta “introduzione all’NBA”, un bignami che si offre, con un approccio particolare, di schiarire le idee sul mondo del basket a chiunque abbia deciso, ispirato dalle prodezze di Michael Jordan, di tuffarcisi. Come il lettore intuirà da sé, è impossibile racchiudere decenni di storie e curiosità cestistiche in un articolo di giornale, e quindi abbiamo scelto di servirci di una serie di ritratti, di una personalissima Hall of Fame dei 10 giocatori più forti e significativi della storia del basket americano, al fine di fornire, a chi ne abbia interesse, dei punti di approdo imprescindibili per cominciare a capirci qualcosa di tecniche, storie e personalità vincenti.

Chi durante questi anni si sia imbattuto, per puro caso, in una discussione o in una rassegna sull’NBA, avrà probabilmente sentito parlare di personaggi come Stephen Curry, il tiratore più forte della storia, James Harden, Damian Lillard e Kevin Durant, i marcatori più efficaci degli ultimi anni, Kawhi Leonard, il difensore del XXI secolo, Russell Westbrook, la gazzella tuttofare, Zion Williamson e Ja Morant, gli enfants prodiges, Luka Doncic, l’arrivista slavo, e forse persino l’impronunciabile Giannīs Antetokounmpo. Quest’ultimo, anche se può non sembrare, è considerato da molti il miglior giocatore del mondo, anche a motivo del fatto che si tratta del più recente MVP (Most Valuable Player, l’equivalente cestistico del Pallone d’Oro) del campionato regolare. Nella seguente lista non appariranno questi nomi (magari – anzi, molto probabilmente – nei prossimi anni sì), ma è impossibile comprendere il talento epocale di questi giocatori senza conoscere il genio leggendario dei prodigi della natura che, senza ulteriori indugi, ci apprestiamo a riportare.

10. Shaquille O’Neal

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Universalmente riconosciuto come “il giocatore più dominante della storia”, trattandosi di un omone di 2,16 metri per 147 kg che, una volta impiantatosi sotto il canestro, è in grado contro ogni aspettativa di praticare un gioco di piedi impareggiabile, saltare quel poco che basta e arrivare alla rete (travolgendo il povero malcapitato che lo sta marcando). Fin dai suoi 23 anni, quando giocava per gli Orlando Magic, è stato considerato uno dei centri più forti della storia, raggiungendo il suo picco ai Lakers, sotto la guida di Phil Jackson e affiancato dall’ (allora) inseparabile Kobe Bryant, vincendo tre titoli consecutivi e venendo votato per tre volte MVP delle finali ed una volta MVP del campionato regolare. Shaq (nonostante alcuni potrebbero non condividere questa opinione) è il prototipo del “centro” pre-moderno: dotato di una forza sovrumana (egli stesso si è fatto soprannominare Superman, tatuandosi la famosa “S” sulla spalla) e di freddezza sotto il canestro, O’Neal ha segnato tutti i punti della sua carriera in schiacciata o rimanendo vicino alla rete.

Difetti? Fu un giocatore fortemente trascurato dal punto di vista fisico, e se al suo naturale talento avesse associato un po’ di dedizione e “Mamba mentality” sarebbe probabilmente diventato il più forte di sempre. Inoltre, cambiò molte squadre, spesso non riuscendo ad esprimersi pienamente e concludendo la sua carriera parzialmente nell’ombra. Il più grande difetto tecnico di Shaq – oltre ai tiri da 3 punti (ne ha segnato solo uno in carriera), che sono tuttavia un vizio perdonabile, trattandosi di un centro – è la totale inettitudine nel tiro libero, che piazzava solo nel 53% dei casi.

9. Tim Duncan

Forse più di ogni altro in questa lista (e la competizione è altissima), si può dire di Tim Duncan che egli sia stato il giocatore, il compagno di squadra e il leader perfetto, il campione, per gradiente di perfezione, migliore di sempre. Ha giocato i 19 anni della sua gloriosa carriera vestendo unicamente la maglia dei San Antonio Spurs, dando vita – inizialmente insieme a Dave Robinson, con cui vinse un titolo, ma soprattutto accompagnato dai suoi due fedelissimi, Tony Parker e Manu Ginobili – ad una delle più grandi dinastie per una franchigia NBA, che arrivò per tutte le stagioni dell’Era Duncan ai play-off e sconfisse qualunque avversario gli si parasse di fronte.

Fatto alquanto paradossale è che questo giocatore, seppur tendenzialmente riconosciuto come la migliore ala grande di tutti i tempi e come uno dei migliori giocatori sui due lati del campo (attacco e difesa), non sia stato divinamente incensato come gli altri protagonisti delle tre decadi nelle quali ha giocato (metà dei giocatori di questa lista, più molti altri). Il motivo fu un fattore che, ebbene, lo nobilita ulteriormente: Duncan, dal primo all’ultimo giorno della sua carriera, fu il miglior giocatore della sua squadra, e tuttavia partecipò sempre e con dedizione al velocissimo gioco collettivo ideato da Greg Popovich, rinunciando alle glorie personali per condurre un basket “noioso”, ma che permise alla sua squadra di vincere 5 titoli NBA. Gli Spurs di Duncan, pur se messi in sordina dal clamore degli Heat di Lebron-Wade, dei Lakers di Shaq-Kobe e dei Celtics di Pierce-Garnett-Allen, riuscirono a mostrare una costanza di vittorie senza precedenti nella storia della lega. Duncan fu sempre il silenzioso, noioso e grigio capitano che, dalle statistiche personali ai traguardi di squadra, fu sempre disposto a sacrificarsi per ottenere obiettivi di gruppo e fece sempre gola ad ogni allenatore dei suoi tempi, che mai aveva visto (e mai avrebbe più visto) un vincente così costante, versatile e inarrestabile.

8. Kobe Bryant

Ci ha lasciato negli scorsi mesi un campione che con il suo talento, quello di un autentico artista, ha costruito e accompagnato l’NBA del XXI secolo nei suoi anni più belli. La figura di Kobe Bryant ha ispirato tutta la generazione di cestisti contemporanea, reinventando la figura stessa dell’atleta e portando il divismo sportivo su livelli fondamentalmente nuovi. Il suo talento grezzo era indiscutibilmente uno dei migliori di sempre, essendo egli capace di una spontanea dominanza su ogni avversario e fin dall’inizio in grado di leggere il gioco con naturalezza e spontaneità. Ma ciò che ha permesso al Black Mamba di vincere 5 titoli, non sempre affiancato da Shaq e da una squadra all’altezza, è stata la sua ben nota “mentalità”: la sua dedizione all’allenamento, alla concentrazione e alla vittoria a tutti i costi l’hanno reso, di fatto, un modello universale di successo. Kobe, tuttavia, a differenza di molti tra quelli che l’hanno preso come business model, non era affatto uno spregevole individualista: egli sapeva trasportare la sua squadra nei momenti più difficili, ispirare i suoi compagni a raggiungerlo, persino a superarlo, e non perdeva occasione di prendersi i tiri decisivi, quelli a un secondo dalla fine, con una freddezza e una probabilità di riuscita di 1:1, quasi senza precedenti.

Molti lo hanno accusato di un gioco troppo individualistico, ma altri hanno notato che quella era la sua scintilla, e non poteva essere altrimenti: il suo tiro in allontanamento, le sue schiacciate micidiali e la sua agilità serpentina gli hanno permesso di essere (attualmente) il quarto marcatore di tutti i tempi, di segnare 81 punti in una partita e di firmare l’ultima con 60 punti. Kobe è stato un giocatore senza tempo, che ha affrontato le tre decadi nelle quali ha militato con fame di apprendimento, instancabile dedizione e – come molti spesso sembrano dimenticare, associando il suo gioco a quello di altri campioni – storica creatività. Kobe Bryant, il migliore allievo dei più grandi maestri e il migliore maestro dei più devoti allievi, passerà alla storia della pallacanestro come Mozart è passato a quella della musica: un geniale capolavoro di dirompenza ed anticonformismo che il cielo, crudele, si è ripreso troppo presto.

7. Bill Russell

Se molti tra i giocatori che abbiamo presentato o stiamo per presentare sono stati i nipotini prodigio, Bill Russell è stato il nonno, colui che più di chiunque altro si merita il titolo di “patriarca” dell’NBA. Le sue statistiche non sono semplicemente aliene, ma addirittura impossibili da replicare: dal ’57 al ’69 ha vinto, con i suoi Boston Celtics, 11 titoli NBA, e quindi, dato ancora più straordinario, ne ha persi solo 2. Viene naturalmente considerato da tutti, pena l’ignominia, il miglior vincente della storia dell’NBA.

Anche se probabilmente ha ragione chi dice che, preso individualmente, Russell non regge il confronto con il suo grande rivale, Wilt Chamberlain, è pur vero che questo non comporta che egli, in quei tredici anni di basket professionistico, non sia stato la pedina fondamentale di quella dinastia incredibile dei Celtics, che non avrebbe vinto nemmeno un terzo di quei titoli senza la fermezza, il talento e l’intelligenza del fondamentale big man. A conferma di tutto ciò basta ricordare i suoi 5 titoli MVP, il suo essere decisivo nei momenti più delicati nell’aspirazione alla vittoria e il fatto, non secondario, che il titolo di MVP delle finali gli appartenga più che a ogni altro giocatore: è intitolato a lui.

Fu sicuramente uno dei tre centri difensivi migliori di sempre, inventando, probabilmente, il concetto stesso di difesa. In un’epoca in cui praticamente esistevano solo scorer e passatori, Russell capì che per vincere tutto era necessario bloccare i palloni avversari e cogliere ogni rimbalzo, rinunciando, se necessario, a segnare qualche punto. Le sue statistiche e il suo palmares confermano che, di fatto, si trattò di un’intuizione vincente, che permette tuttora di vedere nel vecchio Russell una montagna insormontabile nella strada verso l’invincibilità.

6. Wilt Chamberlain

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Forse, fisicamente, non è mai esistito nessun cestista, o meglio, nessuno sportivo all’altezza di Wilt Chamberlain. Riusciva a saltare toccando il lato superiore del tabellone, correva più veloce del giocatore di football americano più veloce del suo tempo, praticava il salto in lungo eguagliando le statistiche olimpiche, sapeva umiliare l’avversario persino sul campo di pallavolo, e la lista è ancora molto, molto lunga. Uno dei centri più dominanti della storia, Chamberlain ha stabilito più record di ogni altro giocatore NBA: più punti in una singola partita, avendone segnati 100 (al secondo posto, gli 81 di Kobe); più punti in un solo tempo, 59; più rimbalzi in una partita, 55; maggior numero di punti (4029) e rimbalzi (2149) realizzati in una singola stagione, e molto altro ancora. Giocò in diverse squadre, e fu parte del Philadelphia 76ers del 1966-67, da molti riconosciuta come la squadra più forte di tutti i tempi.

Questa breve rassegna ci è utile a parlare di Wilt nell’unico modo che ci risulta rispettoso nei suoi confronti: prendere come spunti del suo talento statistiche e aneddoti per render conto di un giocatore così totale, superiore e al di là della sua epoca che si fa molta fatica a non considerarlo il migliore in assoluto. Egli, tuttavia, fu l’arcinemesi sul campo del suo migliore amico al di fuori, Bill Russell, e i due campioni ancora lottano nelle classifiche di esperti e appassionati. Di fatto, come abbiamo visto, il capitano dei Celtics fu un uomo di squadra, un vincente assoluto, mentre Chamberlain non mise mai il 100% del suo potenziale al servizio della squadra e della vittoria, pur essendo un giocatore individualmente superiore. Bill e Wilt sono rispettivamente il paradigma del cane da branco e del lupo solitario e, al di là delle preferenze individuali, ancora non si capisce chi la spunta.

La classifica continua nella seconda parte dell’articolo.


FONTI

Pagine Wikipedia e video online dei giocatori analizzati.