La pandemia e la reclusione ci hanno messi di fronte a interrogativi che prima erano sospesi nell’opinione pubblica, ma vissuti troppo da vicino per diventare oggetto serio di un ripensamento: la città come la conosciamo noi, ad esempio, è il sistema migliore in cui vivere? Che senso ha vivere in un contesto urbano in un periodo storico in cui ci è vietato usufruire pienamente e liberamente dei suoi servizi?

Questi interrogativi si ricollegano necessariamente al fatto che le città di oggi siano punti di snodo di una più ampia società globale, in cui persone, denaro, risorse, aziende sostano e contemporaneamente guardano altrove, oltreoceano magari: in uno scenario del genere, che potremmo chiamare “di ieri”, la città era funzionale alla crescita economica, a competere sulla scena globale con altre città più dinamiche, più ricche. Ma a livello individuale la città deve servire anche a migliorare la qualità di vita di chi sceglie di risiedervi, a coltivare la sostenibilità, a ridurre il senso di alienazione: una prospettiva che potremmo chiamare “di oggi”, perché è oggi che si è resa più impellente, in questo presente che ha conosciuto la reclusione forzata e che deve reimparare a vivere gli spazi cittadini in modo sicuro.

Il rapporto tra spazio e gestione dell’epidemia solleva anche problemi di progettazione urbanistica: una sfida su cui architetti e designer di fama mondiale sono già al lavoro. Olson Kundig, di Seattle, come risposta alla perdita di vibrancy delle città sotto pandemia propone una valorizzazione dello spazio urbano per ora sotto-utilizzato, a cominciare dai tetti che possono ospitare orti e giardini, favorendo così anche un’agricoltura a chilometro zero. Puntare sul verde sembra essere qualcosa che mette d’accordo tutte le menti: pensando alle numerose foto di animali a passeggio per le nostre città, Emanuele Coccia, professore presso l’École des Hautes Études es Sciences Sociales di Parigi, propone “un nuovo patto urbano per trasformare le città del futuro in ecosistemi in cui possano convivere più specie possibili, animali e vegetali”.

Un modo concreto per realizzare questi progetti? Ridurre lo spazio destinato alle automobili e pensare un nuovo tipo di mobilità urbana. Milano, ad esempio, trasformerà trentacinque km di strade carrabili in aree ciclabili e pedonali: una mossa che permetterà di ridurre le emissioni e migliorare la qualità dell’aria, cosa che alla fine aiuterà anche a depotenziare l’impatto del virus sul sistema sanitario: secondo uno studio recente, il lockdown in Cina avrebbe salvato la vita di 77.000 persone tramite il solo miglioramento dell’aria.

Ma come coniugare l’esigenza di stare insieme e l’obbligo di mantenere il distanziamento sociale? Stefano Boeri, l’ideatore del Bosco Verticale, vorrebbe vedere più attività collettive rivolte all’esterno:

il commercio di vicinato, ad esempio, una delle realtà che abbiamo riscoperto in queste settimane, deve poter avere dei dehors […] i piani terra possono estendersi fuori, il che significa ridurre la strada dando più spazio ai marciapiedi. Vuol dire anche spazi aperti per la cultura e l’intrattenimento.

Un esempio? La Triennale, che quest’estate sarà ospitata nel Giardino insieme a performance teatrali, mostre, dialoghi.

Per Boeri è anche indispensabile tenere a mente l’opposizione tra “controllo dei movimenti e consapevolezza del rischio“: noi cittadini dovremmo sviluppare un livello di consapevolezza del rischio in modo da mantenere la nostra libertà d’azione negli spazi aperti, senza dover rimettere ogni nostro passo agli strumenti di controllo digitale. Un’altra iniziativa sarebbe ripensare le città in modo da avere i servizi commerciali, sanitari o anche culturali a una distanza di quindici minuti, secondo il modello applicato a Parigi: “questa pandemia”, dice ancora Boeri, “in fondo è l’epilogo di un’epoca che ha costruito le città sulla base di luoghi centrali di condensazione […] la questione non è estendere la città ma ripensare la distribuzione dei servizi in città, basta con la dispersione urbana”.

E a livello di abitazioni? La quarantena ci ha mostrato l’importanza di avere porte da chiudere per potersi ritagliare uno spazio privato in casa: ha dunque decretato la fine dell’era dei loft, degli open-space che facevano così tendenza. Parallelamente, ha fatto sentire “l’importanza della luce naturale, e degli spazi all’aperto”, dice Clara Bona, architetto d’interni milanese, “un micro balconcino, in cui poter mangiare fuori o leggere il giornale con il caffè”. E poi, senza dubbio, nelle case di domani serviranno nuovi accessori per ricavare piccoli spazi dedicati allo smart working: magari pannelli che creino uno spazio scenico per le video chiamate.

La città sembra dunque essere lo spazio che più di tutti subirà dei ripensamenti e delle trasformazioni graduali: se non altro, l’isolamento che ne ha svuotato le strade ha permesso di mettere finalmente mano ai tanti progetti più green e sostenibili di cui si vocifera da tempo. Forse nei mesi a venire usciremo un po’ meno frequentemente ma, quando lo faremo, sarà in città più belle e intelligenti.

FONTI

Paul Chatterton, Cambiamo le città, The Conversation ( da “Internazionale”, 22 maggio 2020)

Lisa Corva, Che città sarà?, da “D”, 16 maggio 2020

Alessia Rastelli, Coloriamo i muri delle città – conversazione tra Boeri, Decq, Isgrò e Tresoldi, da “La Lettura”, 17 maggio 2020