Gli AIM sono un gruppo attivo ormai da vent’anni (formatosi nel 2003). È una rock band che ormai si è fatta strada nella scena underground brianzola, e ha saputo distinguersi da subito con Limit of Sight, il suo debutto discografico: dal primo ascolto vi potrebbero ricordare gruppi come i Brand New o Funeral For A Friend. Questi tre ragazzi (Marco Fiorello alla voce e chitarra, Marco Camisasca al basso e Matteo Camisasca alla batteria) hanno saputo conquistare anche i cuori degli ascoltatori europei, come dimostrano i numerosi concerti da loro tenuti in Germania, Francia e Repubblica Ceca. Il 16 marzo sono tornati con il quinto album Gravity, un disco in cui il loro sound si fonde a influenze trap e l’effettistica psichedelica. Se non vi basta, sappiate che hanno anche stretto un’importante amicizia e collaborazione con Federico Dragogna dei Ministri. Curiosi di conoscerli? Bene, perché noi de «Lo Sbuffo» abbiamo avuto l’occasione di fare loro qualche domanda.

L’intervista

Aim in inglese si può tradurre come “scopo”. Il vostro nome è legato a questo termine? Avete un fine da raggiungere?

Ciao! Diciamo che 20 anni fa abbiamo scelto questo nome semplicemente perché è breve e perché è facile da ricordare. Ma non da pronunciare… (ride). Poi, nel tempo, il suo significato è entrato lentamente dentro di noi e si è fuso con il nostro DNA. Infatti, se mi guardo indietro e poi guardo al presente noi AIM siamo tre persone molto determinate, nella musica come nella vita, e quando vogliamo qualcosa prima o poi ce lo prendiamo! Guarda a Gravity, il nostro disco nuovo, è nato contro tutto e contro tutte le previsioni di fattibilità, ma è nato. Da dove? Dalla determinazione e dalla testardaggine mia in primo luogo, e poi di un piccolo gruppo di persone che nonostante tutto ci hanno creduto. Ecco, penso proprio che AIM in fondo  significhi “nonostante tutto”.

Pensate che la scelta di cantare anche in inglese vi abbia aperto più porte, oppure che vi avvantaggi sotto qualche aspetto?

Mah, in realtà questo è il quinto disco che registriamo in inglese e di esperimenti ne abbiamo fatti, come ad esempio pezzi in italiano tipo Il Nemico in Casa o un disco integralmente in lingua madre, Finalmente a casa. Sai cosa ti dico? Non è questione che l’inglese ti apre più porte, perché se vai all’estero e canti in italiano e spacchi il culo la gente si ricorda di te. È solo una questione che alla fine l’inglese è molto più evocativo per me e fin da quando blatero le prime parole sui pezzi che scrivo a casa mi apre una dimensione che l’italiano semplicemente non mi apre. Anche perché l’inglese maschera un po’ il significato di quello che voglio dire e se uno proprio lo vuole sapere deve andare a cercarselo e magari non è quello che avevo in mente io. E questo per me è una figata. Io cerco sempre infatti di scrivere testi, sia in inglese che in italiano, che possano essere interpretati e interiorizzati in maniera diversa dalle persone, anche se sto parlando del mio giardino o di mia moglie.

Ormai è un po’ di tempo che siete in questo ambiente. Com’è cambiato il vostro approccio alla musica in tutti questi anni?

È sempre lo stesso. Fare musica che sia libera. Libera da ogni vincolo di genere, di contratto, di raggiungimento di un obiettivo o di qualunque aspettativa, di qualunque messaggio, di qualunque immagine, di qualunque compromesso. Il nostro approccio alla musica è, ed è sempre stato, fare semplicemente musica. Perché? Perché ci divertiamo. E, ovviamente, se mi chiedi “approccio alla musica” a me viene in mente solo una cosa: il palco, il palco e ancora il palco.

Qual è il filo conduttore del vostro ultimo album Gravity?

Gravity è un inno alla libertà. Alla libertà come tensione ad aderire a ciò che ci definisce. E per me è una lotta continua tra il tentativo di rimanere attaccato ai rapporti che mi definiscono e la tentazione di scappare e di dire “basta, non ce la faccio più!”. Questo è il terreno di battaglia su cui si gioca Gravity, con pezzi che cantano una più decisa e cosciente adesione, come No Regrets, e pezzi in cui questi rapporti fanno sanguinare, come Stop Fighting, o addirittura in cui si rischia di perdersi come Exxon Gambling. Il filo conduttore di Gravity è la vita, la vita che va avanti e che obbligatoriamente continua a mutare con degli scossoni più o meno forti, e l’attrito con il desiderio che a volte invece rimanga tutto com’è, invariato, perfetto.

Dopo i tour europei fatti nella vostra carriera, cosa avete portato a casa da questa esperienza?

Sicuramente la cirrosi epatica! No, scherzo. Sicuramente la coscienza che il mondo è grande. E quando vivi in provincia come noi a volte la tentazione è quella di convincersi che tutto il mondo sia la piccola e sicura bolla in cui vivi. Invece, tutti i giri e tour che abbiamo fatto, le persone che abbiamo incontrato, i gruppi che ci hanno spaccato il culo e i gruppi ai quali abbiamo spaccato il culo, hanno risvegliato in noi lo spirito dell’avventuriero, cioè di colui che si muove spinto da una curiosità nei confronti di un mondo che non è grande ma immenso, e dalla voglia di scoprirlo, di morderlo e di assaporarlo. Un messaggio per i giovani rocker: prendetevi un pulmino scassato e andate in giro a suonare! Questo è il senso di tutto!

Cosa volete comunicare con la vostra musica? Quanto sono importanti per voi il successo e l’essere capiti?

Niente. Non vogliamo comunicare assolutamente niente. Nessun messaggio sociale o politico, questa infatti sarebbe propaganda, non musica. Gli AIM sono completamente slegati da una qualsiasi etica musicale, “Art for art’s sake” per dirla alla Oscar Wilde, arte per amore (fine a sé stesso) dell’arte. Tutto qui. E quindi godo veramente perché la musica non è il mio lavoro, quindi qualcosa che in un modo o nell’altro, o prima o poi, devi spremere, ma è solo un diletto, un diletto che va avanti vent’anni. È forse questo il nostro segreto. Successo ed essere capiti? Non ce ne frega un cazzo! Il punto è fare con passione fino alla morte una cosa che ti piace slegandoti e sbattendotene dell’esito. Se son rose, fioriranno.

Se poteste decidere un featuring con un artista qualsiasi, di qualsiasi epoca, chi vorreste accanto a voi?

Io personalmente vorrei Tim Armstrong dei Rancid o Joe King dei The Queers. “Punk rock will never die!” Matteo invece sono sicuro che vorrebbe fare un featuring con DJ Pezzio mentre Marchino con Er Piotta!

Ascoltando le vostre canzoni si percepisce la vostra volontà di non porvi limiti e di non sentirvi legati a nessun genere. Tutti questi cambiamenti di sonorità riflettono diversi periodi o stati d’animo?

La nostra musica è semplicemente un tentativo di descrivere la nostra vita e visto che siamo dei disadattati spesso prende queste forme e sonorità a volte anche molto in contrapposizione tra di loro. Nello stesso Gravity ad esempio c’è un pezzo elettronico con la cassa martellante in quattro, Stop fighting, un pezzo simil-trap, Parallel, e un pezzo punk di due minuti e trenta, Love you, red irreverent!La nostra musica non è schizofrenia, è solo il tentativo di dare voce e forma alla complessità dell’esperienza umana che, come dice T.S. Eliot, è estremamente frammentaria. Quindi, all’interno dello stesso trip, una volta posso essere in mood Parallel, una volta in mood Stop fighting e un’altra ancora in mood scatenato Love you, red irreverent!.

Qual è la canzone di cui siete più fieri? Perché?

Io personalmente di Parallel perchè l’ho costruita a tavolino. Non l’avevo mai fatto. Cioè ho preso il provino, con voce, chitarra, basso e batteria, l’ho demolito e ho ricostruito la stessa canzone da zero ma con sonorità e beat assolutamente inusuali per gli AIM. Faticoso ma assolutamente necessario. Questo per me significa evolvere e provare ad andare oltre i propri limiti. Assolutamente necessarie anche le collaborazioni con altri musicisti miei amici per sviluppare la parte meno AIM, tradizionalmente parlando, di Gravity. Colgo l’occasione per ringraziare e salutare Luca Vecchi (NiCE), Giuseppe Magnelli (ex io?Drama) e Stefano Elli (Sabbionette Studio) per avermi aiutato a nutrire Gravity quando ancora era piccolo piccolo e per averlo reso quello che è!

Siete molto apprezzati nei live, cosa è importante trasmettere al pubblico secondo voi?

Che ti stai divertendo. Noi abbiamo suonato davanti a migliaia di persone come davanti a venti persone o nessuna. L’attitudine è sempre quella: tu lo stai facendo perché ti gasa, lo stai facendo per te. Non per loro. Lo stai facendo solo per te. Questo è tutto.

Se doveste tirare le somme della vostra carriera fino ad ora, cosa non è mai cambiato?

Ciò che veramente non è mai cambiato in vent’anni di carriera e in vent’anni che conosco i twins, è la nostra voglia di fare i “cazzoni”, di divertirci e di sentirci liberi in fondo. Noi AIM siamo semplicemente tre ragazzi che amano il vento. Niente di più. Niente di meno.

“Art for art’s sake”

Il maggior pregio degli AIM è sicuramente la voglia di rinnovarsi continuamente e vivere per la musica, anche dopo vent’anni di carriera, come se fosse il primo giorno. Le loro canzoni sono cariche di una sana passione, che il pubblico ha l’occasione di toccare ascoltandoli. Spesso, si dimentica che la musica è prima di tutto arte e come tale, non deve avere per forza un obiettivo politico o sociale. La musica fine a sé stessa non è meno nobile, anzi, è libera da gabbie etiche, che spesso non fanno altro che limitare l’arte.  Vi consigliamo caldamente di ascoltare il loro ultimo album, i loro suoni distorti e ricercati non vi faranno annoiare neanche per un attimo!

 

FONTI

Materiale gentilmente fornito da Astarte Agency

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