Nessun altro titolo avrebbe potuto essere più adatto per il romanzo Inganno (Deception, 1990) di Philip Roth, edito in Italia da Einaudi. Proprio attorno a un triplice inganno, intessuto ad arte dal narratore e alter ego dell’autore stesso, ruotano le vicende che danno vita a queste pagine.

Un inganno che ha la forma, innanzi tutto, dell’adulterio commesso da parte dei due principali attori del romanzo, il narratore, Philip, e la sua amante, anch’essa intrappolata in un matrimonio infelice. Roth ci presenta i suoi personaggi senza filtri o spiegazioni, con il solo tramite dei loro dialoghi. Resi così spettatori di questi incontri clandestini, i lettori prendono pian piano confidenza con i dialoganti in scena, diventano a loro volta i depositari delle confidenze sussurrate in uno sgangherato studio di Notting Hill.

Quello raccontato dallo scrittore americano, dunque, è il tradimento visto dall’interno, dal punto di vista di chi lo commette e lo vive come un momento di fuga dalla realtà quotidiana. La donna inglese – della quale non si conosce il nome – che intreccia una relazione amorosa con il protagonista, infatti, sembra vivere quegli incontri come uno sfogo, cogliendo la possibilità di confidarsi e rivelare le difficoltà della propria vita matrimoniale.

Le parole dei due amanti tracciano una realtà complessa, in cui l’amore non sparisce da un giorno all’altro, ma si sfilaccia e si indebolisce provato dalle sfide del tempo. I sentimenti mostrati nei confronti dei coniugi sono così ambivalenti: c’è il rancore, la compassione, la gelosia, la delusione, e un’irritazione che non può che ricordare quella provata da Emma Bovary o da Anna Karenina, le adultere più celebri della letteratura mondiale.

Poi, col tempo, il fantastico amante si erode e si trasforma nell’amante di tutti i giorni, l’amante prosaico. […] Comincia la tirannia del reale. […] E a questo punto, con o senza matrimonio (anche se il matrimonio accelera sempre il processo) colui che era Rodolphe e che è divenuto Léon si trasforma in Bovary. Mette su peso, Si pulisce i denti con la lingua. Fa rumore quando manda giù la minestra. È goffo, ignorante, è rozzo, è irritante perfino a guardarlo dal didietro. All’inizio questo ti infastidisce, nulla più; alla fine ti fa impazzire.

Se la vita matrimoniale è la morte di ogni illusione e simbolo della più prosaica esistenza, la parentesi del tradimento è invece vissuta dai protagonisti come una boccata d’aria, un’oasi da cui è escluso lo squallore della vita reale. Ed è qui che entra in gioco la letteratura, e il secondo degli inganni attuato dallo scrittore-narratore. Dopo diverse pagine di dialoghi tra i due amanti, infatti, una conversazione di diverso tipo rompe il ritmo della narrazione: la moglie di Philip ha trovato dei manoscritti che riportano, verosimilmente, i dialoghi di cui i lettori stessi sono stati testimoni sino a quel momento.

Il tradimento, dunque, è stato scoperto, ma Philip – non a caso un omonimo dello stesso Roth – si mostra capace di sfruttare al meglio il proprio ingegno, intessendo un ulteriore inganno. I manoscritti rinvenuti dalla moglie, sostiene lo scrittore, non sono altro che bozze per un romanzo, il mero frutto della sua immaginazione artistica. Se l’inganno ai danni della coniuge tradita sembra evidente, ce n’è un altro, più sottile e metaletterario, che si insinua come un dubbio e pone una questione sull’interpretazione della letteratura. Che l’autore sia riuscito a ingannare anche noi, ingenui lettori, illudendoci di presentarci una vicenda reale, e magari persino autobiografica?

Si tratta di una domanda a cui non potrà mai esserci alcuna risposta definitiva. La letteratura stessa, in un certo senso, è un inganno a cui ogni lettore deve sottoporsi per godere a pieno di un’opera. È anche un tradimento nei confronti delle persone reali trasportate nel mondo dell’immaginazione e deformate o saccheggiate della propria identità dalla penna audace di uno scrittore.

Il confine tra realtà e finzione, dunque, è estremamente sottile all’interno di questo originale romanzo. Lo è a causa dello strano gioco portato avanti con sagacia dallo scrittore, ma lo è anche perché la vicenda stessa dell’amore clandestino sembra posizionarsi al confine tra sogno, immaginazione e realtà. È forse per questo che gli amori clandestini e i tradimenti sembrano così “fotogenici” in letteratura: sospesi in un limbo tra la vita e la condanna all’oblio, essi sviluppano tutto il proprio potenziale proprio nei libri, là dove possono definitivamente fuggire dal reale e rifugiarsi nel potere vivificante dell’arte.

Eri tu. Non avrei potuto scrivere di lei in quel modo se non ci fossi stata tu. Non so se ti ho mai detto fino a che punto…non so nemmeno se allora sapevo fino a che punto tu eri lei, se non dopo aver scritto il libro. Tutt’intorno a noi c’erano quelle limitazioni, quegli obblighi da rispettare. Ma siamo stati meravigliosamente bene insieme, anche se eravamo chiusi dentro quella terribile stanza. Io non vivevo con te solo durante quelle poche ore, avevo tutta una vita da vivere insieme a te quando scrivevo. Avevo questa storia immaginaria e la vivevo con te mentre tu non c’eri. Tutto questo era così intenso.

 

FONTI

P. Roth, Inganno, Torino, Einaudi, 2006