Il presidente del Perù, Martin Vizcarra, ha reso pubbliche le misure per combattere la diffusione del coronavirus, come fatto dalla stragrande maggioranza dei governi mondiali. L’elenco di regole è pressoché lo stesso, tra cui l’isolamento e soprattutto lavarsi bene le mani. Nulla di nuovo, se non fosse per un piccolo ma non trascurabile dettaglio. Buona parte della periferia di Lima non ha nessun collegamento con la rete dell’acqua potabile. La città in questione è la capitale del Perù, conta circa 8,5 milioni di abitanti nell’area urbana e tocca gli undici milioni se si tiene conto delle zone periferiche.

Rete idrica mai pervenuta

Non si tratta però di un problema nuovo. Nueva Esperanza, un quartiere periferico nei pressi di Lima, è privo di allacciamento alla rete dell’acqua da circa vent’anni. Più recentemente, nel 2017, si sono verificati problemi al terreno tali da impedire la distribuzione di acqua da parte della Sedapal, l’azienda che si occupa delle reti idriche e fognarie. L’interruzione ha fatto sì che i furti d’acqua subissero un’impennata, e si è arrivato a mettere sotto le chiave le cisterne. Durante questi primi mesi di 2020, un anno da incorniciare per il mondo intero, più di metà degli abitanti di Lima è rimasta giorni senza acqua potabile. Si parla di oltre 4 milioni di persone, per circa quattro giorni. Si è giunti a porre limiti alla vendita di acqua in bottiglia nei supermercati e inevitabilmente si è creato un mercato nero in cui i prezzi sono stati gonfiati.

Oltre alla quantità, il problema è anche relativo alla qualità dell’acqua presente. A detta di alcuni non si tratta di una tematica rilevante, forse perché la sua scarsità spinge ad accettarla anche a condizioni igienico sanitarie non proprio eccellenti, anzi. Va specificato che i controlli sono rari, ma le patologie a essa connesse sono molte. César Robles è un medico che lavora da anni nel centro sanitario di Nueva Esperanza: “Riceviamo pazienti affetti da parassitosi, diarrea e funghi della pelle. Queste comunità non hanno acqua né fognature. Dipendono completamente dalle autobotti”.

Più precisamente, si tratta di 212 autobotti private che riforniscono le periferie. Da quando è scattata l’emergenza coronavirus il prezzo dell’acqua è salito a dismisura, toccando una cifra trenta volte superiore al prezzo standard. Il governo è consapevole di questo e ha attivato circa quattrocento autobotti per cercare di rifornire gratuitamente i ventiquattro distretti di Lima che non godono dell’accesso alla rete idrica, e dunque all’acqua potabile, ma si tratta evidentemente di una soluzione tampone. Se così si può definire, dal momento che restano i problemi relativi alla qualità.

L’accesso all’acqua è un diritto umano fondamentale

La mancanza cronica di acqua potabile è una violazione del diritto umano stabilito dall’ONU e, tra l’altro, è riconosciuto anche dalla Costituzione del Perù. A tal proposito si è espresso il ministro per la casa, l’edilizia e le reti idriche, Rodolfo Yanez Wendorff: “Non c’è nessun controllo sulle autocisterne, non c’è regolamentazione. È una scelta dell’azienda che fornisce i servizi, la Sedapal. Abbiamo studiato alcune alternative, come l’acquisizione di autocisterne da parte dello stato, ma il costo è altissimo.” È dunque evidente che manca una prospettiva a lungo termine, che va ben oltre l’emergenza attuale dettata dal coronavirus, per quanto non trascurabile.

Lima è una città  lasciata in balia del caso dalla fine degli anni Ottanta, quando le politiche governative attuate per cercare di mantenere un controllo sulla crescita delle nuove aree periferiche sono state abbandonate. Statistiche internazionali la definiscono come la seconda capitale più secca al mondo dopo Il Cairo, in Egitto. Nel territorio attorno alla capitale, oltre ad accogliere quasi un terzo della popolazione di tutto il Perù, si produce circa il 50% del pil del paese. Tutti motivi che dovrebbero spingere il governo a prendere drastiche decisioni per operare un forte cambiamento di rotta nella gestione della regione. Un altro dato che lascia perplessi è il consumo di acqua potabile che avviene attraverso la rete idrica (dove c’è quantomeno): 69.000 litri sprecati al secondo per la manutenzione pressoché assente.

In piena crisi globale, il già citato ministro per le reti idriche fa una dichiarazione che può essere definita in molti modi, di certo rassicurante: “Troveremo una soluzione. Vi ho dato la mia parola. Ma il progetto può tardare un anno, due, tre o anche di più”. Chi vivrà vedrà insomma.

Crisi idrica mondiale

Al di là delle difficoltà strutturali del contesto peruviano, il problema di disponibilità di acqua dolce sul pianeta è una tematica che, presto o tardi, toccherà tutti. Al momento riguarda certe aree specifiche piuttosto che altre per una serie di ragioni che sono ambientali prima di tutto, ma anche politiche, economiche e sociali. Studi promossi dalle Nazioni Unite hanno stimato un raddoppio nell’utilizzo di acqua nel corso dell’ultimo secolo. Entro il 2025 circa 1.8 miliardi di persone si troveranno in regioni dove sarà difficile garantire un costante apporto idrico. Non si parla dunque di scenari futuri e troppo lontani per essere immaginati, il 2025 è dietro l’angolo.

FONTI

Internazionale, numero 1357, Lima ha sete, Gloria Ziegle e Mirelis Morales Tovar, pp. 44 – 49.

nationalgeographic.it

washingtonpost.com