Caro Teatro, ti scrivo,
e non senza che una lacrima scorra su una guancia al ricordo di ciò che era fare teatro, essere teatro e vivere teatro. Un ricordo distante, un intervallo infinito tra due vite che appaiono incrinate, rotte. Un rettilineo spezzato da una brusca curva, un sentiero di montagna interrotto da un masso, una strada bloccata dal passaggio a livello. Così appare la vita di noi attori ai tempi del lockdown: una brusca frenata durante la rincorsa allo spettacolo, una deviazione di rotta dal cammino che, da una vita, si cerca di costruire. Niente frenesia da palcoscenico, niente bruciori di pancia prima dell’entrata in scena; solo monotonia e asettica ricerca di un’emozione nella banalità del quotidiano. Perché davvero, Teatro, ciò che manca di più è proprio quell’emozione, imparagonabile e indescrivibile, che solo tu sai offrire.

Il lockdown, questa forzata chiusura, sembra bloccare anche i sentimenti. Lo schermo pietrifica, immobilizza, indurisce gli animi. Ma d’altronde come cercare quel disperato bisogno di emozione, quel naturale istinto di aggregazione che è esclusivo dell’essere umano? Il virus modifica i rapporti, impone la lontananza, ruba gli abbracci e strappa le carezze. Ma come puoi comprenderlo tu, Teatro, che grazie a una sola carezza fai tremare una platea e con un bacio togli la scorza al cuore degli spettatori? No, tu non puoi accettare che il distanziamento sociale rubi l’essenza della tua arte. Perché tu sei contatto tra corpi che si cercano, energia che scorre nelle vene e nell’aria. Non sei intellettualismo o superstizione, ma terra calpestata, battito di mani, maschere abbassate, sudore e lacrime. Sei anche risate durante un’opera buffa e brusio di platea, ma non sei monotonia.

E ora che si cerca di tradurre in formalità la sostanza delle anime, nel disperato tentativo di razionalizzare una situazione illogica e anormale, quale angolo puoi occupare tu? Sei stato chiuso in un cassetto e dimenticato tra i panni sporchi, messo in sospensione all’interno di una società che sembra non avere bisogno del tuo contributo. Ma non temere, è solo superficialità. Ogni uomo necessita infatti di sciogliersi in una dolce emozione, di lasciarsi sorprendere e impressionare dalla bellezza. E così noi attori ci rifugiamo nella solitudine delle camere, per ricordarci quanto era bello stare su quel palco, quanto era dolce il profumo del trucco e quanto era calda la luce sulla scena, nella consapevolezza e speranza di tornare di nuovo su quel palco, e sentirci più vicini.

Deve essere ammaliante il vuoto dentro di te, Teatro, un silenzio assordante, che se si presta attenzione si può forse sentire il sussurro degli spiriti o del vento. Le sedie ben ripiegate, il palcoscenico ordinato…la non convenzionalità potrebbe addirittura impressionare quel branco di attori genuini e a volte poco disciplinati. Ma in realtà, a pensarci bene, nell’obbligato isolamento, tu non sei solo. Come la natura rifiorisce per le strade, le anime dei personaggi si muovono silenziose, vivendo il loro momento di gloria lontano dagli attori, nei corpi dei quali prendono forma ogni sera per replicare la favola. Si può forse allora scorgere in un angolo un piccolo Amleto, oppure nei camerini la Sgricia sta cucendo l’abito di scena. E camminando in punta di piedi se ne può forse percepire il flebile respiro, le lievi parole disperse nell’immenso spazio vuoto. Dentro di te Antigone continua, in eterno, la sua guerra con Creonte e Lear porterà sempre tra le braccia la bella Cordelia.

Allora, Teatro, tu continua ad aspettare. Preserva la bellezza e non permettere che l’imponenza della tua arte venga corrotta da abitudine mortale. Aspetta paziente, perché noi attori non ci siamo dimenticati di te.

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