La forza e la potenza dell’espressione artistica non si manifestano solo nella bellezza. Si è soliti associare, spontaneamente, la nozione di arte al concetto di bello. Eppure, esattamente come accade nella vita, l’arte non illustra solo il bello. Anzi, proprio perché dipende dalla libertà creativa, determinata da un soggetto che opera delle scelte espressive, è in grado di mostrare anche ciò che è brutto. Tutto quello che infastidisce, turba, sconvolge e inquieta. 

Da questo punto di vista, però, è necessario fare una precisazione e operare un’importante distinzione. Da un lato esiste una bruttezza estetica. Questa è definibile come una sorta di deviazione rispetto all’armonia e alla perfezione di una forma o una figura. e quindi opera sul piano della sensibilità dello sguardo. Esiste però anche una bruttezza etica, morale, comportamentale, che agisce invece sulla sensibilità emotiva dello spettatore.

Spesso queste due categorie si sovrappongono. In qualche modo, rimangono strettamente legate e si intrecciano, identificandosi l’una con l’altra, al fine di intensificare l’effetto espressivo ricercato. Così facendo, l’effetto estetico diventa funzionale al significato stesso della rappresentazione pittorica. In questo modo, il significato dell’opera trova espressione nelle scelte stilistiche, cromatiche e formali.

Tra le varie sfumature della bruttezza morale, una della tante e delle più rappresentate in immagine è sicuramente quella della violenza. Un tema che è stato a lungo esplorato da pittori, scultori e fotografi nel corso della storia dell’arte e più in generale nella storia dell’immagine. Artisti che, spesso e volentieri, hanno trovato nella rappresentazione di scene violente un canale di espressione, anche per le proprie vicende biografiche. 

Giuditta e Oloferne in Caravaggio e Artemisia Gentileschi

Se si va indietro di qualche secolo, si osserva che la maggior parte dei pittori ha trovato nei racconti biblici alcune delle più cruente e violente scene da dipingere.

Tra queste, una delle più note è quella di Giuditta che uccide il tiranno Oloferne, narrata nel capitolo 12 del Libro di Giuditta (Vecchio Testamento). Oloferne, nemico e assalitore del popolo di Israele, si trova nella tenda, addormentatosi per l’ebbrezza del vino. Giuditta, incaricata da Dio di uccidere Oloferne, si introduce nella sua tenda e, sfoderando una scimitarra, decapita il tiranno, conservando poi la sua testa in una bisaccia. 

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Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Giuditta e Oloferne, 1600-1602 circa, Gallerie nazionali d’arte antica, Palazzo Barberini, Roma

Si fece più vicina, sollevò la testa di Oloferne per i capelli e disse: ‘Dammi forza in questo momento, Signore, Dio d’Israele!’. Poi colpì con la spada il collo di Oloferne due volte con tutta la sua forza e gli tagliò la testa. Fece rotolare il corpo di Oloferne giù dal letto, portò via i drappi dalle colonne e uscì.

Questa vicenda, proprio per la sua intensità, è stata rappresentata innumerevoli volte da pittori e disegnatori. Tra le tante versioni, una delle più celebri e più riuscite è sicuramente quella proposta da Caravaggio, nel 1602. Con tutta la teatralità dei gesti e della luce che contraddistingue la sua maniera, il pittore illustra la scena. Enfatizza l’espressività dei volti e delle movenze. Oloferne si contorce per il dolore e strabuzza gli occhi. Giuditta, quasi senza compiere il minimo sforzo fisico, decapita il tiranno, timidamente sorpresa. La vecchia serva, con la bisaccia tra le mani, osserva stupita e sorpresa la testa, che sta per essere decapitata dalla scimitarra, mentre il sangue zampilla sul cuscino. 

Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, 1620, Galleria degli Uffizi, Firenze

Un’altra versione pittorica, altrettanto nota e forse ancora più suggestiva, è quella realizzata da Artemisia Gentileschi. La pittrice, di scuola caravaggesca, illustra la scena con una composizione quasi identica a quella del Caravaggio. In quest’opera però, realizzata nel 1620, vi sono due aspetti che la rendono ancora più inedita della versione del maestro. 

Il primo aspetto riguarda le posture e l’atteggiamento delle figure rappresentate. Da un’analisi dettagliata, si può osservare come nel dipinto della Gentileschi la tensione fisica sia molto più accentuata. Dai volti corrugati di Giuditta e della serva, a una maggiore accuratezza nella raffigurazione del sangue che zampilla,  fino allo sforzo fisico delle braccia in tensione di Oloferne. Tutti rendono la rappresentazione ancora più naturalistica, dinamica e accentuano la violenza dell’atto compiuto.

Il secondo aspetto riguarda la presunta componente autobiografica, implicita nella scelta della scena. Pare che la scelta di rappresentare una scena così cruda e violenta, nella quale una donna decapita violentemente un tiranno, non sia stata casuale. È come se la pittrice avesse proiettato la sua volontà di riscatto e vendetta. Una reazione alle violenze sessuali subite e perpetrate dal pittore Agostino Tassi.

Saturno che divora i suoi figli
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Francisco Goya, Saturno che divora i suoi figli, 1821-1823, museo del Prado, Madrid

Un paio di secoli dopo, nell’800, si arriva e alla pittura del Romanticismo. In un’estetica ormai concentrata sulle tonalità emotive, espressive e visionarie della dimensione umana, si trova uno dei più grandi pittori di tutti i tempi: Francisco de Goya.

Tra le opere più emblematiche del “secondo Goya”, spicca, per la crudezza e la violenza espresse, l’opera del 1820 Saturno che divora i suoi figli. Nel dipinto, la crudezza e i toni cupi delle scelte stilistiche si identificano con la violenza della scena rappresentata. Crono, dio del tempo, così come ce lo racconta Esiodo nella Teogonia, divora uno dei propri figli. Lo fa a brandelli violentemente e avidamente, assumendo le sembianze di un mostro crudele.

Nell’opera esplode la carica metaforica sottintesa nella figura di Crono: il tempo che porta al deterioramento e alla morte. Questa si unisce, per esplicita volontà di Goya, a una rappresentazione allegorica di Ferdinando VII. Il monarca tirannico si identifica con la figura cannibalesca di Crono, che illustra tutto il male insito nella natura umana. 

Egon Schiele: la violenza dello stile

Agli inizi del ‘900 incontriamo uno dei più originali, e certamente interessanti, artisti del tempo: Egon Schiele. È l’esponente di punta dell’espressionismo viennese, stilisticamente imparentato con il collega Oskar Kokoschka. La ricerca artistica di Schiele non ha più nulla a che vedere con i toni poetici del connazionale Klimt. Nell’opera di Schiele troviamo un’espressività cruda e urticante, in cui la violenza non viene espressa tanto nei soggetti e nelle vicende rappresentate, ma piuttosto nello stesso tratto pittorico dell’artista. È una violenza strutturale, verrebbe da dire, oltre che stilistica. 

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Egon Schiele, Autoritratto 1910, matita, tempera e acquerello su carta, Albertina, Vienna

Ci sono linee spezzate e nudi così asciutti e scheletrici che si distaccano profondamente dall’eros sognante di Klimt, assumendo un carattere quasi pornografico. Con i colori opachi e i tratti spigolosi dei corpi vibranti, questi sono tutti elementi che fungono da veicolo per incanalare il disagio dell’artista e le perturbazioni psico-emotive. Diventano l’espressione formale di una violenza non fisica e nemmeno rivolta a qualcuno. Piuttosto una violenza interiore e psicologica, che viene esteriorizzata nelle forme, nelle linee e nei colori. 

La violenza in fotografia

Quando si parla di violenza, purtroppo, non si può fare a meno di pensare a contesti quali la guerra. Ebbene, c’è stato un conflitto che si è ormai fossilizzato nella memoria sociale come uno dei conflitti più cruenti e violenti di tutto il Novecento: la guerra in Vietnam.

Sono tante le immagini celebri di questo conflitto. Fotografie che illustrano, documentano e testimoniano la violenza indifferenziata della guerra. Lì il coinvolgimento dei civili per mano dell’esercito statunitense è stato notevole. Si pensi, ad esempio, alla fotografia ormai tristemente nota come Napalm Girl e alle sue ripercussioni sull’immaginario globale.

Tra le moltitudini di fotografie che si possono selezionare, ce n’è però una molto interessante nella quale la violenza c’è, ma non si è ancora presentata. È la celebre fotografia scattata dal fotografo di guerra Eddie Adams. Ritrae l’esecuzione sommaria di Nguyễn Văn Lém, membro dei Viet Cong, esattamente l’attimo prima di essere giustiziato per strada con un colpo di pistola alla testa. 

È un’immagine molto potente quanto drammatica, un’immagine che blocca l’istante esatto in cui l’uomo sta per essere ucciso, insieme a quel frammento di mezzo tra la vita e la morte.  


FONTI

Todorov Tzvetan, Goya, Garzanti, 2015