Cambiare ora che ne abbiamo la possibilità. Questo dovrebbe essere un pensiero fisso nei politici di tutto il globo. Ma sembra che, come molti si aspettavano, il mondo post-Covid non sarà molto diverso da quello che ha preceduto questa crisi senza paragoni: solo che non avremo imparato niente.

Al di là di ogni più catastrofica previsione formulata dai più avveduti o pessimisti, vedi Bill Gates, nessuno realisticamente era preparato per una crisi umanitaria, sanitaria e, di conseguenza, anche economica come questa. Il Covid sta progressivamente scoperchiando i problemi più o meno evidenti degli Stati del mondo: chi non ha un servizio sanitario pubblico, chi sputa sulla libertà di stampa e d’informazione e chi non ha ancora compreso che l’unione è vera solo quando effettivamente messa in campo. Per tanti esempi positivi che abbiamo visto in queste terribili giornate, sono evidenti le mancanze e le responsabilità di sistemi economici e sociali spinti al loro limite. Ma appare anche evidente che proprio questo blocco imposto può trasformarsi in una opportunità.

Non è possibile intervenire per cambiare il passato, occorre solo indagare per accertare eventuali responsabilità e cercare di donare sollievo a chi ha perso un caro, un amico, un conoscente. Questo è compito tanto dei giudici, dello Stato, quanto degli psicologi e di ognuno di noi, membri di comunità ferite. Ma lo Stato ha anche l’opportunità per intervenire su ciò che ci aspetta, il futuro, qualcosa su cui possiamo avere una voce, e cercare di dirigerlo verso una certa direzione, migliore di quella a partire dalla quale ci siamo schiantati.

Due sono le grandi riflessioni che i governanti di tutto il mondo sono tenuti a fare: quanto sfruttamento incontrollato dell’ambiente possiamo ancora concederci? Quanti evasori possiamo tollerare? Sono quesiti basilari, apartitici, ma certo non apolitici. Se politica significa arte del governo, allora immaginare e indirizzare il futuro è il compito basilare di questo nobile e gravoso impegno.

Non sappiamo ancora con estrema esattezza quale sia stato il processo che ha portato alla diffusione del virus, ma ciononostante sappiamo per certo che la riduzione degli habitat animali, in questo caso particolare dei pipistrelli – per ebola si era trattato degli scimpanzé – non ha sicuramente giocato a favore. Il nostro rapporto con l’ambiente e il pianeta è fondamentalmente sbagliato perché si basa sull’utopistica convinzione che in qualche modo le risorse siano eterne. Lo spazio disponibile, l’acqua, le foreste, il petrolio e i gas: si ritiene che sia tutto utilizzabile senza limitazioni per poter sostenere un sistema produttivo altrimenti destinato al collasso. Ma non sarebbe questo il momento per poter investire attivamente su aziende ecologiche e su sistemi produttivi differenti? Compito dello Stato sarebbe fornire assistenza economica ai lavoratori che verrebbero toccati da queste riforme, garantendo sussidi ma anche nuovi posti di lavoro più sostenibili. Nel 2008, con la crisi economica, l’occasione di regolare meglio il sistema bancario è stata sostanzialmente gettata al vento: non dobbiamo buttare un’altra opportunità. Gli Stati dovrebbero agevolare le industrie più pulite, indirizzando così l’evoluzione del libero mercato nel nuovo secolo.

Questo però è tanto lontano dalla realtà dei fatti quanto il mondo ipotizzato da Tommaso Moro nella sua famosa opera, Utopia. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti, ad esempio, ingenti aiuti economici sono stati erogati alle imprese petrolifere, come la Bp o la Shell, o alle compagnie aeree. Invece di pensare a politiche utili per ridurre l’utilizzo di carburanti fossili, delle quali gli impegni internazionali, sulla carta, sono pieni, non c’è alcun tentativo di intervenire per ripensare la mobilità o la produzione. Forse, per quel famoso Green New Deal di cui da qualche tempo si sente parlare, serviranno scelte coraggiose e non solamente sprazzi di incentivi economici: investire sull’efficienza energetica delle abitazioni e non nel continuo sperpero di energie, favorire percorsi di riqualificazione professionale per i lavoratori, utilizzare al meglio i servizi digitali cui ci siamo aggrappati con forza in questi lunghi mesi di quarantena. Stiamo mettendo una pezza, a volte nemmeno efficace, ignorando che alcuni problemi si ripresenteranno uguali, ancora e ancora.

Un’altro possibile effetto della crisi che gli Stati potrebbero sfruttare riguarda la lotta all’evasione fiscale, specialmente per quanto concerne enormi capitali e multinazionali. Un esempio particolarmente calzante riguarda la vicenda del patron di Virgin, Richard Branson, che ha chiesto aiuti economici al Regno Unito per la propria compagnia aerea. Peccato che la sede della società sia ubicata sull’isola caraibica di cui il miliardario inglese è proprietario, eludendo il fisco di Sua Maestà da circa una decina d’anni. Il Regno Unito ha risposto di no alla richiesta del ricco imprenditore. Allo stesso modo si è comportata la Danimarca, decidendo di escludere dagli aiuti tutte quelle aziende ree di sfruttare i paradisi fiscali. Si tratta circa del solo 6% dell’evasione complessiva, ma proseguendo lungo questa strada l’opera dello Stato si può fare più incisiva. Non si deve trattare di una guerra senza quartiere all’impresa privata e alla libera economia, ma quantomeno è auspicabile che si ripensi il sistema: è giusto che una società con sede in un paradiso fiscale possa ricevere aiuti economici dallo Stato in cui non paga le tasse? Il prezzo del fallimento viene sempre pagato dai lavoratori dipendenti da queste multinazionali, e questo è profondamente ingiusto, così come è inaccettabile che l’unico modo per poter garantire a questi cittadini uno stipendio sia quello di lavorare per società con sedi in paradisi fiscali. Paghiamo tutti la sanità, la manutenzione delle infrastrutture, gli aiuti statali erogati in tempi di crisi, le pensioni, gli stipendi statali. Tutti meno qualcuno.

Forse è giunto il tempo di ripensare la vita che vorremmo fare dopo essere emersi dalle nostre case, esserci salutati, abbracciati, aver pianto assieme. Pensare semplicemente di aver schivato il proiettile non è abbastanza, non serve essere in piedi se accettiamo di ricommettere ancora gli stessi errori. Possiamo fare qualcosa, una possibilità che mai verrà tolta all’uomo. Possiamo imparare, possiamo migliorare, dobbiamo provarci.