Quanto possono rivelare della nostra personalità i sogni o gli incubi che ci fanno visita ogni notte? Moltissimo, almeno secondo il parere di Danilo Soscia, autore di Gli dei notturni: vite sognate del ventesimo secolo. Il libro, edito quest’anno da minimum fax, si configura come una raccolta di racconti, ma la definizione tradizionale di questo genere non coglie a pieno l’essenza di questi brevi testi. Al centro di essi, infatti, vi è raramente lo svolgimento di una trama, ma piuttosto la rappresentazione – spesso immaginifica e surreale – della vita interiore di alcune personalità che hanno segnato la storia del secolo scorso.

Ogni sezione del libro di Soscia costituisce una peculiare biografia, osservata, per così dire, attraverso i suoi negativi: gli eventi reali, i diversi tasselli attraverso cui si snodano le esistenze dei protagonisti fanno solamente da sfondo, mentre l’attenzione dello scrittore si sposta sulle vite notturne e sognate, sulle pulsioni, le paure, i più intimi sensi di colpa che, verosimilmente, hanno infestato le notti di tutti questi eterogenei personaggi storici.

È come se l’autore de Gli dei notturni capovolgesse il complesso tessuto delle vite da lui raccontate per osservarne l’invisibile ordito, cogliendo le immagini, più o meno simboliche, incastrate tra gli occhi dei suoi personaggi addormentati. Così, ad esempio, Soscia immagina le conversazioni oniriche di Moana Pozzi con un dio amorevole e premuroso, raffigura le angosce e i sensi di colpa di Andreotti attraverso incubi surreali e terrificanti immagini di morte e malattia.

Immagini di morte ed episodi di violenza sono in effetti molto frequenti nelle pagine de Gli dei notturni. I sogni, d’altronde, sono spesso manifestazioni del nostro inconscio, e in quanto tali rendono visibili alcune delle pulsioni più primitive dell’animo umano. Le rappresentazioni oniriche dei personaggi, essendo per natura prive di censura, sono la rivelazione più sincera di queste complesse personalità. Non è un caso, inoltre, che i sogni narrati vedano spesso i protagonisti ancora bambini, poiché, come lo scrittore dichiara attraverso la voce di un personaggio:

Quando siamo bambini Dio è meno oscuro, e rende manifesti ai nostri occhi i demoni che ci affliggono, così che possiamo meglio individuarli e sconfiggerli.

Ecco dunque che Soscia, operando in uno spazio di sospensione della realtà, può animare i propri racconti di creature fantastiche e mostruose, bestie feroci e terribili creature dalle teste di animale, caricandole di oscuri significati allegorici. Come spiega il personaggio di Elsa Morante nel testo a lei dedicato:

Il drago di Giaffa, il serpente alato, il dio barracuda e incendiario da sempre mi facevano compagnia. Essi erano la controparte, gli avversari ammorbati del peso di fattezze orripilanti, ma la cui voce era la nenia acuta del bambino che ogni individuo conduce in sé.

Ma se i sogni sono uno spazio di sospensione della realtà, è altrettanto vero che essi costituiscono un simbolico limbo tra la vita e la morte, e per questo possono diventare luogo di incontro con i defunti. A tal proposito, i protagonisti di numerosi racconti, ricevono in sogno le visite dei propri cari defunti: è il caso di Hannah Arendt, e dell’apparizione frequente della madre pronta ad augurarle buona fortuna prima di ogni viaggio, o del confronto di Pasolini con il fratello scomparso. Si tratta di visitatori non sempre benevoli: talvolta nel sonno si ripropongono conflitti e rancori passati, esasperati dalla violenza del linguaggio onirico.

Nella sua opera, insomma, Soscia dà prova di una grande capacità nell’utilizzare un mezzo particolare come quello del sogno. I suoi racconti sono spesso costruiti attraverso procedimenti che ricordano da vicino quelli applicati dal nostro cervello nella fase del sonno: i testi sembrano spesso costruiti mediante un’accumulazione di immagini continuamente intrecciate e manipolate. Per questo la sensazione, che talvolta si prova durante la lettura, di una certa incoerenza o di pesantezza per uno stile alquanto barocco è in realtà da considerarsi un successo dello scrittore, il quale riesce a trovare il linguaggio e lo stile adatti a un così peculiare contesto narrativo.

Sarebbe sbagliato, infatti, utilizzare le regole della coerenza e della linearità per descrivere manifestazioni psichiche la cui essenza è invece nella ciclicità e nell’ambiguità. Può essere quindi considerato riuscito il tentativo de Gli dei notturni, le cui pagine ci portano in un viaggio abbacinante fin nei meandri della psiche umana, a osservare le allegorie dei nostri istinti primordiali, ma senza illuderci di poterne cogliere completamente il significato:

I sogni parlano la lingua semplice degli animali, sono la nostra infanzia smarrita. Ridurli nella crosta di un significato è peggio che bestemmiare.

FONTI

D. Soscia, Gli dei notturni, vite sognate del ventesimo secolo, minimumfax, 2020