L’arte contemporanea, oltre a essere un potente mezzo di espressione personale, ben si presta a denunciare quelle ingiustizie che ogni giorno fingiamo di non vedere. Lo sa bene Teresa Margolles, artista messicana che attraverso l’arte offre uno sguardo crudo e implacabile sulla violenza quotidiana nelle strade del Messico, e non solo.

La vita

Nata a Cullacán, nel 1963, dopo aver conseguito il diploma in Medicina Forense, studia prima Arte alla Dirección de Fomento a la Cultura Regional del Estado de Sinaloa, nella sua città d’origine. Poi si iscrive alla facoltà di Scienze della Comunicazione all’Università Nazionale Autonoma del Messico. La sua ricerca artistica è condotta in parte con il collettivo del Servicio Medico Forense (SEMEFO), del quale è fondatrice. Verte su temi sociali legati alla discriminazione di genere, alla violenza e al femminicidio, che sono all’ordine del giorno nella realtà messicana. In particolare, a Ciudad Juarez, città di frontiera con gli Stati Uniti, conosciuta con la triste fama di “città delle donne morte”. Qui si registra il maggior numero di sparizioni, omicidi, narcotraffico e violenze di ogni genere, sebbene tutto il Messico ne sia compromesso.

Teresa sfrutta la sua formazione e la sua esperienza di lavoro come patologo forense. Approfondisce quel ramo della medicina che studia le cause della morte e le trasformazioni dell’individuo che ne conseguono. Questo spiega la natura irruenta della sua arte, che si rivolge allo stomaco dell’osservatore e, senza timore, lo accosta alla violenza. Lascia così parlare una verità scomoda, che spesso viene soffocata.

Le sue provocazioni in giro per il mondo
Teresa
Teresa Margolles durante un seminario.

Le provocazioni di Teresa hanno girato il mondo: dal Messico agli Stati Uniti, dall’Europa all’Australia. In Italia, nel 2009, ha rappresentato il suo Paese alla Biennale di Venezia con la retrospettiva Di che altro potremmo parlare?, incentrata sulle morti dovute al narcotraffico. Due anni dopo, nel 2001, approda a Bolzano per denunciare ancora una volta le morti sulla frontiera. Più recentemente, nel 2017, presenta in Toscana, alla Tenuta dello Scompiglio di Vorno, quei disumani femminicidi, così comuni nelle società maschiliste. È evidente un chiaro riferimento non solo al Messico, ma anche all’Italia, dove, secondo le statistiche, ogni 3 giorni una donna muore per violenze domestiche.

Molto chiacchierata è stata la mostra personale di Teresa ospitata dal PAC di Milano nel 2018, un’altra esplicita condanna della drammatica condizione del Messico. Lì mostra le pulsioni oscure che muovono l’uomo verso una violenza tanto atroce quando ingiustificabile. Ya basta hijos de puta – questo il titolo dell’esposizione – è un grido collettivo. Richiama una frase scolpita sul corpo decapitato di una donna di Tijuana, città messicana prossima al confine con gli Stati Uniti. Questo è lo sfondo sul quale Teresa ci illustra un tessuto urbano distrutto dalla guerra al narcotraffico e dall’ingiustizia sociale.

Le opere più celebri

Tra le opere più significative emerge Búsqueda, una serie di pensiline di Ciudad Juarez su cui sono affissi volantini di donne e bambine scomparse: le “desaparecidas” (scomparse, ndr), una triste realtà in tutte le città del Messico. In quest’installazione, Teresa si avvale della sinestesia, stimolando contemporaneamente più organi di senso. La vibrazione che l’osservatore riesce facilmente a cogliere è quella di un treno, soprannominato “La bestia”. A questo si aggrappano molti messicani, in un ennesimo tentativo disperato di fuggire dal proprio paese, in cerca di una vita migliore.

Teresa
Teresa Margolles, Vaporización.

In Gran America costruisce una sorta di memoriale, accostando mattoncini di terracotta realizzati con l’argilla del Rio Bravo, dove molti migranti hanno perso la vita. Ma è in Vaporización dove la produzione della Margolles raggiunge il culmine della tensione. L’osservatore è avvolto in un denso strato di vapore acqueo, dove sono stati precedentemente immersi frammenti di lenzuola – disinfettati – provenienti da un obitorio di Milano, che avvolgevano vittime di morte violenta in Italia. Un’esperienza sensoriale che invade i nostri corpi, contrapposti a quei residui organici, che sono tutto ciò che rimane dei caduti che hanno tragicamente perso la vita.

Facendo leva su una grammatica minimalista, ma dall’impatto forte e prepotente, Teresa esplora gli scomodi temi della marginalità, dell’odio di genere e della corruzione. Genera così una tensione costante tra orrore e fascino. Con un linguaggio estremamente personale, condanna la violenza, ponendola al centro dell’attenzione e svelando l’ipocrisia di una società immorale e depravata. Lo fa senza filtri, “mettendoci la faccia”. Racconta la sua esperienza personale, sul confine di un Paese che ancora oggi rappresenta uno dei corridoi più pericolosi del pianeta.


CREDITS

Copertina: foto scattata dall’autore

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