La situazione delle carceri italiane non è mai stata una delle migliori, ci sono sempre state molte carenze in termini di pulizia e organizzazione, per non parlare poi dei problemi di sovraffollamento. Proprio per questi ultimi l’Italia era stata anche accusata e condannata dalla Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo, nel 2013.

L’attuale pandemia da Coronavirus non ha fatto altro che evidenziare e mettere in luce prepotentemente questi problemi: l’accesso alle cure sanitarie è limitato e il sovraffollamento non permette il distanziamento sociale. Perciò i detenuti sono a stretto contatto gli uni con gli altri e hanno rapporti diretti con le guardie carcerarie, che a loro volta tornano a casa dalle loro famiglie finito il turno di lavoro e dunque potrebbero, se contagiati, creare una catena di conseguenze senza fine. Le carceri rischiano quindi di essere un centro di contagio da Covid-19 non indifferente.

Il primo maggio il Garante Nazionale dei privati di libertà ha dichiarato che fino a quel momento erano centocinquantanove i detenuti positivi al virus e duecentoquindici erano invece i casi positivi tra il personale penitenziario. C’è però il rischio che questi non siano i dati reali perché, come affermato dal segretario nazionale del sindacato UILPA Polizia Penitenziaria, Gennarino De Fazio,  non ci sono stime pubbliche che indichino quanti tamponi siano stati effettuati; la probabilità quindi che i contagi siano molti di più di quelli registrati è altissima.

Inoltre, i carcerati morti a causa del Covid-19 sono per adesso tre: uno a Bologna, uno a Voghera e l’ultimo nel carcere San Vittore di Milano.

A inizio marzo sono però scoppiate numerose proteste violente in molti centri penitenziari italiani, durante le quali sono purtroppo morte altre nove persone.

Le proteste di inizio marzo

Le proteste di inizio marzo hanno portato disordini in un periodo già difficile di per sé: i detenuti hanno manifestato violentemente in ventisette carceri di tutta Italia dopo aver saputo di non poter più incontrare i familiari per limitare il contagio. I colloqui con i familiari sono infatti stati sospesi e sostituiti con videochiamate che però molto spesso sono risultate difficoltose per l’assenza di segnale o per problematiche legate a internet. I detenuti non hanno comunque perso occasione di chiedere a gran voce l’amnistia.

Gli agenti di polizia penitenziaria e le guardie carcerarie si sono ritrovati in enorme difficoltà: i detenuti erano violenti, salivano sui tetti, bruciavano i materassi (come nel caso del carcere di San Vittore a Milano), creavano disordini nella struttura, prendevano d’assalto le forze dell’ordine che molto spesso hanno subito violenze.

In tutto questo non si riesce a non notare una mancanza di organizzazione che è in casi come questi fondamentale: il personale penitenziario è insufficiente, il sovraffollamento crea disagi, la mancanza di una rete mobile e di apparecchi elettronici nella maggior parte delle carceri è ormai insostenibile.

Le proteste si sono concluse nel giro di pochi giorni ma i danni sono permanenti: strutture nel caos più totale, nove carcerati morti, forze dell’ordine rimaste ferite e alcuni detenuti evasi. Infine, il problema del contagio da Coronavirus in luoghi sovraffollati si è fatto sempre più evidente.

Le misure adottate

I centri penitenziari sono luoghi in cui il virus può diffondersi molto facilmente e velocemente, sia tra i carcerati stessi sia tra il personale penitenziario, soprattutto se il sovraffollamento risulta essere uno dei problemi principali, come è purtroppo il caso dell’Italia.

Proprio per questo, le Nazioni Unite sulla detenzione, L’OMS e gli attivisti per i diritti umani si sono appellati ai governi dei vari Stati per chiedere di ridurre le persone attualmente detenute, ovviamente usando il buon senso, per permettere così di avere un maggiore distanziamento sociale.

Il 17 marzo 2020 il governo italiano si è subito attrezzato per far fronte a questa nuova emergenza: con il decreto Cura Italia la scarcerazione di alcuni detenuti è stata così regolata da norme specifiche. Il provvedimento infatti permette alle persone che stanno scontando una pena per reati minori e non violenti, con un periodo di carcerazione non più lungo di 18 mesi, di trascorrere i mesi mancanti ai domiciliari. Nel decreto rientrano anche coloro che hanno un’età avanzata e i soggetti più vulnerabili in termini di salute.

L’articolo 123 di Cura Italia invece elenca le tipologie di detenuti che non possono beneficiare da questa condizione. Per esempio, coloro condannati per maltrattamenti, violenza o persecuzione; chi ha partecipato alle proteste di inizio marzo e chi ha avuto un comportamento negativo durante quest’anno. L’articolo 124 stabilisce inoltre una serie di norme speciali per chi si trova in semilibertà, che possono essere seguite per adesso fino al 30 giugno 2020.

L’Italia è quindi riuscita a rilasciare molti detenuti, facendo scendere le presenze del 5%: a fine febbraio, i detenuti nelle carceri italiane erano in totale 61.230, a maggio sono invece scesi fino a 53.139. Il problema del sovraffollamento però rimane perché i posti disponibili sono in realtà solo 47.000. 

Le soluzioni sono un buco nell’acqua?

Tutte le misure adottate fino ad ora non hanno migliorato di molto la situazione delle carceri italiane, il sovraffollamento è ancora elevato e la salute e la sicurezza dei detenuti non sono ancora assicurate. La scarcerazione dei detenuti si è quindi rivelata un buco nell’acqua.

L’ha affermato anche Laura Liberto, la coordinatrice nazionale di Giustizia per i diritti e membro di Cittadinanzattiva, attraverso una lettera indirizzata al Ministro della Giustizia, al presidente del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), al Commissario Straordinario per l’Emergenza Coronavirus e alle Regioni:

Le misure introdotte con il DL n. 18/2020 – che prevedono per i detenuti in semi-libertà la possibilità di non rientrare in carcere la sera e per i condannati fino a 18 mesi di scontare la pena in detenzione domiciliare (con consistenti esclusioni per diverse categorie di condannati) – nonostante abbiano prodotto un leggero calo delle presenze nelle carceri, non bastano. Tali misure, infatti, raggiungono potenzialmente una platea di beneficiari insufficiente, ma soprattutto, sulla base delle segnalazioni che ci giungono, restano ulteriormente vanificate a causa della indisponibilità nell’immediato di un domicilio per una buona parte delle persone detenute.[…]

Un altro problema quindi risulta anche essere quello del domicilio: la maggior parte dei detenuti che potrebbero beneficiare di queste misure si ritrovano senza un alloggio dove scontare la pena una volta usciti dal carcere. Una soluzione, come afferma l’associazione Cittadinanzattiva, potrebbe essere utilizzare le strutture alberghiere che al momento non sono in funzione, ma nulla si è ancora fatto riguardo questo argomento.

Il penitenziario di Roma Rebibbia ha poi messo l’accento sulla drammatica situazione in cui si trovano le mamme e i bambini detenuti insieme a queste, chiedendo il loro immediato spostamento a strutture più idonee:

[…] Se la presenza di bambini dietro le sbarre rappresenta già nell’ordinario una gravissima aberrazione su cui da tempo si invocano interventi e riforme, in questo momento, il rischio, anche solo potenziale, di una loro esposizione al contagio impone di intervenire con assoluta risolutezza, prevedendo immediatamente l’uscita dagli istituti di madri e bambini, così da porli in sicurezza […].

Onda di caos sulla scarcerazione di boss mafiosi:

La disinformazione e le informazioni confuse di questo periodo di pandemia sono diventate protagoniste anche per quanto riguarda le carceri. Un notizia trasmessa su internet e sui principali social networks ha fatto scalpore:  376 detenuti tutti provenienti dal regime di massima sicurezza 41bis sarebbero stati scarcerati. In realtà, non è proprio così. Solo tre di questi infatti provenivano dal 41bis,  mentre i rimanenti erano detenuti nel circuito detentivo di alta sicurezza. Esso, bisogna ricordarlo, ospita non solo condannati per associazione mafiosa, ma anche per corruzione, traffico di droga e  rapine aggravate. Tra gli scarcerati, 196 persone erano invece in attesa di giudizio. I detenuti sono stati rilasciati principalmente per le loro gravi condizioni di salute e la decisione è stata presa autonomamente dai giudici stessi.

L’opinione pubblica è rimasta giustamente indignata dalla lista di nomi pubblicata da «Repubblica»in cui spiccano alcuni boss mafiosi come Francesco Bonura, capomafia di Palermo detenuto al 41bis e mandato ai domiciliari a causa della sua veneranda età (78 anni), e perché malato di cancro al colon.

Anche i principali magistrati antimafia e i Pm di Palermo hanno espresso il loro disaccordo, sostenendo che sarebbe stato più idoneo spostarli in centri medici penitenziari:

Il diritto alla salute è sacrosanto, ma i domiciliari sono assolutamente inidonei per soggetti ad alta pericolosità.

L’inizio della fase due cambia tutto

Con l’inizio della fase due, l’emergenza sanitaria del paese si sta lentamente esaurendo e, proprio per questo, un nuovo decreto del guardasigilli Alfonso Bonafede è stato da pochi giorni approvato dal Consiglio dei Ministri:

[…] permetterà ai giudici, alla luce del nuovo quadro sanitario, di rivalutare l’attuale persistenza dei presupposti per le scarcerazioni dei detenuti di alta sicurezza e al 41 bis […].

Inoltre:

[…] nel caso in cui il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria comunica la disponibilità di strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta adeguati alle condizioni di salute del detenuto o dell’internato ammesso alla detenzione domiciliare o ad usufruire del differimento della pena […]

I giudici possono quindi rivalutare la situazione della singola persona ai domiciliari e nel caso in cui le condizioni e le strutture siano adatte, alcuni scarcerati, tra cui boss mafiosi, potranno ritornare a scontare la pena nel penitenziario.

La situazione delle carceri italiane è però ancora troppo problematica e si spera che finito questo periodo di pandemia ci possano essere delle riforme che vadano a colmare le mancanze e che assicurino una maggiore sicurezza sia per i detenuti sia per il personale penitenziario.