In questi difficili mesi, più volte il virus Covid-19 è stato definito, specialmente dai politici, un nemico contro il quale è necessario combattere. Il Presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping ha definito quella contro il coronavirus una “guerra del popolo” e il primo ministro britannico Boris Johnson ha affermato: “Dobbiamo agire come ogni governo in tempo di guerra, e fare qualunque cosa per sostenere la nostra economia”. Allo stesso modo, il Presidente francese Emmanuel Macron ha parlato di una guerra contro un nemico invisibile e inafferrabile. Anche in Italia sono state fatte simili affermazioni, e tra queste c’è quella del virologo Roberto Burioni, che ha dichiarato: “un tiranno ha sconvolto la nostra vita, e si chiama coronavirus”.

I leader Emmanuel Macron e Boris Johnson

L’atmosfera bellica che trapela da queste affermazioni è facilmente percepibile. Ma perché questi personaggi – in gran parte politici alla guida della nazione – scelgono di utilizzare un linguaggio militare per parlare del virus? Innanzitutto, bisognerebbe accertarsi circa la correttezza del termine, messa in dubbio da psicologi e linguisti. Definire “guerra” quella combattuta contro il virus ha numerose conseguenze, perché le parole che usiamo influenzano inevitabilmente la nostra sfera emotiva. Così, l’utilizzo di un linguaggio bellico da parte dei capi di governo può favorire il sentimento patriottico e l’unità nazionale, fondamentali in periodi di emergenza come quello che stiamo vivendo. È poi utile a far comprendere alle persone la gravità della situazione.

La parola “guerra”, però, evoca anche la paura, l’ansia e il panico. Proprio quest’ultimo è il principale responsabile di comportamenti dissennati da parte della popolazione. Si pensi agli assalti ai supermercati, o delle file per comprare armi negli Stati Uniti all’inizio dell’emergenza. Dunque, i politici che sfruttano il linguaggio guerresco ottengono effetti positivi per i loro fini, ma anche negativi. Pare però che non siano intenzionati a curarsi particolarmente di questi ultimi. Mantenere unita la popolazione significa anche impersonare il ruolo del leader forte, in grado di fronteggiare l’emergenza. E dunque salvaguardare i consensi.

A tale scopo, è utile sfruttare il cosiddetto effetto framing (in italiano: inquadratura), che consiste nel manipolare l’informazione presentandola sotto il punto di vista che si desidera, alterandola parzialmente. Maestro in quest’arte è Donald Trump, che infatti ha parlato soprattutto di “virus cinese” anziché di coronavirus o Covid-19. Che cosa cambia? Apparentemente nulla, tranne il fatto che la Cina è stata irrimediabilmente associata alla malattia, e velatamente (ma neanche troppo) accusata di averla diffusa. La responsabilità viene spostata così verso un nemico esterno. Questo fenomeno ha portato a molti atti di razzismo sconsiderato nei confronti di cinesi, o semplicemente asiatici, in tutto il mondo, prima che il Covid-19 divenisse una vera e propria pandemia.

Certo, vi sono anche delle analogie tra una guerra e un’epidemia: innanzitutto, vi è un considerevole numero di vittime. Inoltre vi è una rottura nella nostra quotidianità, un mutamento nel modo di vivere le relazioni, anche quelle in ambito lavorativo. Infine, vi sono pesanti conseguenze economiche legate al crollo della domanda, alla riconversione di diversi settori, e, più in generale, la crisi economica. È tuttavia essenziale ricordare che nessuno rischia di morire a causa di fucilazioni o bombardamenti: non vi è infatti un nemico fisico, non ci sono schieramenti contrapposti, e non c’è nemmeno l’odio, o almeno, non dovrebbe esserci.

Perché mentre odiare l’altro in guerra serve a rimanere vigili e attivi, in una pandemia questo è totalmente inutile. Servono molto di più la disponibilità, la generosità e la tolleranza. Non ha nemmeno troppo senso odiare il virus: è semplicemente un parassita, che uccide indiscriminatamente per la sua sopravvivenza e non certo per imporre una dittatura o per una sua determinata ideologia, non ha neppure una coscienza.

Inoltre, bisogna ricordare che quella della guerra è una metafora, e in quanto tale va interpretata. Si tratta di uno o più termini usati al posto di un altro, pandemia, forse perché quest’ultimo è temuto, forse perché si cerca un sinonimo: certamente però non descrive la realtà. La linguista Veronika Koller, dell’università di Lancaster, ha evidenziato come tali metafore belliche invitino al movimento e all’azione, mentre quello che oggi ci viene richiesto è di rimanere a casa, immobili, e di evitare qualsiasi spostamento non necessario. La stessa Koller ha criticato il messaggio di Boris Johnson definendolo poco chiaro dal punto di vista linguistico. In Italia, si è espresso così Fabrizio Battistelli, docente di Sociologia nell’Università di Roma La Sapienza.

È sbagliato mettere sullo stesso piano due fenomeni – l’epidemia e la guerra – la cui essenza è diversa. Ciò emerge nelle due distinte azioni del contrasto e della prevenzione. Mentre nel contrasto epidemia e guerra hanno vari punti di contatto (giustamente l’ideatore del ventilatore multiplo ha parlato di “medicina di guerra”), l’azione di prevenzione è diversa e per molti versi opposta.

La stessa idea di guerra implica che vi siano dei soldati che si sacrifichino: nel caso della pandemia, si tratta di tutto il personale sanitario, definito spesso eroico per il proprio lavoro. Eppure, molti medici e infermieri hanno affermato di non sentirsi eroi, ma semplicemente cittadini che svolgono il proprio lavoro. Il gergo militaresco rischia di focalizzare troppo l’attenzione sulla sacralità del soldato che si immola per gli altri, come se questo fosse doveroso perché “siamo in tempo di guerra”. Si evita in tal modo di affrontare l’emergenza con lucidità.

Il più grave rischio derivante dall’utilizzo di metafore belliche, però, è quello di derive autoritarie. Aumentando la paura delle persone tramite l’insistenza sulla “guerra” in atto, si possono giustificare provvedimenti antidemocratici, a causa del crescente bisogno di sicurezza della popolazione, indotto proprio dal linguaggio militare. È ciò che è accaduto in Ungheria, dove il governo ha proposto una legislazione d’emergenza la cui antidemocraticità è stata denunciata da Human Rights Watch. Anche in Gran Bretagna sono state approvate delle leggi speciali che conferiscono enormi poteri al governo, valide per due anni.

A conti fatti, questo gergo militaresco non apporta troppi vantaggi. Abbiamo bisogno, oggi più che mai, di comunicazioni chiare e precise, non di metafore confuse che possono indurre a provare timori più o meno fondati. Come si può quindi definire il virus? Il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus ha definito quella contro il virus una “partita a calcio”, nella quale è necessario sì difendersi, ma bisogna anche essere in grado di attaccare… o non si vince.

FONTI

theatlantic.com

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internazionale.it

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ilmattino.it

valigiablu.it

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