Un protagonista sensibile e sfortunato, una storia familiare tormentata e tragica, un paio di storie d’amore tanto romantiche quanto dolorose e complicate: questi sono gli ingredienti per il più classico dei romanzi, e nemmeno troppo originale. Eppure, leggendo Il colibrì di Sandro Veronesi, candidato al Premio Strega 2020, questa impressione per qualche motivo svanisce.

Una delle cause principali è rappresentata dal modo in cui i fatti che danno vita al romanzo vengono narrati e organizzati in queste pagine. Le vicende di Marco Carrera, detto il Colibrì, portano sì a quella graduale presa di consapevolezza sulla propria vita che potrebbe farci pensare al romanzo di formazione, ma sono ordinate dall’io narrante secondo un ordine tutt’altro che tradizionale. Il narratore si prende la libertà di saltare da una parte all’altra della vita di Marco Carrera, presentandocelo già adulto, per poi muoversi avanti e indietro nella linea temporale, raccontando la sua intera esistenza.

Il colibrì

Così, attraverso capitoli eterogenei e cronologicamente discontinui — aiutano nell’orientamento le date che l’autore aggiunge al titolo di ogni capitolo — ci immergiamo nelle vite di Marco Carrera e della sua famiglia. Ogni capitolo sembra un invito a tuffarsi nel successivo per scoprire qualcosa di più: le romantiche lettere scambiate con l’amante Luisa, gli incontri e le telefonate tra Marco e lo psicanalista della moglie Marina, i numerosi capitoli ricchi di flashback e rivelazioni in cui il narratore prende il controllo dell’immensa impalcatura di storie da lui costruita, per srotolarcela di fronte agli occhi con insperata naturalezza.

Quella all’interno de Il Colibrì, dunque, è davvero una costruzione complessa e multiarticolata. A tenerla in piedi è una fitta rete di corrispondenze, di coincidenze, di dettagli o parole che ritornano per illuminare improvvisamente di una luce nuova i fatti esposti sino a quel momento. Le “mille storie” che si intrecciano nel romanzo sembrano infatti sottostare tacitamente a una legge del destino, per cui ogni evento è legato a tutti gli altri e acquisisce un preciso significato se visto alla luce del quadro completo. Sembra quasi di trovarsi dinnanzi a una manzoniana Provvidenza, resa “laica” e moderna dall’intervento dell’autore, grazie alla quale, pur attraverso un’interminabile sequela di eventi dolorosi e traumatici, il buon Marco Carrera potrà realizzare la propria esistenza, scoprendone il senso deciso per lui dalla sorte.

Proprio l’aggettivo “manzoniano”, d’altra parte, sembra adatto anche per descrivere l’intonazione assunta dal narratore. Già si è detto come l’io narrante rappresenti in questo romanzo un ruolo di particolare importanza, in quanto “mente ordinatrice” degli eventi, snocciolati in un ordine così peculiare. È un narratore, insomma, che non si nasconde nell’ombra, ma al contrario ci ricorda della propria esistenza, mostrandosi spesso emotivamente partecipe ai fatti da lui esposti.

Ecco, ad esempio, che la voce si fa tutt’uno con quella del protagonista, spesso riflessa nel discorso indiretto libero, eccola farsi solidale e partecipe agli eventi, lanciarsi in lunghissimi monologhi e divenire incalzante, per accompagnare la tensione che regna nella mente dei personaggi:

[…] e insomma venne, per nostro fratello Marco, la telefonata che azzerò la sua vita, e venne di pomeriggio, di domenica, d’autunno, e la sua vita già azzerata si azzerò di nuovo, solo che lo zero nella vita non esiste, e infatti Miraijin dormiva con la testa sulle sue ginocchia […].

Il Colibrì, insomma, è la storia di una vita che si rivela nella sua terrificante e meravigliosa imprevedibilità, è la parabola di un uomo che scopre suo malgrado cosa significhi “resilienza”, imparando a resistere di volta in volta ai duri colpi inflitti dal destino. Proprio come un Colibrì, Marco Carrera è in grado di muoversi in un modo tutto suo: come il grazioso uccellino tropicale riesce a rimanere immobile nell’aria solo agitando impercettibilmente le ali, così il protagonista del romanzo impara a incassare ogni delusione o dolorosa scoperta mantenendosi sempre coi piedi a terra, ben saldo. Mentre il mondo attorno lui cambia vorticosamente e tutto viene travolto, Marco Carrera si mostra capace di rimanere fermo, rappresentando così il contrappeso di stabilità di cui gli altri personaggi hanno tanto bisogno.

Le vicende dolorose affrontate da Marco Carrera hanno quindi un preciso significato nel quadro più ampio dipinto nel suo romanzo da Sandro Veronesi. La resilienza e la stabilità di Marco Carrera si rivelano infine la base per un cambiamento positivo, per la costruzione del futuro portato avanti dalla nipote, Miraijin, una creatura miracolosa e quasi surreale. È proprio l’esistenza di Miraijin a costituire il senso ultimo nella vita di suo nonno: è in un’altra persona, e nel messaggio di speranza da lei incarnato, che si conclude il suo destino.

È vero, però, che gli ultimi capitoli de Il Colibrì possono facilmente provocare una certa confusione nel lettore: disorienta il cambiamento di tono e genere, che vira quasi verso il distopico. Le ultime pagine vedono un mondo in decadenza, afflitto da problematiche interessanti e reali (il cambiamento climatico, la diffusione delle fake news, eccetera), ma in parte estranee all’atmosfera generale del romanzo. Per nulla estranea allo spirito dei capitoli precedenti, invece, è la riflessione sul valore della vita, sul senso che ognuno di noi può decidere di dare alla propria esperienza e al proprio dolore, e persino sulla difficile scelta di interromperla tramite l’eutanasia. Resta indubbia, alla luce di tutto ciò, l’altissima qualità del romanzo di Veronesi, e non stupisce per questo la sua candidatura al Premio Strega 2020.

FONTI

S. Veronesi, Il colibrì, La nave di Teseo, 2020