Crescita demografica nel mondo

La popolazione mondiale attuale arriva a circa 7.781.590.000 persone ed è costantemente in crescita. Le Nazioni Unite hanno stimato che entro il 2050 gli individui sulla Terra arriveranno a 9,8 miliardi. Nonostante si guardi alla crescita demografica come la causa scatenante dello sfruttamento intensivo dell’ambiente e delle sue risorse da parte dell’uomo, questo è vero solamente in parte.

Jason Clay, vice presidente del WWF (World Wide Fund), ha dedicato la sua carriera all’indagine dei legami che connettono l’ambiente e il mercato mondiale, alla ricerca del patto perfetto tra i due. Quello che Clay si impegna a diffondere è la consapevolezza della necessità di un cambiamento il più possibile repentino.

Jason Clay

Ad oggi, infatti, la popolazione mondiale consuma le risorse a un ritmo equivalente a tre volte tanto quello che potrebbe realmente permettersi. Fatto che, secondo Clay, si esemplifica nell’equazione “Popolazione x Consumo ≠ Pianeta”. Una disparità evidentemente non trascurabile.

Le stime indicano, ad esempio, che un americano medio consuma quarantatré volte quello che consuma un africano medio. Persino i consumi degli animali domestici nei paesi più sviluppati hanno un impatto enormemente rilevante. Tenendo presente questo, va aggiunta la previsione degli scienziati che hanno affermato che entro il 2050, insieme all’aumento della popolazione, aumenteranno del doppio anche i consumi, con il rischio di imboccare la strada per un’accelerazione esponenziale. Se da un lato, tuttavia, si possono incrementare la produttività e l’efficienza per andare in contro alla crescente domanda di prodotti, dall’altro è necessario ridurre i consumi prima che la fonte di questi si esaurisca. “Use less to produce more” afferma Clay.

E la sostenibilità? Non basta, o, per lo meno, deve diventare un problema pre-competitivo. Con questo si intende che la scelta di prodotti sostenibili non deve essere lasciata al consumatore, sia perché a quel punto sarebbe solo un’alternativa che probabilmente non tutti sceglierebbero, ma soprattutto perché, anche chi fosse intenzionato a comprare tali prodotti, non avrebbe gli strumenti adatti a destreggiarsi tra merci che non sempre garantiscono la vera sostenibilità: questa, infatti, è affrontata diversamente da ciascuna azienda.

Come comportarsi allora? Clay suggerisce una “tavola rotonda”.

Mappa della biodiversità

Considerando che sarebbe utopico immaginarsi di sconvolgere i metodi di produzione ovunque nel mondo, l’unica possibilità che rimane è chiaramente ridurre il campo d’azione ai luoghi più ricchi di biodiversità, che sono circa trentacinque (tra questi l’area del Mediterraneo, il Sud e la costa Ovest del continente africano, buona parte dell’America latina e dell’Asia orientale). Un numero decisamente meno scoraggiante. Analizzando poi i dati di questi, è emerso che i prodotti a causare più danni – per la loro elevata richiesta sul mercato – sono circa quindici: olio di palma, cotone, canna da zucchero, soia, tonno, manzo, gamberi d’allevamento, gamberi tropicali, pesce bianco, salmone d’allevamento, carta e cellulosa, olio di pesce, segatura, farina, prodotti lattiero-caseari e biocarburanti.

Una volta osservati i dati, ciò che rimane da fare è sviluppare un effettivo progetto che sia in grado di salvaguardare la fonte primaria di tutto ciò di cui il mercato si nutre, ovvero la Terra, e garantire al contempo la reperibilità dei prodotti alle aziende che li forniscono. Dal momento che istruire 6 miliardi di consumatori sulle indicazioni per un acquisto sostenibile o, peggio, mettere d’accordo 1,5 miliardi di produttori sulle stesse norme da rispettare per salvaguardare l’ambiente è una cosa più un ideale che realizzabile, la scelta rivelatasi più fattibile e realista è stata quella di ridurre la collaborazione alle poche industrie (da 300 a 500) che manipolano il 70% del mercato mondiale dei suddetti prodotti. Un passo ulteriore, utile a semplificare la strategia d’azione, è analizzare quante di quelle maggiori compagnie sono coinvolte trasversalmente nella produzione o vendita di materie prime non implicate nell’ambito di mercato di loro apparente competenza. Si arriva così a un centinaio: un numero abbastanza basso con cui trattare per stabilire regole finalizzate a una sostenibilità collettiva, ma sufficientemente alto da spingere tutte le altre industrie a seguirle nel rinnovamento.

A questo punto ci si chiede perché le più grandi industrie del pianeta dovrebbero sottostare a condizioni magari limitanti e restrittive per la loro produzione. La risposta è in realtà molto semplice. La più grande preoccupazione di queste, infatti, è la disponibilità dei prodotti. Una volta che aumenta il rischio di non reperire le materie necessarie, non importa quale sia il prezzo da pagare, perché senza materia prima non si ha prodotto e senza prodotto non c’è mercato (e chiaramente nessun guadagno): “questo è ciò che li spinge a sedersi al tavolo”. La buona notizia è che ad oggi gli accordi sono stati firmati già da quaranta aziende e molte altre sono in coda.

Se da un lato si è fiduciosi nella scienza e nelle tecniche risolutive che essa è in grado di creare, dall’altro questa speranza non esime nessuno dalla responsabilità di fare ciò che può per evitare un consumo inopportuno, soprattutto quando si rivela solamente uno spreco ingiustificato. È un Noi collettivo e collaborativo quello che Jason Clay esorta nel suo credo: “our goal is to figure out how to produce more with less land, less water and less pollution, so we won’t be the only species left living on this planet.”