La Passione è ciò che muove tutto realmente. Essa può spingere un giovane ad andare in guerra o a disertarla, può spingere a donare il proprio cuore a un’altra persona, letteralmente, e può perfino spingere a compiere atti più o meno criminali. Questo e molto altro ancora è ciò che Jeanette Winterson porta avanti con il proprio “Passione” (“The Passion”). The Passion è un romanzo metanarrativo, di guerra, d’amore e molto altro ancora, con la commistione dei generi letterari tipica di questa autrice.

Il romanzo ha una struttura ben definita: quattro sono i capitoli che lo compongono. I primi due presentano una doppia voce narranteL’imperatore, il primo, vede Henri, un giovane francese, che in narrazione omodiegetica racconta della propria esperienza durante il periodo delle guerre napoleoniche. La regina di picche, invece, ha come protagonista Villanelle, giovane veneziana dalle ambigue caratteristiche fisiche e comportamentali, che fanno sì che il suo gender possa essere difficilmente catalogabile nella dicotomia uomo/donna. Entrambi i primi due capitoli terminano nel 1 gennaio 1805. L’inverno russo e La roccia, gli altri due, presentano invece una narrazione alternata, ora di una, ora dell’altra voce, a seconda delle occorrenze.

Il primo aspetto peculiare del romanzo che salta immediatamente all’occhio del lettore è ben rappresentato dalla prima frase: “Bonaparte aveva una vera passione per il pollo e i suoi cuochi erano costretti a lavorare ventiquattr’ore su ventiquattro.” Si evince subito, quindi, che ciò che si snoda attraverso la voce narrante di Henri è una rappresentazione della “piccola storia”. O meglio, è una rappresentazione di quella grande attraverso la piccola. Diventa chiaro come la Storia propriamente detta altro non sia che un insieme di vicende individuali, marginali, che nessuno tratta e tratterà mai. In più, il fatto di trattare delle stranezze e delle ossessioni del grande Imperatore non fa altro che raffigurarlo più a misura d’uomo.

La tematica della guerra è preponderante per almeno metà del romanzo: e proprio grazie alla resa attraverso lo sguardo di Henri, si ha una visione delle battaglie napoleoniche non poi così tanto gloriosa. Si parla dei vizi e delle cattiverie dei soldati, del fatto che ognuno di loro ha dovuto gettare via il cuore per poter pensare di sopravvivere. Si parla della morte dei propri compagni, del freddo, degli equipaggiamenti scarsi, del rischio di morte per congelamento e di molto altro. Nulla a che vedere, quindi, con la gloria e le vittorie millantate da quella che, in altri tempi, si sarebbe definita “propaganda”.

Nell’altra metà, è altrettanto evidente invece il rimando a un’altra tematica: l’ambiguità della collocazione di ognuno in un sesso specifico. Emerge chiaramente l’idea che le convenzioni che vorrebbero ogni essere umano categorizzato unicamente come “donna” o come “uomo” sono in realtà errate. Si possono tranquillamente avere caratteristiche “maschili” e altre “femminili” e farle convivere perfettamente all’interno della propria persona.

Esistono, poi, dei motivi ricorrenti all’interno del romanzo. Alcuni di questi motivi sembrano rimandare a una dimensione archetipica, che è un’altra delle caratteristiche ricorrenti nelle altre opere di Winterson. Ne è un esempio il Buio, nominato spesso e volentieri con la lettera maiuscola: Henri ne è terrorizzato, Villanelle invece lo ama. Essa afferma che l’oscurità altro non è che il simbolo della vita, incerta e provvisoria. Del tempo, invece, Henri dice in maniera ricorrente che non esiste altro che il presente: quest’idea nasce da Patrick, uno degli amici che si fa tra i combattenti. Il futuro non esiste, mentre invece non si può far rivivere il passato. Non bisogna fare altro che dimenticare. Dall’altra parte, Villanelle afferma esattamente l’opposto: afferma che il presente senza passato non vale nulla e che dimenticare è inutile, bisogna ricordare.

Ovviamente queste visioni opposte dei due sono legate al proprio percorso di vita: è chiaro come un soldato non riesca a considerare nient’altro che il proprio presente. Altrettanto palese è il legame che una veneziana possa avere con il buio, con i canali poco frequentati e nascosti della laguna nella quale tutto sembra possibile.

Infine, sono presenti dei veri e propri ritornelli. Uno è legato al gioco, gioco che viene introdotto attraverso il mestiere di Villanelle e che rimanda all’importanza del destino:Giochi, vinci, giochi, perdi. Giochi”. L’altro, invece, è legato all’importanza assegnata alla dimensione linguistica e all’oralità da parte dell’autrice: “Ti sto raccontando una favola. Fidati.

Ma una delle tematiche davvero preponderanti all’interno del romanzo, che sembra permeare ogni cosa, è la fede.

Tra la paura e il sesso nasce la passione. La passione non è tanto un’emozione quanto un destino. […]

Dio non mi ha mai tentata, ma mi affascinano le sue trappole. Non sono tentata, ma comincio a capire perché altri lo siano. Divorata da questo sentimento, da questo amore sfrenato e spaventoso, dove posso rifugiarmi per essere al sicuro? Dove posso nascondere la polvere da sparo? Come faccio a dormire la notte? Se fossi diversa potrei trasformare la passione in qualcosa di sacro e allora riuscirei a dormire. Allora l’estasi sarebbe mia e non avrei più paura.

Già la tematica stessa della passione, del resto, rimanda alla passione di Cristo, senza contare la figura cristologica che si può intravedere nel personaggio di Henri, soprattutto nell’ultima parte del romanzo.

Ed ecco, allora, che si riescono a tirare le fila: la passione, che spinge gli esseri umani a fare cose che non avrebbero mai fatto, è un destino, non si sceglie di averla. E qualora non si riesca a trasformarla in qualcosa di sacro, non si potrà fare altro che stare alle sue regole e patirne.

Tra la paura e il sesso. Tra Dio e il Diavolo nasce la passione e la strada che vi conduce appare all’improvviso e la via del ritorno è la più ardua.

FONTI

J. Winterson, Passione, Mondadori