Passano i giorni, le settimane, gli anni e i secoli. Cambiano le ideologie, le forme di governo, i riferimenti culturali, le strategie di comunicazione. Per nostra fortuna, tante cose evolvono. Un esempio? Il concetto di donna e di bellezza femminile, insieme al ruolo che riveste nella vita, nel mondo e nella Storia. Tuttavia nell’arte l’interesse per le immagini di nudi femminile resta onnipresente. Mutano solo le proporzioni e le pose, le modelle, i tratti del viso e la rotondità delle forme.

Ecco qui  un percorso lungo i corridoi delle diverse correnti artistiche alla scoperta delle bellezze e del corpo femminile.

Il corpo femminile

La bellezza femminile è stata valorizzata, reinterpretata e rappresentata in opere di intensa e raffinata suggestione. Esse esaltano al contempo i canoni estetici, i sogni, le aspirazioni, la dimensione psicologica, inconscia e onirica della donna, così da documentarne l’evoluzione.

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Venere di Willendorf, 23.000-19.000 a. C. 11 cm di altezza.

Inizialmente, la bellezza della donna era collegata alla fecondità. Nell’arte classica, tutto ciò veniva espresso nel rispetto di determinate proporzioni. Lo dimostra la statuetta della Venere di Willendorf, donna dalle ampie forme, soprattutto quelle del ventre e del seno.

Ma ai tempi non si trattava né di semplici esercizi scultori né di gusto estetico. La donna era più un oggetto che un soggetto artistico. Un oggetto idealizzato, pregiato, sofisticato e sfuggente; alle volte anche minaccioso, eccitante, pericoloso e demoniaco. Ma comunque, per definizione, un oggetto che doveva essere sradicato da tutto ciò che non apparteneva alla sfera dell’irrazionale.

Alle origini

Come archetipo e concetto astratto primordiale, la figura femminile è uno dei primi segni tracciati da mani umane. Le più antiche statuine con caratteristiche che esaltano gli attributi legati alla fertilità risalgono infatti al paleolitico. Esse dimostrano che la necessità di costruire un “idolo” di forma femminile ha accompagnato i primi passi dell’evoluzione umana.

Da allora la trasposizione in arte della donna ha caratterizzato ogni periodo storico. Ha concentrato nella sua definizione segnali altamente rappresentativi sia del pensiero laico che di quello religioso di ogni tempo. Nella storia possiamo vedere come la donna sia Dea e Madonna, madre e regina, amante e oggetto di piacere, nuda o in vesti codificate dalla moda e dal decoro della raffigurazione. In ognuno di questi molteplici aspetti essa ha dato corpo a canoni di bellezza, seducenti riflessi di armonie, piaceri terreni e ultraterreni.

Corpi di donne, occhi e mani di uomini

Si deve pertanto riconoscere che, dipinte e scolpite, immagini femminili hanno accompagnato come numi tutelari tutte le fasi della nostra civiltà. Soprattutto la costanza e la ricchezza della loro presenza identifica la complessità del pensiero occidentale sul fronte della rappresentazione del “femminile”.

Bisogna sottolineare però che in questa vasta fenomenologia, che oscilla costantemente tra sacro e profano, si rispecchiano concetti e teorie dalla cui elaborazione le donne sono rimaste escluse per molti secoli.

Tuttavia, nell’invenzione stessa delle forme “astratte e simboliche” della femminilità, l’arte rivela ed implicitamente riconosce il potere stesso della donna. Ne esalta infatti la sua misteriosa sintonia con i ritmi naturali e con la rigenerazione stessa della vita. Fondamentale resta l’aspetto più segreto dell’ispirazione, da cui nasce il gesto dell’artista che esprime la donna in una dimensione culturale, in quell’altrove che sopravvive oltre i limiti della vicenda umana, dove si perpetua l’esperienza della fascinazione in cui si è replicato per secoli il dualismo uomo-artista/donna-musa.

L’età medievale

In età medievale, periodo caratterizzato soprattutto dalla diffusione della cultura cristiana, il corpo inizia ad essere inteso come il sacro tempio dell’anima, custode di essa. Il corpo doveva essere quindi, a ogni costo, preservato da impulsi carnali, forieri di grave peccato al cospetto di Dio.

Ma gli impulsi continuavano ad esserci. Bisognava cercare un colpevole; o meglio, una colpevole: la Donna. Spesso, infatti, nel periodo, viene utilizzata come allegoria della Lussuria e addirittura di Satana, attraverso il ricorso ad una nudità cruda e morbosa che indugiava nella raffigurazione dettagliata degli attributi sessuali. Nella donna, in colei che dischiuse il vaso di Pandora e offrì il frutto proibito, tutti i mali del mondo, in primis la morte, trovavano risposta e collocazione.

La donna, pertanto, era ritenuta complice del demonio, in quanto bruciante di una passione indomabile e desiderosa solo di sedurre l’uomo per traviarlo, ancora una volta, ancora mille altre volte.

L’inizio del Rinascimento

Tra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento, i canoni della bellezza femminile cambiarono radicalmente. Si passò da figure muliebri pallide, diafane, dai seni appena accennati, a dame in carne, con fianchi larghi, curve generose, e visi dalle labbra e dalle gote color vermiglio. La maggior parte dei committenti e degli artisti del tempo non erano certo immuni al fascino delle fattezze delle donne e sfruttarono i soggetti sacri come un pretesto per eccitare la sensualità.

La nudità, in ambito cristiano, divenne così sempre più ambivalente: emblema della santità, della purezza e della mortificazione del proprio corpo, sull’esempio di Cristo sulla croce, ma anche simbolo di lussuria e lascivia.

Solo nel XVI secolo esordì il nudo con valenza impudentemente erotica, anche se accettato solo in quanto riconducibile ad una precisa allegoria o alla riproduzione figurativa di episodi mitologici.

Tra i nudi più famosi

Tuttavia, le figure femminili non furono più neoplatoniche espressioni del divino. Prendiamo d’esempio la celeberrima Venere di Botticelli: nota come la Nascita di Venere, la composizione raffigura più precisamente l’approdo sull’isola di Cipro della dea dell’amore e della bellezza, nata dalla spuma del mare e sospinta dai venti Zefiro e, forse, Aura. La dea è in piedi sopra la valva di una conchiglia, pura e perfetta come una perla. L’accoglie una giovane donna, identificata talvolta con una delle Grazie oppure con l’Ora della primavera, che le porge un manto cosparso di fiori; alla stagione primaverile rimandano anche le rose portate dai venti. Il tema del dipinto, che celebra Venere come simbolo di amore e bellezza, fu forse suggerito dal poeta Angelo Poliziano.

Botticelli prende ispirazione da statue di epoca classica per l’atteggiamento pudico di Venere, che copre la nudità con i lunghi capelli biondi, i cui riflessi di luce sono ottenuti tramite l’applicazione di oro; anche la coppia dei Venti che vola abbracciata è una citazione da un’opera antica, una gemma di età ellenistica posseduta da Lorenzo il Magnifico.

Tiziano e La Venere di Urbino

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Tiziano Vecellio, Venere di Urbino, 1538, Firenze, Galleria degli Uffizi

Ecco, quindi, l’apparire di donne vere, come La Venere di Urbino, opera di Tiziano. La fanciulla, distesa nuda su un letto dalle lenzuola spiegazzate, guarda lo spettatore con occhi ammiccanti e allusivi, mentre con la mano sinistra nasconde il pube e nella destra tiene un mazzolino di rose, emblema della Dea, della piacevolezza e della costanza in amore.

Dal Seicento all’Ottocento

Nel tardo Seicento, si nota una netta differenza tra le donne dell’alta società, costrette da abiti e busti per modellare il proprio corpo sin da piccole, e quelle del popolo, dimesse nell’aspetto.

Nel Settecento, invece, le donne iniziano a essere più consapevoli della propria bellezza, che viene valorizzata ed esibita in ambiti che evidenziano la vita sottile, oltre che tramite l’attenzione per il trucco, le acconciature ed il portamento.

Francisco Goya, Maja vestida e Maja desnuda, (1800 ca.), Madrid, Museo del Prado

Nell’Ottocento, poi, compare uno dei quadri più rivoluzionari: La Maja desnuda di Goya. Per la prima volta viene rappresentata  una donna nuda protagonista di un’opera senza dover essere necessariamente una dea o un personaggio mitologico.

Fino a questo momento, infatti, il nudo artistico era giustificabile solo per delle rappresentazioni mitiche, come ad esempio quadri con protagonista Venere o altre donne del mondo dell’epica greca e romana.

Il XX secolo

Nell’anno 1900 con la pubblicazione de L’interpretazione dei sogni, Sigmund Freud pone le basi per una visione rivoluzionaria. Il suo sistema psicanalitico, che ruota attorno alla decodifica delle immagini interiori e al loro manifestarsi libero dai condizionamenti della ragione nei sogni, solleva il velo sull’immaginario sessuale che “inconsciamente” ha sempre agito nei processi creativi. Di questo universo del profondo, Freud riconosce la donna come fulcro. Dirette sono le conseguenze nell’arte. Ne fanno tesoro i movimenti artistici di inizio secolo che abbracciano questo inedito campo di esplorazione inaugurando un sistema prospettico inverso, una finestra aperta sull’universo di immagini che abita la psiche, di cui anche le donne diventano legittime interpreti.

Nel Novecento, le influenze della Belle Époque si fanno notare nelle figure di donne dai corpi sottili, eleganti e dalla pelle diafana.

Agli inizi del XX secolo, con l’avvento del cubismo, si ha un radicale cambiamento con donne dai volti e corpi scomposti, come frammenti di un fremito interiore. Da quel momento in poi, i limiti della rappresentazione femminile vengono superati, estremizzati.

Da Modigliani a Frida Kahlo

Egon Schiele

Sono tantissimi gli esempi possibili. Tra essi abbiamo sicuramente le donne di Modigliani, con i colli lunghi e sproporzionati e i visi irregolari. I corpi contorti e ripiegati di Schiele che con il corpo ed il volto aveva l’obiettivo di esprimere un disagio psicologico. Corpi nudi di donne possenti, padrone del loro corpo e di sé stesse, autoritratti deformati da turbe psiche e mutilazioni fisiche e coppie unite in un eterno abbraccio senza amore.

Come non parlare, inoltre, degli autoritratti di Frida Kahlo, che esaltava il suo essere fuori dagli schemi di una bellezza tradizionale? Con Hopper, invece, il corpo esprime indipendenza ma anche la solitudine dell’età contemporanea; i nudi sono più intimi, i personaggi sono stretti alle proprie ansie, così da percepire meglio le proprie fragilità e unicità.

L’opposizione di Botero e Freudche

bellezza femminileIn opposizione totale ai canoni a cui siamo abituati ci sono infine le opere di Botero. Egli rappresenta infatti donne sovrappeso ma felici e gaudenti, che accettano il proprio corpo così com’è, perché ogni corpo è una tela degna di colore.

A lui somiglia Lucian Freudche, il quale propone su tela donne dai corpi sfatti, scomposte e oscillanti tra il bulimico e l’anoressico.

L’ideale di bellezza: problema costante

Il bisogno del raggiungimento dell’ideale di bellezza puro ed eterno, della mancanza di imperfezioni, ha quindi origini lontane e non è solo sintomo di inquietudine moderna.

Per lo psicologo Paul Schilder:

l’immagine corporea è l’immagine e l’apparenza del corpo umano che ci formiamo nella mente e cioè il modo in cui il nostro corpo ci appare.

Come nel guardare i quadri possiamo provare emozioni, anche nell’osservare il corpo si provano emozioni, si attivano sensazioni, emergono ricordi e si fanno confronti.

Da qui, la rappresentazione mentale diviene un processo di integrazione e mediazione fra percezioni, cognizioni ed emozioni che possono influire sulla nostra autostima.

L’emancipazione femminile

Emancipazione è la parola chiave in nome della quale nel mondo occidentale le donne hanno lottato per sottrarsi a quel ruolo subordinato e convenzionale di cui la donna-musa era l’ideale maschile. Le conquiste di diritti e uguaglianza sociale sono storia recente, anche se la strada è ancora lunga.

Moderne migrazioni hanno trasformato le nostre città in realtà multietniche in cui entrano a contatto popoli con modelli sociali diversi. All’alba del 2020 ci sono donne che devono ancora veder riconosciuti diritti essenziali, tra cui quello di mostrare il proprio volto.

Tuttavia le donne sono sempre più vincenti in tutti i campi, anche in quello dell’arte, uno dei più difficili da espugnare. Le donne-artiste sono oggi numerose e di successo e spesso rivelano potenti tratti autoreferenziali, come le pioniere del passato.

D’altra parte, nella società dei mass-media si evidenzia una sovraesposizione della rappresentazione del corpo femminile, attraverso canali di comunicazione e strategie d’immagine persino irrispettose. Queste strumentalizzano e mercificano la donna, e toccano gli eccessi anche in ambiti creativi votati al ribaltamento di ogni convenzione e buon gusto.

La bellezza è solo un contorno

Alla fine ormai del secondo decennio del XXI secolo possiamo voltarci indietro e guardare alla storia dell’arte italiana e internazionale con la consapevolezza che troveremo una persistenza dell’immagine femminile che possa attraversare e superare anche i periodi di minor fortuna del figurativo.

Alle donne vorrei dire solo una cosa: siete belle. In futuro, spero di sentire sempre meno discriminazioni fisiche ed estetiche. Perché nessuno decide cos’è giusto e cos’è sbagliato, cos’è bello e cos’è brutto, cos’è strano e cosa invece è normale. È l’uomo a dare dei canoni, delle definizioni, delle limitazioni, ma come spesso si dice il mondo è bello perché è vario.

Agli uomini, invece, vorrei ricordare delle parole di Charles Bukowski:

Il mondo sarebbe un posto di merd* senza le donne. La donna è poesia, è amore, è vita. Ringraziale, coglion*!

FONTI:

memecult.it