Il colloquio motivazionale serve ad aiutare gli adolescenti a trovare la forza di mettere in atto cambiamenti che migliorano il benessere fisico e psicologico. Spesso gli adolescenti sono ambivalenti rispetto al cambiamento. Da una parte lo vorrebbero, dall’altra lo contrastano. Difficilmente gli adolescenti vanno dallo psicologo spontaneamente. L’invio parte infatti dai genitori o su segnalazione della scuola. Ciò significa che l’arrivo a studio è spesso vissuto come una forzatura da accettare controvoglia, e la motivazione è bassa.

Il colloquio motivazionale inizialmente è stato sviluppato negli anni Ottanta per lavorare con adulti che soffrono di dipendenze. Varie ricerche ne hanno dimostrato l’efficacia, estendendo il modello anche al trattamento di problematiche adolescenziali. Qualche esempio: riduzione di comportamenti sessuali a rischio, problemi con alcol e uso di sostanze, obesità, disturbi del comportamento alimentare, condotte delinquenziali, problemi scolastici.

Spesso si tende a etichettare gli adolescenti come “pazienti difficili”, quando invece si tratta di accettare la sfida di gestire insieme a loro l’ambivalenza verso il cambiamento di comportamenti che quasi sempre, almeno in parte, essi stessi riconoscono come dannosi, principalmente perché ostacolano il perseguimento di obiettivi sani, oppure rappresentano un modo disadattivo per raggiungerli. Dunque il colloquio motivazionale è innanzitutto un modo profondamente rispettoso di comunicare con gli adolescenti, in relazione alla prospettiva di cambiare attraverso comportamenti più sani.

In alcuni articoli precedenti abbiamo parlato della Self Determination Theory di Ryan e Deci, che distingue nell’uomo motivazioni intrinseche ed estrinseche, cioè rispettivamente motivazioni che sorgono spontaneamente dall’interno della persona per soddisfare bisogni di autonomia, relazionalità, competenza, e motivazioni che sono determinate dal bisogno di rispondere a qualche pressione sociale. Certamente il colloquio motivazionale tiene conto della Self-Determination Theory. Allo stesso modo dai modelli umanistici di counseling e coaching prende un certo atteggiamento nei confronti del cliente, una certa qualità dell’ascolto, finalizzato a far emergere le risorse personali che la persona può mettere in campo.

Come molti modelli d’intervento quindi, il colloquio motivazionale prende alcuni spunti da modelli precedenti, per poi diventare nel complesso una teoria nuova, e un metodo ben definito per problemi specifici come quelli sopra elencati.

Nelle parole di Naar-King e Suarez, autrici del testo intitolato Il colloquio motivazionale con gli adolescenti:

Il colloquio motivazionale enfatizza l’empatia, l’onesta, la collaborazione. Il ragazzo viene rispettato in quanto esperto di se stesso, in possesso di meccanismi e di risorse interne (valori personali, motivazioni, capacità, abilità) che lo rendono in grado di ottenere un cambiamento, indipendentemente dai consigli che gli vengono forniti.

Certamente un intervento finalizzato al cambiamento nell’adolescente richiede nell’operatore una piena consapevolezza delle caratteristiche psicologiche di questa fase del ciclo di vita: poiché l’adolescenza è un periodo relativamente lungo e il raggiungimento delle piene capacità di pensiero ha un timing diverso da ragazzo a ragazzo, l’approccio avrà sue peculiarità in base alle caratteristiche individuali. Si lavorerà su cambiamenti concreti e a breve termine con ragazzi ancora poco inclini al pensiero formale e astratto. Si rifletterà sull’ambivalenza e su obiettivi a lungo termine con chi lo avrà già raggiunto.

È importante che nella testa dell’operatore sia ben chiaro che gli adolescenti spesso non hanno ancora una quantità e qualità di informazioni sul mondo tale da consentirgli di valutare i fatti nel modo migliore. Pensiamo a quanto poco ancora i ragazzi sanno sulle malattie sessualmente trasmissibili. Per questo motivo l’intervento include dei momenti psicoeducativi, bilanciati con la necessità di valorizzare le risorse personali che l’adolescente porta.

L’adolescenza è anche il periodo di costruzione dell’identità personale: sviluppare una più chiara idea di se stessi, immaginare che adulto si vorrà essere. Questo passa attraverso la sperimentazione di più ruoli e quindi di comportamenti diversi. Ne deve tenere conto l’operatore che lavora con questa fascia d’età. Così cercherà di rinforzare la naturale missione adolescenziale di emanciparsi affettivamente dagli adulti e imparare a prendere decisioni in autonomia, senza tenere necessariamente conto delle indicazioni altrui.

È ormai smentito dai fatti il mito che l’adolescenza debba essere per forza un periodo di forte ribellione nei confronti della famiglia d’origine. Sebbene il tempo investito nelle relazioni con i pari sia maggiore, i genitori restano un punto di riferimento per i momenti di difficoltà e per le scelte importanti. Sarà compito di chi lavora con l’adolescente decodificare la situazione familiare. Sicuramente, almeno con i clienti minorenni il coinvolgimento dei genitori sarà importante. Essi saranno considerati validi alleati nella relazione d’aiuto, nel contesto delle regole che si concordano con l’adolescente circa la sua privacy.

All’interno di questa cornice, andremo quindi a vedere nella seconda parte come si concretizza l’intervento fondato sul colloquio motivazionale.


FONTI
Naar-King S., Suarez M., Il colloquio motivazionale con gli adolescenti, Trento, Erickson 2014.