Migrare, migrante, parole spesso utilizzate con distacco, masticate e sputate come se riguardassero solo chi oggi fugge da guerre, disastri ambientali, povertà estrema; sono invece parole che riguardano da vicino la storia delle generazioni passate ed i sogni delle generazioni presenti e future. Uno dei testi che sa raccontare un pezzo di questa storia è Le vie sbagliate di Dario Basile. Nella Torino della grande migrazione interna spinta dal boom economico degli anni Sessanta l’autore racconta la difficile vita dei ragazzi dei quartieri popolari costruiti in quegli anni nella periferia della città.

Che senso ha oggi parlare di immigrazione interna?

La prima motivazione è di una banalità sconcertante: non se ne parla e non se ne è parlato abbastanza. La seconda motivazione è che questo pezzo di storia tutta italiana, tanto vicina da poterla toccare con mano, è un indispensabile strumento di comprensione del presente.

Il saggio si inserisce all’interno del progetto di ricerca della Regione Piemonte SecondGen, Second Generations, iniziato nel 2011. Il progetto ha come obiettivo la comparazione sistematica tra le migrazioni interne di massa del passato e le migrazioni internazionali contemporanee. La ricerca condotta direttamente sul posto in stretto rapporto con la parte di popolazione interessata ha come scopo la comprensione dei meccanismi di integrazione delle famiglie immigrate. Un’attenzione particolare è prestata alle seconde generazioni.

Ne Le vie sbagliate, un testo denso, profondamente informativo e curato nel dettaglio, vengono presentati i numeri dello sviluppo della periferia di Torino, le date ed i luoghi della grande migrazione nel capoluogo piemontese. I fatti narrati coprono soprattutto il decennio degli anni Settanta, ma un’attenzione particolare è prestata alle vicende dei figli degli immigrati della prima ondata, le seconde generazioni.

Il saggio analizza i flussi di provenienza, i luoghi di lavoro e spiega a fondo le dinamiche di uno dei processi migratori più importanti della storia italiana ma che al tempo stesso permette al lettore un inaspettato avvicinamento alla realtà della periferia di Torino.

L’autore racconta il vissuto dei ragazzi cresciuti tra le strade del quartiere Mirafiori Sud grazie all’incastro perfetto di un grande numero di fonti. Le numerose interviste permettono al lettore di sentire la voce dei protagonisti in un legame che cattura l’attenzione e accende il desiderio di comprensione, dal momento che le problematiche derivate dall’inserimento di queste famiglie nel nuovo contesto sociale e lavorativo sono presentate dai diretti interessati.

Uno di questi è Saverio, nato a Bari nel 1952, figlio di una ragazza madre che nel 1962 deciderà di partire per Torino con la nonna e le zie dove un anno dopo la raggiungerà Saverio. La madre vive in affitto in un’abitazione dove i bambini non sono ben accetti e Saverio si ritrova costretto ad una vita quasi clandestina finché non verrà scoperto e portato in collegio. Col tempo la madre si trasferisce e Saverio con lei. Il racconto continua con i primi amici, compagni di piccoli furti, la formazione di bande ed il percorso che lo porterà nel carcere minorile Ferrante Aporti.

La città stessa diventa protagonista viva del racconto, la costruzione dei quartieri popolari, i meccanismi di assegnazione, la divisione del territorio vista dagli occhi del sindaco, dei nativi torinesi e dei nuovi arrivati presentano una Torino in rapida espansione.

Il “rettangolo irregolare”, villaggio urbano cresciuto a ridosso della Grande Fabbrica è uno dei luoghi simbolo della lontananza tra la Torino del centro e la Torino di periferia.

Basile descrive questa distanza attraverso le parole del giornalista Gad Lerner che, durante una visita nel 1987, scrisse:

Non stupisce davvero che gli abitanti di Mirafiori Sud, quando escono dal quartiere per recarsi in centro, dicano sempre: vado a Torino. Implicitamente riconoscendo che casa loro si trova altrove, fuori, separata a tutti gli effetti dall’antica capitale sabauda, un’appendice della fabbrica.

Il secondo capitolo si apre con la pellicola La ragazza di via Millelire del regista Gianni Serra, tratta dal suo romanzo omonimo, prodotta nel 1979 e presentata al Festival del Cinema di Venezia. è oggi uno dei pochi documenti rimasti che fornisce uno spaccato della vita difficile di alcuni ragazzi delle case popolari della periferia sud di Torino. Via Domenico Millelire è una delle vie del quartiere Mirafiori Sud dove nelle case popolari si concentravano le famiglie del sud Italia immigrate a Torino.

Una scena del film.

In una delle prime scene alcuni bambini si divertono a rompere le lampadine dei lampioni lanciando dei sassi. Diego Novelli, il sindaco di Torino dell’epoca racconta come questa fosse un’abitudine di un gruppo di ragazzi di Via Artom, altra “via sbagliata” della periferia sud della città.

I protagonisti del film sono bambini cresciuti troppo in fretta nella Torino violenta dei quartieri popolari. La pellicola spaccò in due la critica. «Il film è l’accozzaglia di devianti più ripugnante che si possa assemblare in periferia», scriverà Valerio Caprara de Il Mattino.

Il riuscito collage di interviste e ricerche fa di questo saggio una guida tra le strade dei quartieri della Torino del boom economico dove, troppo spesso il passaggio attraverso le “vie sbagliate” era un passaggio obbligato della lunga strada verso l’integrazione.

In una mattina dell’ennesimo giorno di quarantena, chiusa in questo momento di estrema immobilità che ha congelato il tempo e lo spazio si ripensa spesso a quando la possibilità di movimento non ci costringeva a nessuna particolare precauzione. Quanto semplice e piacevolmente umano è spostarsi? Fare la spola tra casa e lavoro, passare un fine settimana lontano da casa, viaggiare in un paese sconosciuto, trasferirsi in una nuova città. Quanto difficile e disperatamente umano è dover lasciare la propria terra in cerca di un futuro migliore? Migrare è parte dell’essere umano, un diritto di tutti e non un privilegio di pochi.

FONTI

Basile, Le vie sbagliate, Unicopli, 2014.

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