In occasione degli ultimi quattro capitoli della saga di Harry Potter la Warner Bros scelse di operare un deciso cambio di direzione. Infatti, dopo la triade Columbus-Cuaròn-Newell, la casa di produzione decise di affidarsi ad un unico uomo: David Yates. Partiamo dunque dall’analisi del quinto e del sesto capitolo per evidenziare meriti e mancanze di un regista da sempre molto contestato dai maggiori fan del franchise.

Harry Potter e l’Ordine della Fenice

File:David Yates 2010 Cropped.jpg - Wikipedia

Harry Potter e l’ordine della Fenice è senza dubbio la migliore realizzazione di Yates. Il regista, va detto, si è trovato di fronte a tre volumi mastodontici e ha spesso dovuto operare scelte di trasposizione a dir poco complicate. Il quinto capitolo cinematografico risulta tuttavia ben equilibrato e, pur con immancabili difetti, rende quantomeno onore al suo corrispettivo letterario. Tra i maggiori punti di forza si possono annoverare diversi elementi.

Harry, Sirius e scelte di cast

Il rapporto fra Harry e Sirius Black è sicuramente sviluppato con cura. I momenti tra i due sono ben calibrati e godono di una straordinaria alchimia fra gli interpreti Radcliffe e Oldman. La pellicola riesce infatti a trasmettere con efficacia il profondo legame tra Harry e il suo padrino, ultimo rappresentante della famiglia ormai scomparsa.

Allo stesso modo anche il rapporto fra Harry e il mondo esterno viene ben indagato. Mai come in questo quinto capitolo il giovane mago avverte un senso di angosciosa solitudine e la regia di Yates aiuta ad amplificare questo sentimento. Numerosi sono infatti i momenti in cui il ragazzo appare inquadrato da solo o separato dagli amici. Un senso di abbandono ulteriormente sottolineato dalla insolita lontananza di Albus Silente, rimarcata con eleganza dal regista in ben più di un’occasione.

A Yates e staff si devono anche alcune illuminanti scelte di cast oltre ad una sceneggiatura ben scritta e ben inserita all’interno del comparto tecnico generale. Tra i nuovi interpreti troviamo una maestosa Imedla Staunton, l’insopportabile e odiosa professoressa Umbridge, e un piccolo assaggio di una incredibile Helena Bonham Carter, la sanguinaria mangiamorte Bellatrix Lestrange. Senza ovviamente dimenticare la leggerezza di Evanna Lynch, la perfetta e sognante Luna Lovegood.

Una sceneggiatura all’altezza

Harry Potter e l’ordine della Fenice è una pellicola ben scritta, che pur tralasciando diversi elementi riesce comunque nell’intento di fornire allo spettatore le informazioni necessarie allo sviluppo della storia. La scelta di eliminare il Quidditch appare ad esempio una decisione coraggiosa e, sebbene impopolare, permette a Yates di concentrarsi su aspetti indubbiamente più centrali all’interno della trama. Una trama a tinte oscure, il cui abito dark viene sapientemente cucito dall’utilizzo di toni scuri e freddi, all’interno di un mondo magico destinato a diventare sempre più cupo.

Infine è davvero impossibile non rimarcare la bellezza registico-tecnica dell’intera sequenza ambientata nell’Ufficio Misteri. L’incontro fra l’esercito di Silente e i Mangiamorte, l’epico sopraggiunge dell’Ordine della Fenice e la battaglia finale tra Silente e Voldemort sono una costante fonte di brividi per gli spettatori. Emozioni che raggiungono il loro apice nel momento culmine della pellicola: la scomparsa di Sirius Black accompagnata dalla silenziosa disperazione di un grido senza voce.

Alcuni difetti

A fronte di pregi così evidenti è però anche giusto sottolineare alcune importanti mancanze della pellicola. Il film, pur risultando sufficiente a soddisfare il pubblico dei non lettori, risente purtroppo di numerosi tagli. L’intera sequenza iniziale a Privet Drive viene come sempre tralasciata con eccessiva leggerezza. Stessa sorte tocca ad altri momenti, presenti nel libro e mai accennati sul grande schermo.

Tra questi spiccano la visita di Harry e i Weasley all’ospedale San Mungo, toccante pagina della saga in cui J.K.Rowling decide di mostrarci il triste destino dei genitori di Neville, torturati quattordici anni prima fino alla pazzia.  Stesso discorso per il confronto fra Harry e Silente sul finale, in cui Yates, oltre a ridurre ai minimo termini la spiegazione della profezia, manca di mostrare il dolore di Harry, la sua rabbia e la sua disperata necessità di trovare un colpevole per la morte di Sirius. Momento tra l’altro seguito dall’incontro di Harry con Nick quasi senza testa, che mina le ultime speranze del ragazzo di rivedere il padrino quantomeno sotto forma di fantasma. Tutti momenti che avrebbero arricchito una pellicola già buona e che non avrebbero affatto appesantito quello che è di fatto il film più breve della saga.

Il Principe Mezzosangue

Esaminati i grandi pregi dell’Ordine della Fenice è triste constatare come il capitolo successivo sia stato, sul fronte della trasposizione, la pellicola peggiore della saga. Harry Potter e il Principe Mezzosangue è infatti un film che, se confrontato con l’opera della Rowling, risulta spesso scialbo e ricco di difetti evidenti.

Luce nell’oscurità

Nel tentativo di non fare di tutta l’erba un fascio, è però corretto evidenziare i pochi, ma significativi, lati positivi del film. Tra questi va indubbiamente annoverata la scelta di Jim Broadbent per il ruolo del professor Lumacorno. L’attore ha saputo dare un volto fedele a uno dei personaggi più importanti dell’opera, alternando simpatia e leggerezza a momenti decisamente più cupi e dominati da tinte più fosche. Un aspetto direttamente collegabile ad una delle poche sequenze memorabili del film, nel momento in cui Harry, forte della Felix Felicis, parla con Lumacorno per convincerlo a consegnargli il ricordo relativo a Voldemort. Una scena delicata e intima, arricchita dalle paure e incertezze che gravano sul cuore del professore ormai da troppi anni.

Amore, amicizia e paura

Altri momenti meritano certamente una particolare menzione. Pensiamo al pianto di Hermione sulle spalle di Harry dopo il bacio fra Ron e Lavanda. Una rappresentazione di rara maestria con cui il regista è riuscito a mostrare i grandi sentimenti dell’amore e dell’amicizia sincera nell’arco di poche inquadrature. Pensiamo alla missione di Silente e Harry alla ricerca dell’horcrux e alla successiva sequenza in cima alla torre di astronomia. Il momento culmine della pellicola in cui la componente dark si fa prorompente e porta alla dipartita del preside, alla scomparsa di un ulteriore punto di riferimento per il protagonista.

Così come è ammirabile la scelta di mostrare la trasformazione psicologica di Draco Malfoy, personaggio da sempre ambiguo che si scopre debole e impreparato. Personaggio qui adombrato dalla paura e da lacrime che testimoniano un cuore non contaminato dalla malvagità. Rari elementi illuminati incapaci tuttavia di risollevare una pellicola manchevole in troppe circostanze.

Film o Teen Comedy?

Al di là dei soliti tagli iniziali, ormai divenuti marchio di fabbrica, Yates opera scelte inspiegabili e inadeguate. I toni cupi e la fotografia non vengono supportate da una sceneggiatura all’altezza che tende in molti casi a ridicolizzare l’intera pellicola. Al tema amoroso, trattato con delicatezza e opportuno rilievo nell’Ordine dell Fenice, viene qui concesso fin troppo spazio tanto che il regista sembra voler trasformare la pellicola in una commediola per teenagers in preda agli ormoni.

Scarsa rilevanza viene data invece al personaggio del Principe Mezzosangue. Se l’ossessione di Harry per il manuale di pozioni del Principe viene quantomeno accennata, nulla viene invece detto sulle reali origini del nome. Allo stesso modo vengono eliminati alcuni dei ricordi di Voldemort e il funerale di Albus Silente. Questo a fronte di imbarazzanti sequenze pseudo-adolescenziali o momenti completamente inventati dal regista come l’attacco alla Tana.

La pellicola risulta dunque complessivamente sbilanciata e ciò, oltre a gravare sul giudizio del film in sé, compromette anche la comprensione di elementi chiave della trama vanificando e in molti casi ridicolizzando il lavoro dell’autrice J.K.Rowling.