Springsteen, Diamond, Brown, Young. Questi sono solo una manciata di grandi musicisti che hanno scritto grandi canzoni. Cosa hanno in comune? Sono americani. Nonostante ciascuno abbia origini anche ben lontane da quelle radici rosse bianche e blu che omaggiano nelle loro canzoni più celebri, nessuno si è tirato indietro dal dedicare almeno un successo agli USA, la patria che li ha generati, il luogo dove sono cresciuti e dove i loro sogni si sono realizzati.

In fondo, l’America è questo: la patria della speranza, il Paese del duro lavoro, del coraggio e della determinazione che non possono che essere ripagati con il successo. Il sogno americano, l’american way of life, una sorta di Disneyland espanso su cinquanta Stati marchiati da stelle e strisce il cui motto è molto simile a quello dei cartoni animati: “The place where dreams come true”. Ma questo è tutto vero? È vero che ognuno ha sempre il suo lieto fine? Difficile a dirsi.

C’è chi obietterà che tutto ciò “accade solo nei film” e non potrebbe che avere ragione, se non fosse che, a volte, si finisce per crederci realmente. Anche se la logica e la ragione suggeriscono di mettere in dubbio tutta questa patina di perfezione che le grandi menti della comunicazione vogliono propinare al mondo intero, sotto sotto, nel profondo, ognuno finisce per essere inevitabilmente attratto da tutto quest’oro che luccica. Coloro si occupano di curare l’immagine di questo Paese vogliono mettere in atto un meccanismo psicologico e mentale; su questo non ci sono dubbi. Ma neanche sul fatto che sappiano come fare il proprio lavoro. In effetti, riflettendoci bene, gli americani sono maestri nello spettacolo. Che esso sia in televisione o al telegiornale, l’immagine che ogni singolo cittadino del mondo, soprattutto se americano, si fa di questo Paese è quella di un mondo perfetto, patriottico, che esalta la meritocrazia e incoraggia la solidarietà. Una sorta di Stato nazionale 2.0.

Quella di questo Paese c’è una vera e propria corsa all’autocelebrazione. La stragrande maggioranza di messaggi che attori, cantanti, presentatori e chiunque abbia a che fare con i media, televisivi e non, mandano al pubblico mondiale è quella di un’illusione velata di realismo. Essi riescono perfettamente nell’intento di plasmare agli occhi di chiunque un ideale talmente ammirevole di Stato da arrivare quasi all’irraggiungibile senza mai sfiorarlo, perché se la possibilità di arrivare a questa meta così alta e lodevole non esistesse tutti smetterebbero di cercarla. Ciascuno, almeno una volta nella sua vita, ha pensato o penserà “voglio andare in America” e di per sé questo non reca alcuna colpa, se non quella di farsi lusingare da promesse incredibili che sembrano a portata di mano.

Ogni singola immagine di corpo perfetto, di villa sontuosa, di famiglia felice, di carriera di successo, di convivenza pacifica, potrebbe essere in realtà un effetto speciale: questi, infatti, sono presenti tanto nei film quanto nella realtà. L’obiettivo sembra essere l’elevazione degli USA sugli altri Paesi: una superbia mascherata da sufficienza e ironia che permettono così di ridicolizzare e stereotipizzare chiunque altro, senza recuperare esplicitamente quella neanche troppo arcaica usanza di sminuire gli altri, la stessa che i più antichi appartenenti al gruppo WASP (White Anglo-Saxon Protestant) non avevano remore a chiamare razzismo.

In teoria non bisognerebbe preoccuparsi, sono solo film. A chi importa se gli italiani sono solo mafiosi dall’accento meridionale? A chi importa se i messicani sono solo trafficanti di droga? A chi importa se i cinesi sono piccoli omuncoli che non sanno pronunciare la erre o se i russi sono solo spie comuniste con qualche problema di alcolismo? Infondo, sono solo film. Ben due serie televisive made in Usa, alquanto note, citano, ovviamente con intenti poco elogiativi, il nome di un politico italiano implicato in diversi scandali sessuali con delle minorenni (“And no bringing home college girls, Berlusconi”): al di là della veridicità del fatto, risulta difficile pensare che quello italiano sia l’unico esempio possibile per quanto riguarda politici potenti che abusano di minorenni. Allo stesso modo, serie tv e film nella stragrande maggioranza dei casi riconducono l’Italia solo al Mussolini della censura o la Germania solo all’Hitler delle leggi razziali.

Il trucco che chi costruisce questa complessa immagine di perfezione autocelebrativa utilizza è forse quello di spostare l’attenzione sulle colpe di altri in modo da oscurare le proprie. A ciò segue un intelligentissimo meccanismo di ammenda simbolica che gli Usa applicano alla loro più grande vittima: gli afroamericani. Oggi membri integranti della comunità, essi hanno un ruolo anche nelle graphic novel che esaltano la purezza americana (vedi Marvel) per coinvolgerli dopo più di un secolo di esclusione. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano i Cherokee del Sentiero delle lacrime e i milioni di nativi trucidati nel corso della storia per costruire quella grande federazione chiamata Usa.

Che i bersagli siano italiani, tedeschi, messicani, cinesi, russi o chiunque altro non importa. Il grande potere dei media viene utilizzato spesso dagli Usa per veicolare gli stereotipi nella mente di un pubblico che rischia veramente di crede a ciò che vede e sente ogni giorno in programmi tv, film, serie televisive e altro ancora. Occorre cercare di non farsi calpestare da queste visioni senz’altro limitate e riduttive e imparare qualcosa da questo gigante dell’economia che sa senz’altro come vendersi: a volte avere una grande, seppur erronea, opinione di sé può realmente aiutare a diventare chi si vuole essere. Che poi ci si riesca o meno è tutto da vedere, ma intanto si fa bella figura.