Siamo tutti viaggiatori all’eterna ricerca di qualcosa. È questo il primo pensiero che si riesce a formulare, con il fiato ancora sospeso, dopo la lettura de I vagabondi di Olga Tokarczuk, insignita del premio Nobel per la letteratura del 2018.

Il romanzo di Tokarczuk, infatti, è un’ode al movimento, una riflessione sul bisogno degli esseri umani di spostarsi, di tracciare infinite linee sul globo terrestre senza stancarsi mai. Composto da numerosi brevi capitoli in apparente disordine, il libro sembra essere l’insieme degli appunti di viaggio che la narratrice ha raccolto durante i suoi innumerevoli pellegrinaggi.

Brevi aneddoti, racconti di varia lunghezza, riflessioni ironiche o profonde si alternano per le oltre trecento pagine di questo volume, ma il risultato è straordinario. Terminata la lettura, ci si accorge che i frammenti di questo immenso puzzle hanno infine trovato il loro posto, e ogni episodio o riflessione si inserisce con naturalezza nella vasta immagine finale intessuta dalla scrittrice. I vagabondi, dunque, è una sorta di atlante, unico nel suo genere. È la mappatura dei caotici spostamenti degli esseri umani, una fotografia del loro vagabondare, in eterna tensione verso qualcosa di ignoto:

Un concetto fondamentale della psicologia di viaggio è il desiderio, ciò che mette l’essere umano in movimento indicando la direzione e risvegliando in lui l’inclinazione verso qualcosa. Il desiderio in sé è vuoto, cioè indica solo la direzione, ma non la meta; le mete restano sempre fantasmagoriche e poco chiare. Più ci si avvicina e più diventano enigmatiche. In nessun modo si può davvero raggiungere la meta, né, così facendo, soddisfare il proprio desiderio.

La riflessione sul bisogno di viaggiare e l’indagine sulle sue cause acquisisce numerose sfumature e tocca svariate importanti tematiche. Da una parte, il movimento tipico dei “vagabondi” è simbolo dello scorrere del tempo, del continuo mutamento che affligge – o forse benedice – l’andamento dell’universo. I luoghi sono come dei nodi, dei grumi di tempo che per un istante si cristallizza in una realtà tangibile e concreta. In fondo, però, anche questa è un’illusione, e Tokarczuk lo sa molto bene.

Persino i luoghi che ci affanniamo a visitare, infatti, non rimangono mai uguali a se stessi, fedeli alla legge, di eraclitea memoria, dell’eterno mutamento. Il tentativo di definirli, fissandoli in una descrizione definitiva, è a sua volta il simbolo del nostro tentativo di conoscere il mondo fermandolo per qualche breve e illusorio istante. È questo il motivo per cui Tokarczuk non si sofferma mai a descrivere con eccessiva attenzione i luoghi al centro dei suoi racconti, cosciente che ciò porterebbe solo a una distruzione:

Le guide hanno rovinato per sempre la maggior parte del pianeta; pubblicate in milioni di copie, in molte lingue, hanno indebolito i luoghi, li hanno immobilizzati, dato loro un nome e sfumato i contorni. Anch’io, nella mia ingenuità giovanile, avevo iniziato a descrivere i luoghi. Quando poi ci sono ritornata su, quando mi sono sforzata di fare un profondo respiro e ho lasciato che mi togliessero il fiato con la loro intensa presenza, quando ho provato di nuovo ad ascoltare i loro mormorii, ho avuto uno shock. La verità è terribile: descrivere significa distruggere.

Certamente, rassegnarsi alla legge del “panta rei” e, di conseguenza, alla sostanziale inconoscibilità del reale è molto complesso. L’illusione di poter fermare, categorizzare e quindi conoscere ciò che ci circonda è fondamentale per vivere, e ancor di più lo è per creare comunità ordinate, nelle quali ogni cittadino è incasellato nella propria posizione, con uno specifico ruolo nella società. Ecco perché, secondo Tokarczuk, il movimento è avverso al potere:

Per questo i tiranni di ogni tipo, servitori infernali, hanno nel sangue l’odio per i nomadi – per questo perseguitano i gitani e gli ebrei, per questo costringono a diventare sedentarie tutte le persone libere, marcandole con un indirizzo che diventa la nostra sentenza. Quello che vogliono è costruire un ordine solido, rendendo il trascorrere del tempo soltanto un’apparenza.

Ma se l’eclettica narratrice è cosciente dell’impossibilità di descrivere e immobilizzare la realtà, qual è il vero oggetto del suo racconto e dei suoi viaggi? “Lo scopo di ogni mio pellegrinaggio è un altro pellegrino”, dichiara lei stessa in alcuni passaggi. Il libro, così, è la testimonianza di una lunga serie di incontri, è il complesso risultato degli infiniti intrecci tra le persone che animano queste pagine. È l’essere umano stesso, insomma, il centro di questa originalissima mappa. Sono le persone osservate nella loro corporeità, la cui perfezione è descritta con sguardo analitico e quasi scientifico, ma sono anche gli esseri umani descritti mediante i propri reconditi desideri e i caotici spostamenti.

Olga Tokarczuk, premio Nobel per la letteratura, 2018

Per questo motivo possiamo davvero affermare che siamo tutti viaggiatori. Ognuno con le proprie traiettorie, intricate o estremamente lineari, lunghe migliaia di chilometri o concentrate sempre sulla stessa linea metropolitana, trascorriamo le nostre esistenze in un incessante movimento, dentro noi stessi così come all’esterno. Le nostre vite, d’altronde, non sono altro che la storia dei nostri movimenti, il nostro spostarci alla ricerca di qualcosa, o qualcuno, del fantomatico kairos, il “posto giusto al momento giusto”, che sembra non arrivare mai.

Ne I vagabondi, in sintesi, Tokarczuk riesce in un’impresa apparentemente impossibile: ritrarre la realtà in movimento, evitando di ingabbiarla in limitanti descrizioni o definizioni. È così che l’apparente caos di episodi, personaggi e comparse fugaci acquisisce una sua intima armonia: siamo di fronte a un universo che si abbandona con gioia al “vagabondare”, consapevole che proprio nella fluidità stia il segreto per continuare a esistere:

Ciò che non si muove è soggetto alla disintegrazione, alla degenerazione e a ridursi in cenere, mentre ciò che si muove potrebbe durare addirittura per sempre.

 

FONTI

O. Tokarczuk, I vagabondiBompiani, 2019