Da fine febbraio l’Italia, insieme a molti altri Paesi, sta affrontando l’emergenza coronavirus. La pandemia in corso e le conseguenze sui diversi settori dello stop forzato a ogni ambito della quotidianità occupano la gran parte dello spazio negli organi della stampa. Non parlare delle altre emergenze attualmente in corso nel mondo, tuttavia, non le cancella. Le guerre continuano a essere combattute, i migranti continuano a tentare di cercare una nuova vita scappando da situazioni di difficoltà. Anche Papa Francesco ha ricordato le difficoltà di migranti e rifugiati nel discorso pronunciato durante la benedizione pasquale Urbi et Orbi.

Non è questo il tempo della dimenticanza: la crisi che stiamo affrontando non faccia dimenticare le altre emergenze che stiamo affrontando. […] Ricordiamo i migranti, molti dei quali sono bambini, che vivono in condizioni insopportabili, specialmente in Libia e al confine tra Grecia e Turchia. Non voglio dimenticare l’isola di Lesbo.

Non solo dunque l’emergenza migratoria non sparisce con una pandemia globale, ma anzi i migranti incontrano molte più difficoltà, a causa dell’impossibilità, ad accedere a mezzi di protezione adeguati. Inoltre, le ONG e le associazioni di supporto ai migranti stanno passando un momento complicato, a causa del calo dei volontari disponibili e delle chiusure.

Porti non sicuri

Martedì 7 aprile il governo italiano ha approvato un decreto, firmato dai ministri Lamorgese, Speranza, Di Maio e De Micheli, che vieta per le navi battenti bandiera straniera gli sbarchi nei porti italiani, considerati dal governo non sicuri, fino al termine dell’emergenza sanitaria. Il decreto ha sollevato molte perplessità per le contraddizioni che lo caratterizzano: infatti le navi battenti bandiera italiana possono sbarcare indipendentemente dal numero di migranti, ma non quelle battenti bandiera straniera.

Un gruppo di deputati e senatori della maggioranza ha chiesto la revoca di questa misura, ma senza successo. Anche le organizzazioni non governative sono contrarie. Emergency ha dichiarato in un comunicato stampa:

[…] In Italia, ci sono tutte le condizioni sanitarie per accogliere i migranti in sicurezza, soprattutto a fronte di numeri veramente esigui come quelli di cui stiamo parlando. Stiamo vivendo una crisi sanitaria grave, che ha avuto conseguenze drammatiche per decine di migliaia di persone, ma questo non cancella i problemi di violenza e povertà che continuano ad angosciare buona parte del mondo.

Il divieto alle sole navi battenti bandiera straniera ha fatto pensare che il decreto fosse stato pensato per bloccare appositamente le navi di ONG straniere, come la nave Alan Kurdi della ONG tedesca Sea-Eye. Il 6 aprile, la nave aveva soccorso 156 migranti. Dopo giorni ad aspettare un’autorizzazione allo sbarco in Italia o a Malta, la vicenda sembra essere giunta a una conclusione grazie a un provvedimento del capo della Protezione Civile Borrelli e del ministro dei Trasporti De Micheli. I migranti non sbarcheranno in un porto italiano, ma saranno messi in quarantena su una nave. Dopo il periodo di quarantena, i migranti della Alan Kurdi saranno portati nei centri d’accoglienza.

Vuoto legislativo

Il decreto si pone infatti in un contesto in cui gli sbarchi di migranti sono in netto calo. Dalla Grecia e dalla Turchia, dunque attraverso la rotta balcanica, non è arrivato nessuno in Italia, e anche dal Nord Africa le partenze sono state nettamente più contenute. Secondo quanto riportano i dati ufficiali UNHCR, delle circa 800 persone partite dalla Libia a marzo solo 241 sono arrivate in Italia. Secondo l’analisi di alcuni esperti, il calo, più che all’effetto paura del coronavirus, sarebbe dovuto alle condizioni del mare, molto agitato nell’ultimo mese.

Il duro intervento italiano è stato imitato anche da altri Paesi, come Malta, che negli ultimi giorni non ha risposto a diversi allarmi di Alarm Phone. L’account Twitter di Alarm Phone aveva segnalato il 12 aprile quattro imbarcazioni alla deriva tra Malta e la Libia, che portavano complessivamente circa 260 persone. Malta, nonostante tre delle imbarcazioni si trovino nel proprio spazio marittimo, rifiuta di rispondere agli appelli.

Anche la Libia per la prima volta ha dichiarato quello di Tripoli un porto non sicuro, nonostante all’atto pratico non lo sia mai stato, tra conflitti e campi di reclusione per migranti in cui mantenere le condizioni sanitarie adeguate è impossibile. In questo momento, si è dunque creata una situazione di vuoto normativo, con l’Europa che sembra ignorare le richieste di aiuto delle ONG.

Il coronavirus nei campi profughi e nei CPR

L’emergenza sanitaria in corso rappresenta una minaccia particolarmente grave per le fasce più svantaggiate di popolazione, coloro che non hanno case in cui rimanere o non hanno accesso a adeguate protezioni contro il virus. In luoghi come i campi profughi e nei centri per il rimpatrio oggi non è in corso solo un’emergenza umanitaria, ma anche una sanitaria.

La difficile situazione nei CPR

Nei Centri di permanenza per il rimpatrio i migranti protestano per essere rilasciati. Le condizioni in cui vivono non sono adeguate per garantire la sicurezza sanitaria e la paura negli ospiti di queste strutture cresce. Per chi vive nei CPR il social distancing non è un’opzione. La gran parte dei voli per il rimpatrio è stata cancellata, ma i centri continuano a funzionare normalmente, senza l’implementazione di protocolli di sicurezza e soprattutto senza blocco degli ingressi. Non ci sono mascherine, guanti, o disinfettanti, strumenti essenziali per combattere la pandemia.

Le persone detenute nei CPR italiani sono circa quattrocento: si trovano in regime di detenzione amministrativa. Se qualcuno risultasse positivo al coronavirus, non ci sarebbe alcuna procedura prevista. Le notizie dal mondo esterno non fanno paura solo ai detenuti, ma anche agli operatori. I CPR inoltre sembrano essere dimenticati dal governo: nei decreti usciti nelle ultime settimane non vi era alcun provvedimento per il contenimento del coronavirus in queste strutture.

La doppia emergenza nel campo profughi di Lesbo

Il campo di Moria, sull’isola di Lesbo, si trova in una situazione particolarmente critica. Prima dello scoppio della pandemia, nel campo erano arrivati moltissimi profughi, dopo che il 27 febbraio il presidente turco Recep Erdogan ha annunciato l’apertura delle frontiere ai migranti diretti verso l’Europa, che sono approdati sulla vicina isola greca. L’Unione Europea aveva stipulato nel 2016 un accordo con la Turchia per porre un freno all’ondata migratoria proveniente dalla rotta balcanica. Tuttavia, Erdogan ha aperto i confini della Turchia, per ottenere aiuti nel conflitto siriano e per chiedere altri fondi all’UE.

View this post on Instagram

Moria. #lesvos refugees

A post shared by Annalisa Camilli (@annalysacamilli) on

In moltissimi hanno approfittato dell’apertura della frontiera turca e, tra fine febbraio e inizio marzo, sono andati nelle nazioni europee più vicine, quindi Grecia e Bulgaria. Il campo profughi di Moria ospita al momento circa ventimila migranti, di cui molti minorenni, che vivono in condizioni di scarsa igiene e sicurezza sanitaria. Molte ONG sono state costrette a ridurre le loro attività o a chiudere. Inoltre, a Moria non ci sono abbastanza medici per curare le persone che vivono nel campo. Si tratta di un problema grave in una situazione normale, ma drammatico durante una pandemia globale.

Il campo era stato concepito per ospitare tremila persone, dunque è decisamente sovraffollato. Molte famiglie sono costrette a vivere in spazi stretti: questo, unito alle scarse condizioni di igiene, costituisce un terreno ideale per l’espandersi della pandemia. Con pochissime stazioni dell’acqua (una ogni 1300 persone circa) e senza sapone, anche compiere l’essenziale gesto di lavarsi le mani è impossibile.

L’11 marzo la notizia di un possibile caso di coronavirus nel campo di Moria ha causato timori per la possibile origine di un focolaio. In questa situazione, come spiegano i volontari dei Medici Senza Frontiere presenti, è impossibile mantenere le giuste distanze sociali, sia nelle abitazioni, sia nelle code per il cibo e per l’acqua. Un mese dopo, la situazione è ancora invariata: non c’è alcun piano da parte dell’Unione Europea per evacuare questi migranti, come chiedono le ONG da tempo.

 

CREDITS

Copertina