– Cosa vuoi fare da grande?

– Guidare le ambulanze.

L’amica di sua madre aveva sgranato gli occhi, sollevato le sopracciglia e allargato le braccia per lasciarlo andare.

Lui, malfermo sulle corte e tozze gambette di bambino, era trotterellato via.

Si era seduto per terra e si era rimesso a giocare con le macchinine con la fronte corrucciata.

Nessuno aveva più detto nulla. Sua madre si era sistemata la lunga gonna blu sulle ginocchia e l’amica si era alzata per andare a incipriarsi il naso in bagno.

Le strade alle due del mattino sono lunghe, deserte, tutte dritte, semibuie, rilassanti e lente.

Con la mano sinistra tiene il volante e con la destra solleva la bottiglia di whiskey dal sedile del passeggero.

Il cielo è nero e senza stelle, le luci arancioni dei lampioni si riflettono sull’ampio parabrezza.

Il cambio è automatico, la velocità costante, la strada vuota davanti a lui.

All’inizio qualcuno si era fatto qualche domanda.

Qualche collega era andato a chiedere al responsabile se quello che faceva fosse permesso.

Poi nessuno aveva più detto nulla. I ragazzi del turno di notte lo guardavano arrivare con la sua divisa rossa addosso, con le strisce catarifrangenti sul petto e sulle ginocchia, e continuavano a fumarsi le loro sigarette, annoiati.

Una notte, mentre lui era di turno, sua moglie si era sentita male. Un’ambulanza l’aveva portata in ospedale. Le infermiere che le avevano prestato il primo soccorso durante il viaggio sapevano perfettamente chi era.

– Potete avvertire mio marito?

Avevano annuito posandole la maschera dell’ossigeno sul naso e sulla bocca. Poi si erano guardate. Cosa sapeva lei? Cosa poteva, e cosa non poteva, sapere? Cosa sapevano loro?

Nessuno l’aveva avvertito, quella notte.

Lui aveva continuato a fare quello che stava facendo senza sapere che sua moglie era nella sala operatoria al piano interrato, alle tre e mezzo del mattino, dell’ospedale in cui lavorava.

Una macchina sbuca da una strada laterale tagliando il semaforo arancione e piazzandosi proprio davanti a lui, lenta, esasperante.

Lui ha la sua missione. Anche quella notte. La sua non-missione. Lo aspettano, dall’altra parte della città.

Accende i lampeggianti, le luci blu intermittenti investono la macchina davanti, ma non bastano per farla spostare.

Eddai. Beve un sorso di whiskey, schiaccia un po’ più forte sull’acceleratore. Niente. Abbandona la bottiglia per un attimo, alza il braccio.

Quando inizia a piangere, la sirena sembra assordante sopra alla sua testa, la macchina si sposta subito con uno scarto verso destra, lui accelera e la sorpassa.

Va avanti quanto basta per lasciarsela abbastanza indietro, poi rallenta e riprende la sua velocità costante, il piede via dalla frizione, la mano intorno al collo della bottiglia, l’attrezzatura là dietro di nuovo al suo posto, niente tubi che sbatacchiano, defibrillatori che si spostano, barelle che si sganciano.

– Papà salva le vite delle persone, dice lei rimboccandogli le coperte e spegnendo la luce della abat-jour.

– Per questo non è mai a casa. Di notte va in giro per la città ad aiutare le persone che stanno male. Tutta la notte. Poi, quando ha finito, va a fare colazione nella prima panetteria che apre in città, quella qui all’angolo, che è vicino a casa, per fortuna.

E quando tu sei già a scuola, lui arriva a casa, si fa la doccia, si mette a letto, e dorme.

E la sera ricomincia.

È un lavoro impegnativo, quello di papà.

Il bambino fissa le ombre proiettate sul soffitto dalle luci della strada.

Nel cuore della notte, quando sua madre è nell’altra stanza, da sola nel letto matrimoniale, lui aspetta di vedere una luce blu filtrare dalle finestre per immaginarsi suo papà a bordo di un’ambulanza intento a salvare la vita di una persona che sta per morire.

Il segreto è nella velocità.

Più va veloce, più macchine riesce a sorpassare, prima riesce ad arrivare in ospedale, e più probabilità ci sono di salvare quella persona.

È tutto nelle sue mani, sostanzialmente.

Quella vita dipende quasi interamente da lui.

La distilleria è dall’altra parte della città. Per raggiungerla deve attraversare tutta la piantina in verticale, da sud a nord.

Ogni sera, quando arriva, lui lo accoglie sempre con il solito sorriso mentre i fari abbaglianti si accendono sulla tettoia e lo accecano.

Le prime volte gli faceva delle domande tipo di nuovo qui? Anche stasera? Niente lavoro stasera? Non sei un tipo a cui piace dormire, eh?

Poi anche lui aveva smesso.

Non voleva sapere nulla di lui, gli bastava quello che gli aveva raccontato una notte quando, troppo sbronzo, aveva iniziato a parlare a vanvera e poi si era addormentato sulla panchina di legno in cortile.

– Da piccolo volevo guidare le ambulanze, perché mio padre guidava un’ambulanza.

Giocavo con le macchinine. Sono cresciuto, ho preso la patente, volevo andare veloce, velocissimo. Tornavo a casa e mi prendevo le sberle di mio padre per le multe che ci arrivavano.

Ho provato ad iscrivermi a medicina. Ma non era in quel modo che volevo salvare le vite umane. Mi fa schifo il sangue. E non guardo mai quello che fanno i miei colleghi là dietro.

Io guardo avanti. Sempre avanti. E vado veloce, al ritmo della sirena.

– Una notte ho tirato sotto una ragazza. Stava battendo il marciapiede, era sul bordo della strada. A me è venuto un colpo di sonno.

Ho sbandato e le sono finito addosso. Ho messo subito la retro, ho acceso la sirena e sono scappato.

Mentre scivolavo verso la periferia della città l’ospedale ha mandato la chiamata dicendomi di andare davanti a quel benzinaio, una ragazza era stata investita da un pirata della strada.

Io ho staccato i fili della radio.

Quando il mattino dopo sono rientrato al garage nessuno mi ha guardato in faccia.

Ho parcheggiato l’ambulanza, sono sceso, e sono tornato a casa. Nessuno mi ha chiesto niente.

So solo che la prostituta che ho investito è morta sul colpo.

Non sono mai andato a puttane. Mai.

– Cosa vuoi fare da grande?

– Guidare le ambulanze e salvare la vita alle persone.

Lei era impallidita. Doveva essere una maledizione.

– Non ti piacerebbe fare l’astronauta?

– No. Io voglio andare veloce. E salvare le vite. Come papà.

– Sei in ritardo, stasera. Pensavo non saresti venuto.

– Ho messo addirittura la sirena per fare più in fretta, pensa.

Il vecchio ride, va dentro il capannone e esce stringendo il collo di due bottiglie nella mano sinistra e due bicchieri nella destra.

– Mia moglie  mi ha detto che mio figlio vuole guidare le ambulanze, da grande.

– Il richiamo della sirena! Chi può resistere?

Lui sbuffa e sorride.

Quella sera ha rimesso la sirena per la prima volta dopo quell’incidente.

All’inizio, le prime volte, aveva sentito un brivido corrergli lungo la schiena quando aveva acceso le sirene in piena notte, correndo verso l’ospedale, trasportando un infartato, o un malato grave, una donna incinta, un bambino in punto di morte.

Aveva superato le macchine sentendosi onnipotente.

Poi quella maledetta notte, la prima cosa che aveva sentito dopo aver visto il corpo della ragazza maciullato dalle ruote, era stato il suono della sirena.

Da quel momento immagine e suono erano rimasti mortalmente collegati tra loro nei suoi incubi.

– Tua moglie sa dove sei?

– Sono a lavoro. Sto lavorando.

– Certo.

Il vecchio ride di nuovo sotto ai baffi e beve una sorsata di whiskey.

Non lo so chi sono, non so che musica mi piace, né dove voglio vivere, né chi voglio diventare, né cosa mi piace mangiare. So solo che voglio guidare le ambulanze. È l’unica cosa che so. Non sono una brutta persona. Lo giuro. Non sono una brutta persona.

 

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