Combattere la segregazione andando a scuola: la storia di Ruby Bridges

Siamo in Nord America, negli anni Sessanta: il movimento per i diritti civili lavora a pieno ritmo, ma nel Sud del paese sono ancora pochi coloro che accettano la fine della segregazione razziale. La netta scissione tra bianchi e neri deve essere attenuata perché la convivenza sia possibile: ogni piccolo progresso è un passo in avanti nel cammino verso l’uguaglianza. Tante sono le storie di afroamericani che, con le loro scelte, hanno contribuito ad accorciare questa strada così impegnativa. Tra costoro vi è Ruby Bridges, o meglio, i suoi genitori, in particolare la madre Lucille che, quando la figlia raggiunge l’età scolare, insiste per rispondere a una richiesta della NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), ente che lavora per garantire l’integrazione scolastica per bambini di colore. Nel 1960, la piccola Ruby diventa la prima bambina afroamericana a frequentare la scuola William Frantz Elementary, precedentemente riservata a soli bianchi, dopo aver superato brillantemente il test di ammissione.

La divisione delle scuole tra bianchi e neri è incostituzionale già dal 1954, ma molti faticano ad accettare il cambiamento. La situazione è particolarmente delicata nella città di New Orleans, in Louisiana, non nuova a episodi di spiccato razzismo. È questo il luogo in cui si trasferisce la famiglia di Ruby, in cerca di migliori possibilità lavorative. La bambina ha altri quattro fratelli minori, dunque è la prima ad andare a scuola, ma dove mandarla? Il padre, Abon Bridges, non è particolarmente entusiasta all’idea di far frequentare a Ruby una scuola appena desegregata. Eppure si lascia convincere dalla moglie, profondamente convinta della necessità di garantire una istruzione adeguata alla figlia, concedendole quelle opportunità che i genitori non avevano avuto.

Dei sei bambini afroamericani che passano il test per frequentare gli istituti appena desegregati di New Orleans due rinunciano a lasciare la propria scuola precedente, tre bambine vengono inviate alla McDonough Elementary School e una, Ruby, inizia il proprio percorso scolastico presso la William Frantz Elementary. Il 14 novembre 1960 queste bambine vengono coperte di insulti e minacce da una folla inferocita durante il tragitto per raggiungere per la prima volta le scuole. Tuttavia, se le cosiddette “tre McDonough” – Leona Tate, Tessie Prevost e Gaile Etienne – possono perlomeno contare l’una sul sostegno e la compagnia dell’altra, Ruby è completamente sola ad affrontare la difficile situazione.

Il primo giorno di scuola, Ruby viene accompagnata dalla madre e da quattro U.S. Marshall (poliziotti federali) bianchi per garantire la sicurezza della bambina. Attorno a lei, un corteo di bianchi irati e urlanti, che rivolgono offese e intimidazioni alla piccola e alla madre. Appena arrivata alla William Frantz Elementary, i genitori ritirano i propri figli perché non vogliono che frequentino la medesima scuola di una bambina di colore. Pertanto, Ruby trascorre il primo giorno, ovvero quello in cui si cerca di fare ambientare gli alunni con lavoretti e canzoncine, nell’ufficio dal preside, con la madre, a causa del caos creato dagli altri genitori che impediscono il regolare svolgimento delle lezioni. La bambina ha tenuto un comportamento magistrale: non si è lasciata spaventare di fronte alla folla inferocita ma ha proseguito per la propria strada, incoraggiata dalla madre.

Barbara Henry con Ruby Bridges oggi

Questo comportamento viene mantenuto dalla bimba nel corso di tutto l’anno scolastico, come se fosse consapevole, a soli sei anni, della rivoluzione che sta portando avanti semplicemente andando a scuola. Ruby non salta un solo giorno dell’anno scolastico, nonostante le minacce nei suoi confronti da parte dei genitori bianchi siano anche molto pesanti. La protesta contro la desegregazione (e quindi contro la presenza della bambina) continua e, purtroppo, trova diversi seguaci anche tra gli insegnanti, che lasciano il lavoro o si trasferiscono per questo motivo. Importantissima è l’eccezione costituita da Barbara Henry, che in seguito diventerà la sola insegnante di Ruby. La giovanissima afroamericana è infatti costretta a fare lezione da sola, in un’aula vuota, priva di coetanei. La maestra Henry cerca in tutti i modi di ridurre il disagio della bambina, ma è difficile non notare la mancanza di altri compagni di classe per un intero anno scolastico.

Le immediate conseguenze della presenza di Ruby presso una scuola riservata, fino a poco prima, a soli bianchi, non tardano ad arrivare. Il padre viene licenziato, i nonni perdono i terreni in cui lavorano e la madre ha difficoltà a comprare da mangiare presso il negozio di alimentari. Tuttavia, molte famiglie iniziano a sostenere i Bridges, per esempio inviando loro denaro per l’istruzione della figlia, o semplicemente manifestando stima nei loro confronti. Si tratta di persone provenienti sia dalla comunità nera sia da quella bianca, spesso residenti nel Nord del paese.

Un vicino di casa offre lavoro al padre e la situazione, con il tempo, migliora. Gli studi di Ruby proseguono senza intoppi, tanto che frequenterà anche la scuola superiore, in una realtà sempre più integrata. Grazie a piccole studentesse come Ruby e “le tre McDonough”, la presenza di neri e bianchi nel medesimo istituto scolastico non è più un’eccezione. In seguito, Ruby è diventata un’attivista per i diritti della popolazione di colore e ha tenuto diversi seminari in compagnia della propria vecchia insegnante, Barbara Henry, sul tema del razzismo.

L’artista americano Norman Rockwell ha omaggiato la vicenda realizzando, nel 1964, un dipinto raffigurante Ruby Bridges che va a scuola accompagnata dai poliziotti. Sul muro dietro di lei si può notare la scritta nigger (negro), che spicca al centro del dipinto, mentre a sinistra si vedono le iniziali del Ku Klux Klan. Vi è inoltre un pomodoro lanciato durante le proteste e caduto a terra, che ha lasciato un segno rosso sul muro. La raffigurazione si intitola “The Problem We All Live With”, ed è considerata un’immagine iconica del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.