“Rocco e i suoi fratelli”, un capolavoro firmato Visconti

L’arrivo di un treno alla Stazione Centrale racchiude in sé un insieme complesso di emozioni, sentimenti, angosce e speranze. Nel secondo dopoguerra la stazione è stata usata come sfondo e simbolo degli arrivi delle masse di immigrati verso il capoluogo lombardo. Molti film hanno trattato questo tema, tra questi anche Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti.

Il racconto drammatico dell’immigrazione in Luchino Visconti

Il regista Luchino Visconti in Rocco e i suoi fratelli, datato 1960, analizza meravigliosamente il tema dell’immigrazione mostrando la vita della famiglia Parondi. Dopo la morte del capostipite, la famiglia si ritrova catapultata dalla Lucania a Milano per cercare di sopravvivere. Visconti, seppur milanese per eccellenza e appartenente ad una famiglia di classe sociale elevata, un misto tra aristocrazia e nuova borghesia derivata dall’industria,  ha studiato a fondo la questione dell’emigrazione italiana donandocene una sua rappresentazione.

La scena iniziale dell’arrivo della famiglia alla Stazione Centrale attanaglia lo spettatore che si sente anch’esso spaesato in una realtà in cui non si identifica. Il passaggio lungo la scalinata con mille valigie ha un potere fondamentale per chi riconosce quello stesso ambiente percorso dalle modelle nell’opera di Carlo Vanzina: Sotto il vestito niente. Tutto ciò che ha di rimasto la famiglia Parondi è la speranza.

Una storia comune per molti

Come molti migranti che in quei decenni hanno rappresentato una triste realtà nella storia italiana, Rocco e la sua famiglia ripongono le loro speranze su chi a Milano già ce l’ha fatta, Vincenzo. Vincenzo è il fratello maggiore della famiglia, oramai ambientato nella città meneghina. Dopo aver annunciato il suo imminente matrimonio con Ginetta, la madre ricorda a Vincenzo il suo dovere verso la sua famiglia d’origine in difficoltà.

I parenti di Ginetta reagiscono e, temendo di doversi sobbarcare il peso dei nuovi arrivati, cacciano i Parondi in malo modo. Vincenzo, sentendosi in obbligo con i suoi familiari, lascia la sua festa di fidanzamento e decide di aiutare i suoi cari. Dopo alcune difficoltà iniziali, Vincenzo trova una sistemazione alla propria famiglia in case popolari a Lambrate, zona che all’epoca era caratterizzata unicamente da degrado e povertà.

Luchino Visconti, oltre a rappresentare perfettamente le condizioni dei migranti al nord, specialmente a Milano, ci dona una prospettiva di come erano costretti ad agire appena arrivati. Considerati e classificati con epiteti, “terroni” e “africani” dovevano andare a vivere in case popolari, in attesa di un possibile sfratto e di conseguenza di una stanza “gratis”.

La bravura di Luchino Visconti

Luchino Visconti riesce perfettamente a mettere a confronto due mondi completamente diversi ma, allo stesso tempo, incredibilmente uguali. La mancanza di radici familiari salde la ritroviamo sia in Nadia, prostituta ripudiata dai propri genitori, sia nella famiglia del sud costretta ad allontanare le proprie origini e a separarsi da tutto ciò che gli è più caro. Questa crisi interiore che ne deriva, come per i film di Antonioni, non trova pace ed è forgiata da questo nuovo tipo di città che non lascia spazio alla fragilità.

Simone inizia a far carriera come boxeur, si adatta da subito ad un tipo di vita che non gli appartiene. Si innamora di Nadia, la quale, invece, considera il tutto come un semplice lavoro. Mentre Rocco ed il fratello Ciro trovano impiego presso una lavanderia e un’officina meccanica, Simone si lega morbosamente alla donna.

Un giorno Nadia riceve in regalo una spilla che in realtà Simone ha rubato alla proprietaria della lavanderia dove lavora Rocco. Rendendosi conto del sentimento reale del ragazzo, Nadia restituisce il regalo a Rocco annunciandogli di voler lasciare per qualche tempo Milano. In realtà la ragazza sarà arrestata per prostituzione e un anno dopo incontrerà per caso Rocco che, nel frattempo, ha completato la leva militare obbligatoria.

Nascerà tra i due una passione che Simone non accetterà facilmente. Con una mentalità retrograda e patriarcale, non solo Simone accuserà Rocco di averlo tradito, ma riuscirà a far sì che quest’ultimo si consideri colpevole della morte di Nadia, avvenuta a causa di Simone. Il film si conclude con un dialogo tra Ciro, fratello di mezzo, e il più piccolo dei quattro, Luca.

Il messaggio di Rocco e i suoi fratelli

Luca va a trovare Ciro durante una pausa di lavoro e gli rinnova le accuse d’aver tradito il proprio sangue. Ciro replica usando parole d’affetto sia verso Rocco, troppo legato a un mondo che il boom economico sta cancellando, sia verso il fratello incarcerato, che da questo boom è stato in qualche modo travolto. Prosegue raccontando al piccolo le sue speranze verso un mondo migliore, nel quale le persone non saranno più costrette a emigrare per trovare pane e giustizia.

Rocco è sensibile, troppo sensibile per Ciro. Egli rappresenta alla perfezione la figura dell’uomo moderno, incerto e precario. È un insieme di morali e eticità che, oramai, non hanno più valore.

Rocco è un santo, ma in questo mondo che po’ fa?.

Proprio sull’inquadratura finale Visconti racchiude in una frase tre concetti portanti della nuova civiltà fatta traspirare attraverso la cinematografia:

Il mondo sta cambiando,[…] ecco le sirene, devo tornare a lavorare.

Società che cambia, cultura del lavoro e incomunicabilità governano la nuova città del boom economico rappresentata per eccellenza da Milano. Questi sfociano in tematiche come la povertà, la drammatica situazione degli immigrati e il disagio sociale e urbanistico delle aree trattate.

L’attualità di Visconti

Luchino Visconti mostra il cambiamento rapido della società e la difficoltà della popolazione ad adattarsi. Vediamo i volti degli emarginati, degli immigrati e di chi, come Nadia, è costretto a vendere il proprio corpo per sopravvivere. Il tutto è contornato da una Milano operaia e produttiva, borghese solo di facciata, che presenta lacune e realtà molto scomode.

Per Rocco, Milano rappresentava un po’ la terra promessa, come una sorta di “American Dream” nostrano, un luogo sicuro dove ripartire ed il punto di arrivo e di ripartenza viene rappresentato dalla Stazione Centrale.

La perdita d’identità della famiglia Parondi causata dallo sradicamento dalla propria terra incontra chi, l’identità, non l’ha mai trovata. Questa desolazione dell’animo umano la ritroviamo nel paesaggio urbano rappresentato dal regista. La città degli immigrati si presenta come triste, spoglia, degradata e periferica.

I luoghi scelti da Visconti sono quelli che realmente hanno accolto gli immigrati del sud nel corso di quegli anni. Un esempio è dato dall’area che contorno la Stazione Centrale, la zona di Lambrate e, dato che il film è interamente e ispirato ai racconti de Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori, all’omonimo ponte. Purtroppo questo racconto è ancora, anche se solo in parte, estremamente attuale.

FONTI

Foot J.M., Milano dopo il miracolo, Feltrinelli, 2001.

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