Le Poesie erotiche prettamente di stampo erotico e a tematica carnale sono ciò che più a reso celebre la poetessa Patrizia Valduga. Questo genere di componimenti, come è facilmente prevedibile, spacca in due il pubblico: o li si ama, o li si odia. Bisogna però andare ben oltre la coltre di “sconcezze“, che apparentemente sembra assorbire la raccolta in toto.

La raccolta racchiude tutte le poesie erotiche di Valduga, anche contenute in altre raccolte come Cento quartine e altre storie d’amore (1997) e Lezioni d’amore (2004), entrambe pubblicate da Einaudi. Le sezioni sono in totale sei: la prima è Lezioni di tenebre, una riscrittura di Manfred, libro che vede l’incontro della poesia di Patrizia Valduga con la pittura di Giovanni Manfredini.

Poi ci sono le Cento quartine, famose, anche nel grande pubblico, a tal punto da far sì che la poetessa sia spesso identificata unicamente con questi unici componimenti. Nonostante la facilità con cui si leggono le poesie possa indurre a pensare, a una prima lettura, che esse siano scritte di getto o senza accortezza tecnica, una lettura più approfondita testimonia il contrario. Già il semplice fatto, del resto, che la poetessa abbia deciso di utilizzare una strofa strutturata come la quartina dà l’idea della preventiva riflessione accurata.

La poesie, poi, sono pervase di figure retoriche: non è raro trovare versi dalla struttura chiastica, oltre che figure di suono come le allitterazioni (quartina 10: “[…] vanesia e vile, / verità vergognose e voglie vere”). Ma ciò che realmente contraddistingue questi componimenti dal punto di vista retorico sono le ripetizioni, nelle forme più diverse: o come semplici anadiplosi (quartina 4: “[…] «chi ti apre il cervello? dimmi, chi?» / Chi lo sa aprire… Piano… sì, così…”), anafore (quartina 20: tutti e quattro i versi sono introdotti da “per”), epifore (quartina 24: tutti e quattro i versi terminano con “dimmi!”) oppure omoteleuti (quartina 17: “[…] immobilizzami le braccia, crocefiggimi, inchiodami […]”).

E gli dicevo: Sí, sentire è tutto.

E tutto in me che sente sente te.

Ti sento in me, ti sento fin nel flutto

del tempo-sangue freddo in tutta me.

E chiaramente numerose altre sono le figure retoriche di cui la poetessa si serve per comunicare particolari sentimenti, come le sinestesie.

C’è poi la terza sezione, Erodiade, un monologo da Mallarmé; Fedra, un monologo da Racine; La tentazione. Infine Lezione d’amore, diviso in due tempi diversi. Le tematiche sono trasversali a tutte le parti della raccolta: ricorrono i campi semantici del buio e dell’oscurità, ma anche del tempo. Inoltre, ci sono numerose occorrenze del lessico legato alla morte (cimitero, inferno, ossa, seppellire, …).

Grumo del tempo, io, tratto rappreso

di tempo inesistito,

io per te poso per un poco il peso

dei doveri, del debito infinito,

malinconie, mementi, melopee,

tutti i gridi di gallo delle idee…

Portami via con te, stringimi forte,

portami via da tutta questa morte.

Il cuore e il sogno sono spesso e volentieri protagonisti delle immagini figurate che il lettore si trova davanti attraverso la scrittura. Ed è quasi inutile dire che l’amore, sia romantico sia incarnato nel rapporto sessuale, sovrasta qualsiasi cosa, trascende ogni verso.

Avanza ancora, guadagna terreno

in seno alle mie viscere contratte.

Ah, non ha più confine, non ha freno

questo duello di chi non combatte…

Superflua adesso infine

e trapanata da dita assassine…

No no, lui rende tutto così puro,

e io superflua mi sento al sicuro.

Le Poesie Erotiche di Patrizia Valduga non sono un lavoro sommario che mira a colpire la pancia di un lettore ingenuo, bensì un’esperienza sensoriale e al contempo cerebrale.

Una prova del grado di studio che sta dietro a questa raccolta di poesie è la quantità indicibile di citazioni, volute e non, che essa racchiude. Basti pensare alla quartina 15, dove compare “stormire”: la tradizione letteraria a cui questo verbo appartiene non può essere indifferente a Patrizia Valduga, che non può utilizzare ingenuamente un elemento dell’Infinito leopardiano. Oppure la quartina 5, con il primo verso che recita “Baciami; dammi cento baci, e mille”, chiara rivisitazione del carme 5 di Catullo.

Del resto, questo è ben spiegato da Valduga stessa nel saggio posto a conclusione del volume, Confessioni di una ladra di versi. Qui, la poetessa spiega perché è impossibile che uno scrittore non riutilizzi in qualche modo la tradizione che lo ha preceduto, “perché le parole poetiche che si sono amate, ritornano, come una restituzione d’amore, e questa è la poesia”. Poi, divide il mondo delle ricorrenze in due gruppi principali: quelle involontarie e quelle volontarie, proprie dei parassiti, suddivise a loro volta in “imitazioni” e “citazioni”. Lei afferma di far parte dell’ultimo sottogruppo “per inclinazione e per destino”, quello degli ectoparassiti.

La riflessione continua con una vera e propria presa di coscienza da parte della poetessa: che ha rubato così tanti versi sicuramente per rendere omaggio ai poeti che ama, ma anche e soprattutto perché pensa che i versi rubati la riguardino profondamente. Il concetto è ben esplicato attraverso la sua citazione di una propria poesia appartenente a Libro delle laudi:

”Ladra di versi ho fatto il verso ai versi

per l’amore che non sapevo dare.

Ho fatto versi sempre più perversi

per uscire da me e riposare.”

Il primo va bene; il secondo no, è sbagliato. Non è stato per uscire da me, è stato per entrare sempre più dentro di me, per “dirmi” la mia ferita.

Anche alla luce di questa dichiarazione di poetica, diventa più semplice leggere sotto un segno diverso tutta la raccolta di poesie. Quella di Patrizia Valduga non è mai volgarità e la scurrilità non è mai fine a se stessa. Il linguaggio è talvolta crudo, duro. È tagliente come lame, ma queste sono lame che servono a tagliare dentro e a vivisezionare le proprie ferite.

 

 

FONTI

P. Valduga, Poesie erotiche, Einaudi, 2018