In queste difficili giornate di isolamento, sono tanti i sacrifici e le rinunce a cui tutti noi siamo costretti. Tra i numerosi piccoli piaceri di cui, per il momento, non ci è possibile godere vi è indubbiamente il teatro. Assistere a uno spettacolo teatrale è un’esperienza quasi magica: cercare il proprio posto nella platea, sprofondare nella poltrona impazienti e incuriositi e aspettare che si abbassino le luci per abbandonarsi completamente alle azioni sulla scena. Se tutto ciò adesso non può accadere, abbiamo almeno la fortuna di poter ricorrere alle nostre librerie di casa, e, magari, riscoprire opere e autori che avevamo dimenticato. I drammi di Anton Cechov, ad esempio, sono una lettura che sembra non invecchiare mai, capaci di regalare alcune ore di svago e di riflessione persino più di un secolo dopo la loro pubblicazione.

Nonostante le pièce cechoviane risalgano ai primissimi anni del secolo scorso, infatti, sarebbe un errore etichettarle come qualcosa di ormai arrugginito e incapace di comunicare qualcosa ai contemporanei. Anton Cechov, infatti, ha avuto l’incredibile capacità di leggere nel profondo dell’animo umano, cogliendo le fragilità, i reconditi desideri e le intime sofferenze dei suoi personaggi in un modo che rimane valido ancora oggi.

Il Gabbiano
cechov
La locandina della prima messa in scena del “Gabbiano” a San Pietroburgo

Tra le più celebri opere del drammaturgo russo vi è indubbiamente Il Gabbiano. Il dramma, risalente al 1895 fu un flop clamoroso ai tempi della sua prima messa in scena, a Pietroburgo. Ci vollero alcuni anni affinché pubblico e critici imparassero ad apprezzarne il valore, come possiamo fare ancora oggi. Al centro della pièce vi sono una serie di personaggi accomunati dalle velleità artistiche e letterarie e dal desiderio, quanto mai attuale, di divenire famosi. Così, l’affermata attrice Irina Arkadina non fa che tornare col pensiero ai propri momenti di gloria, ostentando il proprio successo con arroganza.

Al tempo stesso, il celebre scrittore Boris Trigorin sembra quasi una parodia dello scribacchino solamente interessato alla fama: l’uomo, alla continua ricerca di materiale di cui scrivere, osserva il mondo circostante con uno sguardo meccanizzato e profondamente egoista, mostrandosi capace di approfittare della propria notorietà per incutere rispetto e ingannare una giovane ragazza. L’ingenua Nina, per l’appunto, condivide le velleità artistiche di tutti i personaggi sulla scena, ma finirà per esserne la vittima involontaria. Non è difficile, in questa storia, intravedere i meccanismi non sempre limpidi dello spettacolo contemporaneo, il desiderio di moltissimi giovani di raggiungere la fantomatica notorietà, per poi scoprire che raggiungerla non sempre significa raggiungere anche un’autentica felicità.

Il giardino dei ciliegi
Cechov
Lo splendido “Giardino dei Ciliegi” di Strehler, 1974

Di delusioni, nostalgia e difficoltà a relazionarsi tratta anche Il giardino dei ciliegi, ultimo dramma cechoviano nonché, forse, il più rappresentato nei teatri ancora oggi. Al centro delle vicende vi sono i proprietari di una splendida tenuta e del relativo giardino fiorito. Rappresentanti di un ceto sociale, quello della nobiltà, che si trovava all’epoca ad affrontare una profonda crisi, i protagonisti del Giardino dei ciliegi si sono indebitati a tal punto che la loro proprietà verrà messa all’asta.

Ciò che Cechov mette in scena, dunque, è sostanzialmente il loro addio all’amata dimora dove avevano trascorso la propria infanzia e giovinezza. Incapaci di agire e persino di comunicare tra loro, Ljuba, le figlie Anja e Varja e il fratello Leonid si aggirano per il palcoscenico parlando del nulla, intrattenendosi in frivole conversazioni e ascoltando ognuno il proprio flusso di pensieri, senza realmente badare al prossimo. Con una sensibilità che ai tempi era del tutto innovativa per il teatro, Cechov mette in luce così l’incomunicabilità tra le persone, l’impossibilità di esprimere a pieno il proprio dolore e, di conseguenza, di trovare un vero conforto nell’altro.

Il giardino dei ciliegi, poi, è anche un dramma sullo scorrere inesorabile del tempo: i ciliegi, bellissimi al tempo della fioritura, sono il simbolo di questo flusso ciclico e continuo, della giovinezza che fugge via per fare spazio a una nuova generazione. Quello messo in scena da Cechov, così, è, tra le altre cose, un conflitto generazionale: se Ljuba e suo fratello non possono fare a meno di abbandonarsi ai teneri ricordi della propria infanzia e provano un inesprimibile dolore a lasciare la tenuta, diverso è l’atteggiamento rivelato nel finale della figlia Anja che, al contrario, si mostra entusiasta e ottimista di fronte al proprio futuro.

Tale contrasto è rispecchiato anche dai personaggi marginali, che mostrano un notevole spaccato della società russa di inizio Novecento. Da una parte, infatti, Firs, servo della gleba liberato solamente con il decreto del 1861, si trova disorientato di fronte al nuovo ordinamento e, confuso e spaventato, rivela persino di non amare la libertà ricevuta. Il “vecchio Firs” rappresenta tutto ciò che è passato, ormai rifiutato dai contemporanei e destinato a sparire nell’oblio. D’altra parte, lo studente Trofimov incarna il modello di intellettuale che darà vita, pochi anni dopo, alla Rivoluzione Russa. Incredibilmente fiducioso nell’avvenire, pieno di speranze e con uno spirito ribelle perfettamente in linea con la sua giovane età, è proprio lui a pronunciare frasi che sembrano, profeticamente, anticipare i toni dei futuri slogan rivoluzionari: “La Russia è il nostro giardino!”

Anche in questo caso, quindi, nonostante le riflessioni sociali fossero in qualche modo legate al contesto storico vissuto dal drammaturgo, Il giardino dei ciliegi riesce a parlarci con immutata intensità. Il dramma, tanto poetico e delicato quanto ironico e amaro, è un’elegia sul tempo che passa per non tornare più, un’ode all’acerba ingenuità della giovinezza, e un’amara riflessione sulla solitudine e sulle relazioni. Ecco perché, anche oggi, vale la pena soffermarsi ad ascoltare ciò che un artista immortale come Cechov è ancora in grado di comunicarci.

 

FONTI

A. Cechov, Teatro, Milano, Garzanti, 2014

F. Malcovati, Introduzione, in A. Cechov, Teatro, Milano, Garzanti, 2014