Non c’è quasi nulla di inedito ed entusiasmante in Queen Sono. La prima produzione originale africana di Netflix è un classico thriller di spionaggio, e segue tutte le convezioni del genere cui appartiene: ci sono antieroi con molti segreti, talpe e cattivoni dall’accento sovietico, inseguimenti al mercato e parecchi calci volanti. Il tutto mentre si ruota attorno alle avventure di una giovane protagonista con diverse ferite da lenire.

Quel poco di originale che rimane, però, costituisce la ragione principale per cui guardare questa serie. Ed è fatto della capacità di mostrare attraverso ogni minuzia un’Africa che di rado le grandi storie occidentali sono in grado di raccontare.

Queen Sono, una serie tv tra spionaggio e storia del Sudafrica

Queen Sono – la protagonista, non la serie – è una spia sudafricana a inizio carriera ma già indispensabile per l’agenzia di servizi segreti per cui lavora. (Non c’è da stupirsene, visto che il quartier generale è di soli cinque elementi, decimato forse dal budget ridotto della produzione). Il suo è uno di quei personaggi femminili dotati di grande sensualità e predisposizione al combattimento, nonché dell’abilità di servirsi dell’una o dell’altra qualità a seconda della situazione. Il che la rende pressoché infallibile, specie se al profilo si aggiungono fiuto, spericolatezza giovanile e una buona dose di testardaggine.

Eppure, Queen Sono (interpretata da Pearl Thusi, già vista in Quantico) non è un clone delle sue colleghe seriali. È più una creatura ibrida in cui s’incontrano la Mrs. Smith di Angelina Jolie e il fascino esotico della misteriosa Carmen Sandiego. Queen Sono, per dire, si presenta al pubblico con indosso un’elegante tuta color senape e un cappello a tesa larga (piccolo particolare: la prima scena si apre nel bel mezzo di un inseguimento); se necessario sa stordire i nemici russi in tacchi a spillo e abito da sera stile Belén Rodriguez in edizione sanremese. Ma soprattutto, il suo tratto distintivo sono i foulard policromi nei quali raccoglie i ricci voluminosi, per poi liberarli quando giunge il momento di escogitare un nuovo piano, un po’ come fossero un superpotere.

Queen Sono serie tv Netflix

È un personaggio cartoonesco, Queen Sono. E lo stesso si potrebbe dire di chi la circonda, dal migliore amico psicoterapeuta al collega hacker, fino alla nonna saggia e beffarda simil-disneyana. Sembra quasi che nello scriverli Kagiso Lediga, comico sudafricano creatore della serie, abbia voluto omaggiare quei racconti di spionaggio che ormai non esistono più. Da quando il realismo serioso ha preso piede, non c’è più spazio per gli agenti segreti dediti al cambio d’abito e ai gadget multiuso.

Quel che appare molto meno immaginario, tuttavia, è che ciascun personaggio incarna e porta dentro sé – oltre che nell’aspetto esteriore – un pezzetto di storia passata e presente del Sudafrica e dell’intero continente.

Il fantasma che da venticinque anni perseguita Queen Sono è la morte della madre, una famosa attivista assassinata per via delle sue lotte contro l’apartheid. Da qui, la serie si ramifica in tutto il territorio africano, per mostrarlo – pur con vene ironiche – come un oggetto di contesa che ribolle di inquietudine. Il Sudafrica che sperava in una rinascita guidata da Nelson Mandela si ritrova ancora impantanato nelle disuguaglianze e nella corruzione alla quale hanno ceduto anche gli eroi di un tempo. Intanto un gruppo di miliziani nazionalisti vuole restituire indipendenza al continente ma cede a tutte le ipocrisie del caso, compreso allearsi con una società di spietati colonialisti russi.

Queen Sono si muove da una tematica all’altra con una smania e una velocità che talvolta stropicciano gli eventi creando caos. E non sempre le sue battute brillano per originalità. Tuttavia, in questo caso, l’importanza del progetto e quel che rappresenta per il mondo seriale fanno sorvolare volentieri sulle falle della scrittura grezza.

Le nuove serie tv africane

Queen Sono serie tv Netflix

Finora film e serie tv africani hanno avuto di rado la possibilità di affacciarsi sul mercato internazionale, nonostante la loro produzione sia piuttosto florida. Stando a un report del 2017, ad esempio, l’industria cinematografica nigeriana – detta Nollywood – è la seconda al mondo dopo quella indiana di Bollywood. Il problema è che la mancanza di legami con altre industrie globali e una prevalenza di generi dall’attrattiva piuttosto debole (come le soap opera) ostacolano la distribuzione oltre i confini del continente.

Già da qualche anno è in corso un cambiamento, però. Alcune produzioni africane hanno trovato formule un po’ più fresche per raccontare le proprie storie (come An African City, una specie di Sex and the City ghanese disponibile su YouTube). Inoltre, diverse aziende internazionali hanno iniziato a investire sul territorio.

Prima di Queen Sono, Netflix aveva già acquisito e distribuito in 190 paesi il crime drama sudafricano Shadow. Tra i suoi progetti futuri compaiono invece: il teen drama Blood & Water, ambientato a Città del Capo; la serie animata zambiana Mama K’s Team 4, con protagoniste quattro supereroine atipiche; e la serie sci-fi Vaya, la prima produzione originale nigeriana annunciata pochi giorni fa. Tuttavia anche altre aziende, tra cui Amazon, Sony, Freemantle e Canal Plus hanno già avviato e lanciato diverse produzioni africane.

Lo scopo non è soltanto ottenere nuovi contenuti, bensì fidelizzare anche nuovi pubblici e garantirsi l’attenzione degli utenti già iscritti. Promuovere film e serie tv internazionali, infatti, è anche un modo per limitare un eventuale perdita di abbonati. Soprattutto perché altri servizi streaming emergenti – come Disney+ – potrebbero decidere di ritirare dai cataloghi concorrenti i titoli di propria produzione, molti dei quali di grande attrattiva.

Anche per l’industria cinematografica e seriale africana ci sono alcuni vantaggi. Tra questi, la possibilità di esplorare nuovi territori narrativi e dare a registi, sceneggiatori e attori locali occasioni inedite per esprimersi.

Di qualsiasi genere, titolo, storia si tratti, l’Africa resta comunque la protagonista principale. I suoi territori offrono un’alternativa suggestiva ad altre ambientazioni consumatissime sia dal grande sia dal piccolo schermo. Anche gli argomenti da trattare si ampliano, aggiungendo il valore di punti di vista non più soltanto occidentali. Certo, i budget a disposizione non sempre sono faraonici (la media è di circa 100.000 dollari a episodio). Ma il progetto di Queen Sono ha già dimostrato che farli fruttare è possibile, se si scelgono risorse valide e filtri che raccontino la storia e la cultura africane in maniera non per forza drammatica, pur senza snaturarle.

I difetti di Queen Sono lasciano poco spazio alle critiche: sono un’utile risorsa da tramutare in qualità. Per ora questa serie è soltanto la minima punta di un intero mondo da esplorare e mostra già enormi potenzialità di miglioramento.