Dietro le abbaglianti luci del mondo della moda si celano le sue ombre. Se c’è qualcuno che non si trattiene dall’affrontare i lati oscuri del fashion system quello è Giorgio Armani. Già a febbraio, in occasione della Milano Fashion Week, lo stilista ha denunciato l’oggettivazione del corpo femminile da parte dell’industria della moda, affermando che “Le donne oggi sono regolarmente stuprate dagli stilisti, e mi ci metto anch’io”.

Ecco perché non stupisce che si sia fatto avanti nuovamente, questa volta inviando una lettera alla redazione della rivista americana «WWD Women’s Wear Daily». La riflessione di Armani parte dalla lettura dell’articolo “Will Flood of Collections Yield to Slower Fashion?” («WWD Women’s Wear Daily», 2 aprile 2020), in cui ci si chiedeva se l’epidemia di Covid-19 potesse portare a un ripensamento della moda, passando a un’era di “slower fashion”.

Nella lettera aperta Armani afferma che l’industria dell’alta moda si è adeguata agli standard del fast fashion, producendo collezioni a intervalli sempre più brevi, che restano in tendenza per periodi altrettanto brevi.

Il fast fashion propriamente detto è il settore di abbigliamento, composto dalle grandi catene (H&M, Pull&Bear, Bershka, Zara, ecc.), che riprende le tendenze lanciate sulle passerelle riproducendole con materiali di bassa qualità a un prezzo molto ridotto. Secondo Armani, per far fronte alla concorrenza del fast fashion l’alta moda ha adottato gli stessi metodi, creando continuamente un numero esorbitante di capi che vanno fuori moda in pochi mesi, se non settimane. 

Non ha senso che una mia giacca o un mio tailleur vivano in negozio per tre settimane prima di diventare obsoleti, sostituiti da merce nuova che non è poi troppo diversa.

L’alta moda deve essere altro rispetto alla grande produzione. I capi di lusso dovrebbero essere senza tempo, non durare una stagione per poi essere rimpiazzati. Il tubino nero di Chanel, il bracciale con ciondolo a cuore di Tiffany, le décolleté nere con suola rossa di Loubutin sono capi iconici, che rimarranno intramontabili. 

Armani si era già scagliato contro la nozione di tendenza nel backstage della Milano Fashion Week a febbraio, dicendosi “stufo di sentirmi chiedere le tendenze del momento. Le tendenze non sono niente, non ci devono essere. La cosa più importante è vestire le donne al meglio evitando il ridicolo, non discutere di ‘cosa va di moda o no’”.

E lo ribadisce nella lettera «WWD», esponendo la sua visione dell’eleganza, molto diversa dalla direzione che ha preso l’industria dell’haute couture. 

Ho sempre creduto in una idea di eleganza senza tempo, che non è solo un preciso credo estetico, ma anche un atteggiamento nella progettazione e realizzazione dei capi che suggerisce un modo di acquistarli: perché durino.

A questo si aggiunge il problema del non allineamento tra stagione meteorologica e stagione commerciale. Il fast fashion prevede che i capi prodotti vengano venduti sfruttando il fugace momento di tendenza. Si punta quindi a mettere in commercio le collezioni non appena esse vengono presentate, senza curarsi della conformità tra la stagione per cui il capo è stato creato e quella in cui viene venduto.

Trovo assurdo che in pieno inverno in boutique ci siano i vestito di lino e in estate i cappotti di alpaca.

Per ultimo, Armani affronta il problema della spettacolarizzazione delle sfilate. L’haute couture riguarda sempre meno i vestiti e sempre di più l’esibizione. Le sfilate diventano palcoscenici per coreografie che lasciano a bocca aperta. L’esempio forse più estremo è quello della marca di intimo Victoria’s Secret, il cui annuale Fashion Show è un vero evento, con elaborate scenografie e con la partecipazione di diverse celebrità, in cui reggiseni e babydoll hanno ben poco spazio. 

Basta con le sfilate cruise in giro per il mondo per presentare idee blande e intrattenere con spettacoli grandiosi che oggi ci si rivelano per quel che sono: inappropriati, e se vogliamo anche volgari.

Il desiderio di un ritorno a una moda più duratura si avverte già da tempo. Complice la crescente sensibilità per l’ambiente e lo spreco, i consumatori stanno diventando più consapevoli. L’idea di rifare il guardaroba ogni nuova stagione non è più un sogno di tutti. Il minimalismo, popolare già da qualche anno, predica l’acquisto di pochi capi basici da abbinare per ogni occasione. Il rinnovato interesse per i capi vintage rivela l’appeal di abiti che hanno superato la prova del tempo.

E ora anche l’alta moda sembra accorgersi di questa necessità di rinnovamento, sfruttando questo momento di crisi per ripensare se stessa e migliorarsi.