Le affinità elettive sono il romanzo del collasso psicologico, la cartografia dello spezzamento, ma anche una sonda nel divenire, nella fluidità infernale della follia.

Cos’è, innanzitutto, la follia?

Il Fedro platonico parlava di una follia d’amore, che è un delirio di confusione tra l’amante e l’amato, un delirio di compattamento, unificazione, timido avvicinamento. Niente di più falso, per Goethe, che parla invece di un amore assassino. Spesso gli scrittori, come Schopenhauer, cantano di un amore serial killer. Un delirio che avviene perché deve, a cui segue un delitto prevedibile, una vittima assolutamente riconoscibile, un carnefice impazzito che ignora il mondo ed è in grado di riconoscere solo la propria assurda predilezione.

Le affinità elettive parlano invece di una strage inaspettata, di un genocidio del vicino di casa, di uno scoppio nucleare. Una sorpresa, non un’attesa. Il leggendario amore tra Edoardo e Ottilia sfugge pericolosamente ad ogni classificazione borghese, alla quieta ed educata ermeneutica dei dotti che vogliono riconoscere la famiglia laddove c’è l’incesto, l’idillio laddove regna il caos, l’emozione laddove sta la guerra, il debito, la minaccia, il ricatto.

Goethe non è un romanziere nazionalizzato. Egli è un degenerato (purtroppo represso) figlio del desiderio. Un dissacrante ri-scrittore, purtroppo vittima di quella “estetica passione”, di cui anche Pasolini si accusava, che si arrende di fronte al viso dell’istituzione e raffredda la sua fiammella rivoluzionaria. Insomma, Goethe è un dissociato, un auto-internatosi Berserker. E Le affinità elettive sono il prodotto più spaventoso di questo folle fabbricatore di mondi, che scrive:

Un’opera simile ti cresce sotto le mani e t’impone la necessità di fare appello a tutte le tue forze per poterla signoreggiare e condurre a termine.

Mai, tuttavia, nella storia del romanzo, è spesso stato così facile confondere il “signoreggiare” con uno smarrimento tra i flutti. Quello che Thomas Mann definiva distaccatamente come un romanzo «stupefacente per ricchezza di rapporti, per intima connessione, per compattezza», è tutto meno che un romanzo unitario, una trama “compatta”.

La chimica delle relazioni raccontata nelle Affinità, pur se rivestita di una tedesca purezza compositiva, apparentemente destinata all’equilibrio, è invece un non finire di scompenso. Persino il Destino, o meglio la Provvidenza, in cui alcuni hanno visto il protagonista dell’opera, non agisce con la linearità del Fato, della Tyche omerica, ma con la frenesia del senza-legge, delle particelle di Boltzmann.

Del resto, la dissociazione dello spirito creativo di Goethe è spiegata dalla condizione storica dell’uomo Johann. Un borghese pieno, calato tuttavia nel panorama frantumato della “Germania” del tempo. Un antico borghese, i cui interpreti ricordano con costanza la predilezione per la lentezza, contro la sublime epilessia della Rivoluzione, è tuttavia capace di percepire la nuda inafferrabilità della sua condizione, la nascosta, sconveniente e repressa schizofrenia umana, financo borghese.

La letteratura critica non capisce, nonostante Goethe sia universalmente riconosciuto come Il poeta tedesco, il fatto evidente che egli sia, egli stesso, La Germania. La sua Germania, lo sterminato affastellamento di potentati che non si riconosce in un’identità comune, ma si accorge con prudenza del comune nemico alle porte, la Francia rivoluzionaria e Napoleone.

Il suo borghese dispiacere per la Rivoluzione, la sua percezione statica ed ex ante del mondo, come nota Auerbach in Mimesis, non gli ha permesso di farsi narratore dei mutamenti sociali immanenti, come poco dopo farà Stendhal in Francia. La storia di Goethe è e deve essere «lenta», possibile da signoreggiare e troppo familiare per essere sconvolta.

Potremmo dire che la storia, per l’uomo di mondo, è la piatta meraviglia dei fuochi d’artificio, per cui la “sorpresa” dello scoppio concesso non è altro che uno spettacolo atteso, sul bordo di una terrazza predisposta, che invita i commensali a fingere stupore, persino a illuminarsi. La storia borghese non è tritolo, non è cortocircuito, non è un cavo spezzato. È amabilmente uno spettacolo di luci colorate, ritornelli di rumori, elettricità canalizzata.

Ciò di cui Goethe non è padrone, come tutta la sua borghesia, è la polivoca e irriducibile vicenda del desiderio. Nel profondo e al di fuori del saldo soggetto borghese – una formina antropologica costretta a individualizzarsi – è possibile osservare la furia incontrollabile dei vettori sensibili, l’emanazione del focolaio emozionale che alimenta un popolo, una famiglia e il mondo.

Ripetiamolo. Il soggetto borghese, il soggetto moderno, il soggetto trascendentale, non è che la formula (anziché la forma) di un motivo storico di lentezza, familiarità e conservazione. Nella sua esistenza pubblica, come anche nella sua coscienza, l’uomo borghese, Johann, non conosce superamento, non conosce accelerazione, ma solo gerarchie e ritornelli, a cui si sottomette e prende parte con bonaria consuetudine, con piacevole moralismo.

Ma nel suo privato, nel suo inconscio, nel suo sporco segretuccio, quella bestia rousseauiana che è Goethe – come Kant, Federico il Grande, Freud ed ogni uomo moderno – stenta a contenere un demonismo inaccettabile, i candelotti di tritolo che distruggono l’economia politica, l’alta diplomazia, la ragion pura, l’eroismo neoclassico.

Freud è forse l’esempio più lampante di questo primitivismo represso della borghesia moderna. Egli, colpevole di aver scoperto l’immenso nido della forza esplosiva del desiderio, l’inconscio, tenta di contenere la sua potenza rivoluzionaria rivestendolo di kevlar, lasciandolo adottare ai rapporti di filiazone della famiglia borghese: il sesso, l’incesto, la perversione, e tutte quelle scatole morali che nascondono sotto il moralismo sociale del “normale” e dello “scandalo” l’irriducibile terrore del deviante.

Il deviante. Ciò che destabilizza la lentezza prussiana da occidente, ciò che sconvolge la convergenza politica, estetica e morale di un’Europa patriarcale, neoclassica, ma spaventata. C’è bisogno che la forza multiforme del deviante (politico, estetico, sociale, scientifico, religioso, etc.) si sfoghi negli spazi di una cella controllata. È così che nascono Le affinità elettive di Goethe. La loro forza è costretta dall’autore stesso, che la reprime, a rimanere forza “sentimentale”, nonostante riesca ad esplodere ben oltre il “cuore” borghese, per chi voglia coglierne i motivi storico-estetici di base.

Il capolavoro di Goethe, proprio perché, a differenza del ben più lucido Rousseau (La nuova Eloisa), dimostra alla retrospettiva storica il duplice moto di una dissociazione, di una contraddizione tra forza esplosiva (ridotta ad animale da compagnia nel “sentimento”) e conservazione di un sistema sociale rassicurante (innalzato all’apollinea quanto immaginaria “ragione”); può dirsi essere il romanzo che più di ogni altro spiega al lettore moderno quanto la società borghese si sforzi per incatenare la potenza dell’erotico, dell’arabesco esplosivo, del femmineo cortocircuito dello status quo.

Un romanzo tedesco, non francese: è questa l’ironia! Le meraviglie dell’amore, inteso nel senso più dirompente e purtroppo dismesso del termine, sono ridotte ai colori del cuore, alle leggerezze del sentimento, ai rossori delle gote… Ma questi colori, questi bagliori, leggibili nella pelle in via d’esplosione di Ottilia ed Edoardo, non sono che le sembianze di un coito interrotto, di un peso massimo denutrito.

Non serve, per addentrarsi nelle Affinità, riportare narrativamente e scolasticamente le figuralità proprie dei personaggi, «pieni di calda vita individuale» (Thomas Mann), o delle vicende contestuali. Per quello basterà leggere il romanzo, o almeno informarsi sull’essenziale acchito narrativo dei fatti riportati.

Ciò che conta di più, sia al fine di garantire un’adeguata comprensione psico-storico-sociale dell’opera, sia al fine di svelarne i meccanismi estetici di svolgimento che riteniamo essere a principio del romanzo di Goethe, è individuare un piano di riduzione sulla base di cui risulterà possibile comprendere la natura ultima del testo. Non si tratta del piano dei personaggi, dei caratteri, della loro storia, ma nemmeno del piano dell’azione, quel divenire dell’evento a cui Aristotele attribuiva un ruolo primario rispetto al mythos (il plot) e ai protagonisti. Non abbiamo qui lo spazio per denunciare la comparsa relativamente recente, o comunque molto limitata, delle personalità cariche di soggettualità nel teatro (Shakespeare) e, più in generale, nel sistema rappresentativo della società occidentale (Dostoevskij).

Ci basti notare che nelle Affinità non sono né i personaggi né le loro azioni a stabilire il piano di riduzione e di comprensione ultima dell’opera. I protagonisti sono le forze micro-meccaniche e psico-fantasmiche del sentimento (il contenitore borghese dell’inconscio, delle esplosioni libidinali).

Quando Edoardo tenta di convincere Carlotta ad accogliere il Capitano nella loro residenza rurale, questa, timorosa di sconvolgere l’equilibrio (da intendere nel suo significato fisico-meccanico) della loro tranquilla vita di coppia, risponde che ella, in quanto donna, percepisce qualcosa che suo marito, come tutti «gli uomini», non riesce a considerare. Nel mondo goethiano gli uomini vivono nel nyn, nel momento presente, e sono portati all’«agire»;

le donne invece badano più alle connessioni della vita, alla sua continuità, e anche questo è giusto perché il loro destino, il destino delle loro famiglie dipende da questa continuità, da questa coerenza, ed è proprio tale coerenza che si pretende da loro.

L’intrusione di un sistema di forze esterne, come quelle del Capitano, violerebbe le «disposizioni» del destino, finirebbe per far esplodere quella sudata fermezza che il passato di Carlotta ed Edoardo era finalmente riuscito ad organizzare. Come sappiamo, le «sensazioni oscure» della moglie, questi «ricordi inconsci» di vite distrutte dall’arrivo di una «terza persona», non saranno abbastanza ragionevoli da arginare la pulsione libidinale del marito. Il Capitano, e poi anche Ottilia, prenderanno parte a quel diagramma di forze distruttive che culminerà nell’incidente e nel suicidio.

Edoardo si illude di parlare per ragione, parla dei ricordi oscuri della moglie come eventi che possono capitare unicamente «a coloro che vivono senza riflettere»; ma poche righe dopo propone di risolvere la faccenda stimolando la sorte, giocandosela a dadi, e questo significa nient’altro che serrare ulteriormente le palpebre ed abbandonarsi al più fluido desiderio, al desiderio senza ragione, la pulsione universale dell’umano e, quando è il caso, il rilassamento pansessuale. Non dimentichiamoci che Goethe stesso corrisponde a questa descrizione, quando dedica questo romanzo, se pur non ci sia nulla a confermarlo, alla giovane ed amata Herzlieb, a cui la sua ragione tedesca sarà costretta a rinunciare, ma di cui il suo desiderio apolide non si libererà mai.

Ma di cosa è fatta questa meccanica? Cosa sono le “affinità elettive”?

In uno splendido salotto dei quattro personaggi, alla richiesta di Carlotta, il Capitano comincia a spiegarlo. Tutti gli elementi naturali hanno una loro composizione di rapporti, che ne permette la conservazione nell’identità. Alle volte capita però che un agente esterno intervenga su questa composizione e la disfaccia, dal momento che i rapporti degli «esseri» non sono solo con loro stessi, ma anche con gli altri. Alcune sostanze sono poi in grado di compenetrarsi e corrispondersi immediatamente, e queste le chiamiamo “affini”. Ma questo è il punto nodale:

Le affinità incominciano a diventare interessanti nel momento in cui producono separazioni.

Ed è così che non ci sono solo le semplici affinità, ma pure le “affinità elettive”, in cui una relazione più immediata viene anteposta ad un’altra più semplice, magari più stabile e familiare.

Qui io non vedrei una scelta, quanto piuttosto una necessità naturale e forse neppure: giacché, in definitiva, probabilmente è solo questione di occasioni.

Qui il Capitano parla di chimica, ma non illudiamoci del fatto che il tutto delle relazioni e delle relazioni umane si riduca ad essa. Nella filosofia della scienza moderna si parla di “riduzionismo”, e s’intende la possibilità di passare da un piano della realtà (chimico, biologico, etc.) a un piano di descrizione più “fondamentale” (la fisica classica, la meccanica quantistica, etc.). Il suolo di enunciazione fondamentale delle Affinità non è quello dei personaggi, non è quello delle vicende, ma nemmeno quello della chimica delle relazioni umane: si tratta piuttosto del sostrato inconscio del desiderio, dell’esplosiva natura della vitalità e della smania esistenziale, impossibile da arrestare quanto da afferrare.

I paletti imposti dal mondo borghese di Goethe e Freud a questo desiderio che ovunque arriva e tutto definisce, che siano sotto il nome di “cuore”, “sentimento” o sotto quello di “famiglia”, raccontano dell’imbarazzo di questi autori moderni nell’aver compreso l’essenza più pura delle cose, ma senza poi poterla raccontare.

Perché non possono?

Perché il mondo della pulsione inconscia, ossia il mondo reale, ha una potenza rivoluzionaria che troppo spaventa i ritmi di lentezza e stabilità che permettono ai sistemi di potere moderno di controllare, dominare. Il desiderio espresso dalla passione, dall’arte e dagli ideali mette in continuo pericolo la tirannia del sistema. Per questo va relegata nella pochezza del romanzo rosa, nella sterilità del museo e, nel caso si faccia troppo potente, nell’oscurità del manicomio.

Questo desiderio è ciò che vive Edoardo (Johann Goethe), che è costretto a sfogarsi attraverso i canali istituzionali, quelli della guerra (questo, sì, è un paradosso, ma pure una normalità). «La coscienza di amare e di essere amato lo spinge verso l’infinito», un infinito incontrollabile, e quindi moralmente inaccettabile. Tuttavia, al di là del bene e del male, al di là della morale e delle verità borghesi, esiste l’unica natura umana. «Edoardo era stato colto di sorpresa dalla morte».


FONTI

J. W. Goethe, Le affinità elettive, Oscar Classici Mondadori, Cles (TN), 2014