Il merito alla carriera

Il 27 ottobre scorso, David Lynch ha ritirato il premio Oscar alla carriera: la consacrazione di un regista mediamente noto per i non appassionati, un autore anticommerciale (non per ripicca, ma per indole) che ha donato 10 film e una serie tv al suo pubblico in 40 anni di cinema. Il nome di Lynch é così accostato a quello di Morricone, Fellini e Charlie Chaplin, nello storico di una statuetta di bronzo che ha un valore profondamente diverso da tutte le altre, e da cui forse bisogna partire.

Il valore della statuetta oggi

Il premio, in origine ‘Oscar onorario’, nato con lo scopo di ricoprire categorie assenti, col tempo é evoluto in quello che conosciamo oggi: il simbolo tangibile di aver lasciato la propria traccia nel grande schermo. Da 11 anni ormai l’Academy ne ha relegato la premiazione nella serata Governor Awards che si tiene a novembre.

La scelta sembra non sminuire il riconoscimento, ma preservarlo. L’attenzione alla grande notte di Hollywood, negli ultimi anni, ha compromesso il valore delle nomine, in alcuni casi atte più a soddisfare i piaceri del pubblico che a riconoscere il talento. La dimensione più intima assunta si addice ad un artista introverso, misterioso e completamente assorbito dalla sua creazione, così come Lynch stesso si descrive in The art life, documentario biografico.

The art life: Lynch si racconta

Il film è un modo per l’autore di raccontarsi alla figlia di 4 anni Lula, avuta in età avanzata; nonostante ciò appare molto trasparente e a suo agio dall’altra parte della camera.

Il flusso di ricordi inizia dai disegni: aerei, pistole, bombe, simboli di una guerra finita da poco e che in qualche modo aveva toccato tutti. Fuma diverse sigarette mentre guarda vecchie foto. Racconta dei primi anni: l’infanzia spesa nel microcosmo di un isolato in Virginia, un universo compresso in un paio di strade oltre le quali non si muove e non vede. È proprio questo il contesto dal quale nascerà Twin Peaks.

Prosegue confessando traumi infantili e rievoca vicende surreali, tra tutte la sera in cui una donna completamente nuda gli compare davanti, in giardino. Con occhi sgranati e la bocca piena di sangue, barcolla, chiede aiuto e poi stramazza al suolo. David, che ai tempi è solo un bambino, scappa. Nessuno é in grado poi di identificarla, come in uno dei fitti misteri di Lynch. L’esperienza lo segna, tanto da riproporre spesso personaggi potenzialmente simili anni dopo.

Il pittore

La sua é un’adolescenza dissoluta e difficile fino al momento in cui l’idea di fare il pittore lo pervade. Arriva di colpo, un giorno, lo rapisce e gli fa saltare tutte le connessioni. Si dedica interamente a dipingere e la sua produzione artistica, che scorre a lungo sullo schermo, è profonda e vasta. È un’arte tetra, disturbata, ma molto attenta ed espressiva. Dipinge ossessivamente e per elaborare se stesso, in uno studio organizzato meticolosamente secondo un processo vitale che l’opera deve seguire prima di essere completa, da qui The Art Life.

Gli albori nel cinema

Un matrimonio, dei figli e tanta pittura prima di raggiungere Philadelphia, dove a 50 anni inizia la sua storia nel cinema. Prima lenta: 5 anni in studio per produrre il primo lungometraggio The Eraserhead, poi dirompente una volta in sala. Muove la critica e riceve l’encomio di Stanley Kubrick. Sarà proprio questo il film preferito del Regista, tanto da proporlo più volte sul set di Shining.

Con The Elephant Man, il secondo film, inizia il successo: 8 nomination. Un’opera estremamente rappresentativa dello stile di Lynch. Tutto ciò che appare è rivisitato, trasposto e immaginifico. Lo spettatore non può afferrare la realtà, perché non esiste una conoscenza di essa univoca e rappresentativa. La trama è sempre confusa e non bisogna farci caso. I punti forti sono immagini, fotografia e spezzoni estremamente emotivi, unici del suo genere.

Il rapporto con la deformazione

Il protagonista, Joseph Merrick, è un uomo dal volto deforme. La menomazione fisica è continuamente riproposta da Lynch. Il rapporto della società con questo genere di soggetti è crudo e al limite dell’umano. Sono emarginati e non vengono mai compresi. Sono reietti condannati a non ricevere amore, ma tuttalpiù odio. Il disgusto che causano li rende vittime di sfoghi altrui. Attraverso questa rappresentazione la deformazione fisica dei protagonisti viene oscurata da quella interiore di chi ne abusa, ribaltando l’orrido.

Sessualità tormentata

Proprio l’infermiere preposto a prendersi cura di Joseph è tra questi. Tra le varie torture, una sera, quando l’ospedale è vuoto, lo fa sedere al centro di una stanza. Delle donne in gruppo, complici, seducono l’uomo deforme che chiaramente non ha mai ricevuto attenzioni femminili. Ciò scaturisce in lui una forte erezione. Le donne vanno via ridendo, soddisfatte di aver raggiunto il loro scopo: non fargli vivere l’atto ma illuderlo. L’uomo elefante nel primo instante in cui conosce il piacere, è anche consapevole di non poterlo ricevere mai. Questo é esempio di una sessualità tormentata, riproposta solo in questa forma dall’autore anche negli altri film.

Possibili ispirazioni e significante

Mai banale e mai ridondante nonostante la sua firma sia chiara e il suo stile ben affermato. Sembra che i soggetti di Diane Arbus prendano vita, o di rappresentare la versione noir di Uno, Nessuno, Centomila. Ma la sua opera é tutta da sperimentare piuttosto che da spiegare a causa della totale sfiducia nella parola. Per marcare il disprezzo verso la parola crea la Stanza rossa in Twin Peaks. Si tratta di un luogo in cui la comunicazione verbale è distorta e impossibile in stile Waiting for Godot.

Definire quindi quale sia il grande lascito di David Lynch in termini di messaggio è un’impresa ardua. Manca di trama, di dialoghi ed è estremamente complesso. Non vuole essere capito. Resta da chiedersi se realmente ne valga la pena provarci.
L’immensa esperienza sensoriale che è fruire dei suoi capolavori vale il suo Oscar.