Dopo tanti secoli di letteratura elevata e invidiata, a fine Ottocento l’Italia prende coscienza di avere una lingua comune scritta, ma tante diverse lingue parlate: i dialetti. Abbiamo già visto nel precedente articolo il percorso del nostro idioma nazionale da volgare toscano a italiano. Ma come si è diffuso effettivamente in tutto il Paese? 

Parlato e scritto

Il linguista Tullio De Mauro ipotizza che all’Unità d’Italia (1861) solo il 2,5% della popolazione italiana fosse italofona. E come poteva essere altrimenti, se ben il 78% era analfabeta e non aveva alcun accesso a quella lingua letteraria e distante – a livello geografico e temporale – dal proprio dialetto? Né per il 22% restante si può parlare di piena istruzione, tanto meno di padronanza della lingua.

Basti pensare che lo stesso Manzoni confessò le sue terribili difficoltà nella redazione dei Promessi Sposi. Lui e gli altri intellettuali dell’epoca parlavano, infatti, il proprio dialetto e il francese, allora lingua di cultura. Non l’italiano, che andava faticosamente appreso dai libri. 

Uniche eccezioni potevano essere la Toscana e Roma, in virtù della quasi coincidenza di dialetto e italiano. Ma per il resto degli italiani, fino all’alfabetizzazione di massa e quindi fino a tutto l’Ottocento l’italiano resterà una lingua scritta e non parlata.

Alfabetizzazione e non solo

Per secoli il dibattito sulla lingua si era concentrato sulla lingua letteraria, non sulla lingua d’uso parlato. Ora che esisteva uno Stato unitario, però, bisognava mettere in campo delle politiche linguistiche. Una volta fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani e persino l’italiano stesso.

Che lingua comune dare ad un territorio tanto a lungo diviso e tanto variegato dal punto di vista linguistico? Si riaprì il dibattito e vi parteciparono, tra gli altri, Alessandro Manzoni, il linguista Graziadio Isaia Ascoli e il politico e filosofo Antonio Gramsci. 

Ma prima ancora che le politiche educative, a diffondere l’italiano arrivarono altri fattori. La burocrazia, l’esercito e l’emigrazione furono determinanti, ora per la necessità di un tessuto normativo omogeneo, ora per capirsi nel reggimento o addirittura al fronte, ora infine per poter scrivere ai cari lontani. Più tardi arriveranno anche la radio e la televisione e l’italianizzazione potrà dirsi completata.

In mezzo stavano la scuola e l’alfabetizzazione in italiano, in cui l’entità dialetto era di fatto ignorata. Un’entità linguistica che gradualmente perdeva terreno sotto queste molteplici spinte e la rinnovata vitalità di uno Stato unito.

Dialetto e sociolinguistica 

Dal momento che i non istruiti potevano contare solo sul dialetto come mezzo d’espressione, questo divenne marchio d’ignoranza e l’italiano indice di cultura. Di qui la falsa, ma comune, credenza che il primo sia un “sottoprodotto” del secondo.

In realtà, come abbiamo visto ripercorrendo la nostra storia linguistica, non è così. Dialetti italo-romanzi e italiano sono lingue sorelle. Potremmo, anzi, dire che l’italiano è un dialetto che ha fatto carriera.

Piuttosto, è corretto dire che una subordinazione c’è da un punto di vista sociolinguistico. Il dialetto, cioè, ha minor prestigio alle orecchie dei parlanti, che riconoscono invece nella lingua nazionale la norma a cui tendere ed adeguarsi. Non a caso, negli ultimi decenni i dialetti si stanno notevolmente italianizzando.

Tutto ciò, dunque, dipende da storia e politiche linguistiche, non da una presunta superiorità strutturale. La parola “dialetto” di per sé nasce neutra (dal greco διάλεκτος “varietà, entità linguistica”) e lo è tutt’ora in altre lingue: in inglese, ad esempio, il termine dialect indica semplicemente una varietà di una data lingua.

Italiano regionale, standard e neostandard

Il contatto tra dialetti e lingua nazionale in via di diffusione ha messo in moto una serie di novità. Innanzitutto, come abbiamo appena detto, il dialetto retrocede e si italianizza per via del prestigio della lingua italiana. Inoltre, fa la sua comparsa in scena l’italiano regionale, cioè quella varietà di italiano venata di caratteristiche tipiche di una certa area (specie a livello fonetico). 

Infine, l’italiano stesso esce dalla stasi tipica di una lingua scritta, letteraria: finalmente vitale nel suo uso quotidiano parlato, si evolve ed estende i suoi domìni. Si parla così di neostandard, cioè di una varietà nuova di lingua da prendere come modello di riferimento per un uso corretto. 

Sono oggi compresi nel neostandard fenomeni tipici del parlato e che fino a poco tempo fa in un testo scritto avrebbero dato nell’occhio, o addirittura sarebbero risultate veri e propri errori. Per fare un paio di esempi: l’uso dell’imperfetto con valore di cortesia, come in “Volevo delle mele” (invece di “Vorrei delle mele”) e l’uso di lui, lei e loro come pronomi soggetto (“Lui non poteva crederci” invece di “Egli non voleva crederci”).

In realtà molte di queste forme erano già utilizzate da vari autori letterari di ogni epoca, ma hanno subito la “censura” dei puristi. Escluse dalla norma dei manuali di grammatica, sono state tramandate come forme sconsigliate oppure errate. 

Norma e paradossi

Ma da dove arriva allora quella norma? Tecnicamente l’italiano standard è basato sul fiorentino trecentesco delle Tre Corone, ma nei secoli è stato sottoposto a svariate codificazioni normative, più o meno puristiche e arcaizzanti. Il risultato, secondo il sociolinguista Gaetano Berruto, è che ha finito per essere

una lingua artificiale, senza nessun reale equivalente in nessuna varietà effettivamente parlata da una concreta comunità linguistica all’interno del territorio nazionale.

Ciò non deve del tutto stupire, vista la storia quasi interamente “scritta” e non “parlata” dell’italiano.

Una riflessione però è dovuta. Spesso ci si accanisce sui cambiamenti di una lingua additandoli come “corruzioni”, dimenticando che si tratta del suo evolversi naturale. Anche i “grammar-nazi” di oggi dovrebbero guardarsi dal cadere in una sorta di purismo contemporaneo.

Impariamo piuttosto ad amare la nostra lingua e rispettarne la vitalità, senza – chiaramente – esserne degli sciatti parlanti. Abbiamo tutti i giorni sulle labbra una lingua da poeti: l’italiano è davvero una lingua strana.

 


FONTI
Materiale tratto dal corso di Sociolinguistica, professor U. Vignuzzi, Sapienza Università di Roma.
T. De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, 2011, Roma, Laterza
Treccani