Nel XXI secolo la tecnologia sembra aver cambiato quasi ogni aspetto del vivere umano: dai trasporti all’apprendimento, dalla ricerca al tempo libero. Eppure, in un mondo così avanzato, c’è qualcosa che la tecnologia non è stata in grado di cambiare? Helen Fisher, antropologa americana e ricercatrice nell’ambito dei comportamenti umani connessi alla sfera romantica, ha formulato l’ipotesi secondo la quale le innovazioni tecnologiche che rivoluzionano la vita quotidiana del mondo intero non siano ancora state capaci di sconvolgere, o anche solo modificare, quell’ambito che tocca ogni individuo nel mondo: l’amore.

Diffusione della poligamia nel mondo

Nelle sue dissertazioni, Fisher sottolinea che l’essere umano è naturalmente spinto ad amare, diversamente dal 97% dei mammiferi che invece si accoppia solo per allevare la prole. Oltre a ciò si aggiunge la curiosa percentuale delle società nel mondo che permettono a un uomo di avere più mogli, consentendo quindi la poliginia (che consiste, appunto, nel legame che stringe un unico uomo a diverse femmine, al contrario della poliandria che prevede il rapporto inverso ed è molto meno diffusa). Tale prassi, autorizzata legalmente tra musulmani in India, Malaysia, Filippine, Singapore, Nigeria e Sud Africa, è raramente adottata: gli uomini che hanno effettivamente più spose sono solamente il 5-10%. Che questo sia dovuto ai problemi che la convivenza di più mogli può portare o alla necessità di grandi patrimoni al fine di mantenere famiglie così numerose, resta il fatto che una pratica talmente piena di stereotipi come questa è in realtà abbastanza limitata. Secondo Fisher, infatti, la specie umana è fatta per stare in coppia, per instaurare legami duraturi: “we are built to love”.

A riprova di questa teoria, l’antropologa ha ideato un esperimento consistente nel sottoporre un campione di 100 persone allo scanner cerebrale: all’interno del gruppo i partecipanti si dividevano tra individui appena innamorati, individui appena respinti in amore e individui innamorati da un lungo periodo di tempo. Il risultato ha dimostrato che gli esseri umani possono avere tre differenti sistemi cerebrali che spingono all’accoppiamento e alla riproduzione: il primo è costituito dall’impulso sessuale naturale e primitivo, il secondo dal legame profondo instaurato con una persona verso la quale si provano sentimenti romantici, il terzo invece nasce dall’intenso attaccamento che si sviluppa tra due individui nel corso di un rapporto duraturo. Questi tre sistemi insieme indirizzano la vita sessuale, romantica e familiare di ciascuno e risiedono nelle parti più primitive del cervello.

Fisher dimostra inoltre come la libera scelta di cambiare partner, ormai oggi assodata, fosse in realtà già radicata nelle società primigenie. Più 4,4 milioni di anni fa, le culture prevedevano che tanto la componente maschile quanto quella femminile della famiglia godessero di rispetto e potere sociale, economico e persino sessuale in modo paritario. Nei nuclei originari infatti, era pratica comune che le donne si occupassero di procurare il 60-80% delle risorse di cui la famiglia aveva bisogno. Tutto questo cambiò circa 10.000 anni fa, quando la rivoluzione agricola iniziò a modificare il sistema interno delle società e gli uomini acquisirono maggiori responsabilità a scapito del potere femminile: da qui nacquero i preconcetti, le convinzioni e la tradizione che per migliaia di anni ha formato, o deformato, quella che era la società iniziale.

Si sono così affermati gli ideali di verginità prima del matrimonio, di matrimonio combinato, di padre come capo famiglia, di donna come parte integrante della casa e infine del restringente dovere condensato nella formula “onora tuo marito”. Oggi, come milioni di anni fa, queste convinzioni stanno sparendo e il giusto passato, la giusta religione, il giusto orientamento politico, la giusta parentela e i giusti legami clientelari che una donna dovrebbe avere come prerequisiti per essere appetibile stanno lasciando spazio a una scelta più naturale, indirizzata da nient’altro che il cuore. Quello a cui si assiste non è una rivoluzione dell’amore a causa della tecnologia, ma una rivoluzione del matrimonio, che respinge migliaia di anni di tradizione per ristabilire quelle antiche relazioni egualitarie tra i sessi, compatibili con l’ancestrale spirito umano.

L’unico cambiamento attribuibile alla tecnologia è forse quello del modo di corteggiarsi: e-mail, foto, messaggi e selfie sono solo alcuni dei modi che oggi una persona utilizza per interagire con l’altro, ma, come precisa Fisher, questo non cambia l’amore in sé. I cosiddetti dating sites sono secondo la ricercatrice nient’altro che introducing sites, ovvero non veri e propri siti di incontri, ma piuttosto piattaforme che permettono di presentare se stessi agli altri: quando si incontra qualcuno, i meccanismi che scattano nell’individuo sono i medesimi che muovevano i nostri antenati millenni fa. Come ribadisce Fisher, “the only real algorithm is your own human brain”.

Studiando la biologia della personalità, Fisher ha inoltre rilevato come la tecnologia non cambi nemmeno la scelta dell’amore: sono quattro gli stili di comportamento che le persone sono portate ad avere e ciascuno si ricollega al loro essere. Grazie a un questionario inserito in siti di incontri in quaranta paesi e somministrato a 14 milioni di persone, si è estrapolata una sorta di “legge dell’attrazione” che permette di dire chi è naturalmente attratto da chi: coloro che sono comandati dal sistema dopaminergico sono curiosi, creativi, spontanei e fortemente energici e sono attratti da individui cui assomigliano; coloro che, invece, sottostanno al controllo della serotonina sono più tradizionali e convenzionali, rispettano le regole e l’autorità e sono spesso religiosi: anche costoro cercano i loro simili. Funziona al contrario invece per quelli soggetti a testosterone ed estrogeni, i quali si ricercano a vicenda. Coloro che sono analitici, logici, diretti e decisi ricercano il loro opposto: persone abili con le parole e nelle relazioni interpersonali, intuitive, affettuose ed emotive.

La ricerca sui comportamenti umani ha portato alla luce, tra le altre cose, quello che potrebbe essere un punto debole del cervello, che consiste nel cognitive overload (sovraccarico cognitivo) a causa del quale si produce il cosiddetto amore lento, che si manifesta nel momento in cui le coppie legate da diverso tempo tendono a posticipare il matrimonio per paura di fallire in esso. Ciò che temono sono le conseguenze economiche, sociali e legali del divorzio. Quello che spesso si giudica un temporeggiamento causato solo da paure di rimpianti o perdita di libertà, è in realtà una grande cautela verso una scelta determinante per la propria vita: perciò si fa appello alla consapevolezza di sé e alla conoscenza totale dell’altro.

Ciò che davvero può dirsi cambiato, o meglio tornato alle origini, è il ruolo della donna che, avendo riacquistato potere nel mondo del lavoro, ha adattato a sé anche le esigenze nella sua vita privata. Quello di cui ora più che mai le persone hanno bisogno è il tempo: per conoscersi, per amarsi e assicurarsi di poter garantire a sé, al partner e ai futuri figli la vita migliore possibile. Se da qualche secolo il matrimonio è stato il punto di inizio di una relazione, oggi è diventato il suo coronamento.